Mmm… Vediamo…
Ecco qua, “OFFERTE DI LAVORO”. Ho comprato un quotidiano, stamattina, per constatare cosa ci sia in giro di interessante sul tema.
Dunque… «Cooperativa di Boscaioli Etici ricerca taglialegna per ampliamento personale, no uso macchinari meccanici (motoseghe ecc.), richiesta buona esperienza nella pratica di arti marziali» (no, mai praticate arti marziali. Però, se un giorno potrò essere tra i primi colonizzatori di Marte, quando lassù l’uomo sarà sbarcato, mi piacerebbe fare il pittore, imprimere su tela i bellissimi orizzonti del pianeta… Praticherò arti marziane! Aahahah, eheh… Ehm… Vabé, nulla.)
«L’Infiammato, casa di produzione di film a luci rosse, ricerca attori per ruoli di secondo piano; richiesta massima professionalità, minima propensione alla lamentela» (“ruoli di secondo piano”… Dunque non si potrà certo intervenire nell’ideazione delle sceneggiature… No, allora no!)
«Consorzio di ditte di costruzioni tradizionali in legno d’arredamento d’interni ricerca personale particolarmente sballato e con esperienza nella lavorazione industriale e artistica dei legnami. Rivolgersi a Stube-Facenti Spa» (no, mai lavorato il legno).
«Avete serissimi problemi di natura finanziaria, legale, giudiziaria, e non sapete come risolverli? Primario ente di ricerca astronautica assume personale per pionieristiche missioni interplanetarie; esperienza di volo non necessaria, possibilità di ritorno pressoché nulle; corresponsione dello stipendio a partenza avvenuta» (eh, sì, bello, interessante! Ma non dicono quanto pagano! No, non c’è da fidarsi.)
«Massima serietà, minimo impegno, alti guadagni, difensore d’ufficio garantito» (uh, troppo facile così! No, non mi fido nemmeno di questo.)
«Cercate un lavoro non troppo faticoso e che vi possa lasciare molto tempo libero a disposizione? Importante società in profonda crisi finanziaria assume figure di vario genere e professionalità per immediato conferimento in cassa integrazione a tempo indeterminato» (Mmm, non male questo… Però temo non sia così… sostentante come lavoro, ecco.)
Be’, accidenti… Credo che non sarà proprio facile trovare un qualche impiego di soddisfazione.
(Tratto da La mia ragazza quasi perfetta, uno dei libri più importanti e maggiormente apprezzati da critica e pubblico di questa prima parte di XXI secolo – ovviamente eccetto Bella Belén, la biografia fotografica di Belén Rodriguez, il cui spessore filosofico-letterario d’altro canto è di raro valore, difficilmente eguagliabile. Credo.)
Qualche giorno fa ho ricevuto, nella casella mail personale, un messaggio promozionale riguardante un corso di autoconvinzione e automotivazione – tenete conto che i link appena inseriti non c’entrano nulla con quel corso, che ovviamente non cito, ma sono solo riferimenti informativi. Ho letto il messaggio e, alla fine, mi è sembrato così affettatamente e forzatamente spinto a convincere i suoi lettori dell’ineluttabile bontà e validità di quanto asserito che mi è venuta in mente la seguente storiella…
Trovo G. al supermercato, è da parecchio tempo che non lo vedevo in giro.
«Ti trovo bene!» gli dico.
«Caspita, puoi dirlo forte. Sto seguendo un corso di autoconvinzione, e mi sta facendo veramente bene.»
«Ah. Dunque dici che funzionano, questi corsi?»
«Assolutamente! Per quello che mi è costato, poi… solo duemilaquattrocento Euro per sei lezioni!»
«Duemilaquattr… per sole sei lezioni? Cioè… quattrocento Euro a lezione?»
«Sì, ma perché è il corso base. In quello avanzato sono seicento Euro a lezione. Solo duecento Euro in più.»
«Aehm… solo, sì. Sicuro, eh, che ti serva veramente, ‘sto corso?»
«Ne sono convintissimo!»
«Mm. Ok, contento tu… Beh, dai, ti lascio alle tue compere…»
«Ah, sì, grazie… accidenti, ci sono queste due marche di pesche sciroppate, di solito prendo questa ma ora ho visto quest’altra e ora non so quale scegliere…»
«Eh, ecco.»
«Maledizione… è dalle otto che sono qui e non riesco a convincermi su quale acquistare.»
«Ehm… sono le undici e venti.»
«Sì, già, vero.»
«Io prenderei questa.»
«Dici che è migliore?»
«Mm-m. Ne sono convintissimo.»
[…] Nonostante la sua ubicazione alpestre, fin dalla sua prima apertura il Grande Albergo Pertüs si contraddistinse per il notevole lusso e l’elevato livello di servizi e comfort disponibili, venendo a lungo annoverato tra i migliori hotel della bergamasca. Aperto tutto l’anno, anche durante inverni particolarmente nevosi (come quello del 1911, con due metri e mezzo di neve al suolo), l’albergo era dotato di trentotto camere da letto, un bagno, diversi gabinetti all’inglese, una sala da pranzo, un bar con macchina per il caffè espresso (una rarità, allora), tre salotti con pregiati divani, una grande cucina, una grande veranda, un ampio locale per coloro che volevano mangiare al sacco oltre a cantine, magazzini, lavanderie con caldaie asciuga panni e bollitori per la sterilizzazione, stirerie con ferri da stiro e una splendida ghiacciaia. Inoltre c’erano già, a inizio Novecento, la corrente elettrica, il telefono (con numero “3”!) e l’acqua corrente potabile, garantita da sorgenti locali dotate di pompe che alimentavano le cisterne sotterranee e i due serbatoi posti sul tetto. Gli ospiti, i quali giungevano lassù a piedi o con il “servizio mulo” da Carenno, mangiavano con posate d’argento che avevano inciso sui manici il nome “Pertüs” e, a richiesta, la colazione veniva servita nelle camere. Quotidianamente pervenivano all’albergo il pane, alcuni viveri e i giornali, mentre al venerdì da Lecco giungeva il pesce fresco. Si poteva godere di quasi tutto ciò che l’epoca offriva, insomma, e un tale alto livello di servizi garantiva la presenza di una clientela benestante e colta composta da imprenditori brianzoli e milanesi (ma non mancavano bergamaschi, lecchesi, comaschi e villeggianti d’altre zone anche fuori Lombardia): vi soggiornavano nobili, avvocati, dottori, artisti tra i quali l’editore Dante Segati e il letterato Nicola Zingarelli, che nel 1922 pubblicò (proprio con Segati) la prima edizione del suo tutt’oggi celebre dizionario […]
Sul numero di ottobre 2018 della rivista OROBIE, che trovate nelle edicole in questi giorni, con un articolo corredato dalle belle foto di Pio Rota, vi racconto la storia di un luogo a dir poco affascinante: l’ex Grande Albergo del Pertüs, posto a 1183 m di quota nelle vicinanze dell’omonimo valico tra la dorsale dell’Albenza e le propaggini meridionali del gruppo del Resegone. Un tempo tra i primi e più lussuosi hotel di montagna delle Alpi lombarde, oggi presenza monumentale e silente cristallizzata in una suggestiva sospensione vitale, per certi aspetti stridente rispetto alla sua imponenza e all’ancora percepibile fastosità, forse melanconica eppure tutt’oggi capace di offrire narrazioni intriganti e sorprendenti.
Da leggere per conoscere il luogo e per lasciarsi ammaliare dalla sua bellezza: su OROBIE nr.337 – ottobre 2018, in tutte le edicole della Lombardia (e non solo).
(Cartolina del 1914 raffigurante gli allora 24 cantoni svizzeri con le rispettive bandiere.)
Oggi, 1 agosto, è la Festa Nazionale Svizzera, che celebra la nascita della Confederazione con il patto tra i cosiddetti “cantoni primitivi” nel 1291 sul prato del Grütli.
Onoro tale ricorrenza di un paese al quale sono molto legato con il seguente brano tratto dal mio Lucerna. Il cuore della Svizzera, un libro che è servito anche per mettere nero su bianco proprio il senso di quel legame personale, traendone una narrazione in fondo “super-geografica” e, dunque, condivisibile da chiunque rispetto a qualsiasi altro luogo importante.
Ma, oggi, è giornata di celebrazioni, dunque…:
La Svizzera è un miracolo, un prodigio, o un fenomenale numero di prestigiazione.
Uno staterello piccolo piccolo capace di fare la voce grossa come e più che tante stimate superpotenze, un Davide minuto ma assai scaltro e lungimirante che, a forza di sollevare pietre e trasportare tronchi e chissà, fors’anche grazie a qualche anabolizzante, s’è fatto capace di tirare a tanti nerboruti Golia sonore e dolorose mazzate. Ovvero, un branco di rudi montanari che, nonostante l’orizzonte limitato dalle alte e arcigne vette alpine, hanno saputo sviluppare in modo sorprendente la capacità di vedere lontano, e di trarre dal loro sostanziale nulla praticamente tutto, e anche di più. Tenendoselo poi ben stretto.
La Svizzera è la fortezza di un possente esercito, armato fino al collo di armi all’apparenza invisibili e tuttavia intuibili, se la si gira con occhio curioso. Non attacca nessuno, ma non permette a nessuno di attaccarla, fortunata nell’avere per molta parte del suo perimetro possenti mura alpine, bastioni glaciali e altissime torri di roccia a difesa. Mette in guardia anche chi vi si avvicinasse venendo in pace o issando bandiera bianca; e se pure acconsente ad aprire una delle sue porte, quasi sempre non toglie il mirino dal potenziale bersaglio. Accogliente ma diffidente, cordiale e guardinga, affabile eppure altezzosa, e l’une cose reciprocamente scaturenti dalle altre. Protegge chi e cosa può proteggerla, disdegna chi o cosa potrebbe nuocerle, anche indirettamente. Cosmopolita e filantropica per propensione, autarchica e patriottarda per convenienza. Comunque rigorosa, nel bene e nel male. La Svizzera è una specie di aspirapolvere. A volte dolce, a volte violento. Attrae verso di sé e in sé, ma lascia che ben poco ne possa fuoriuscire – di propria spontanea iniziativa, intendo.
Ha attratto aristocratici in cerca di placido sollazzo o di eroismi alpinistici, e artisti e letterati sovente innovativi – o eccentrici – tanto da venir considerati sovversivi nei paesi d’origine, ai quali ha regalato insperate libertà. Attrasse poveri emigranti in cerca di lavoro, e spesso fece far loro i lavori più umili e umilianti; ne aspirò energie e vitalità, ma consentì anche a chi resistette dal vedersi come un misero servo di quart’ordine e ai suoi figli di fare fortuna, a volte assai grande.
Attirò (e attrae) denari, ori, tesori e capitali. Attrae geniali, ricchissimi industriali e scaltri, tenebrosi faccendieri. Attrae VIP e celebrità nelle sue lussuose località sciistiche, e nel contempo piccoli borghesucci di periferia smaniosi di sentirsi, per qualche ora, nella stessa dimensione dei primi. A tutti quanti la Svizzera aspira una proporzionale quota di denaro, trasformato in consumismo quasi sempre superfluo ma molto spesso di qualità, più che, ad esempio, a Roma, Parigi o New York. Il suo esperimento nazionale di egualitarismo sociale diviene di stampo capitalista, a livello internazionale; non sfugge alle regole spesso fosche e bieche che il capitalismo impone, ma almeno le rende morali, se così si può dire, e fruttuose. La Svizzera si offre al forestiero che la può compensare, non ad altri.
Ma se di società si deve parlare, non si può allora ignorare che la Svizzera adotta un sistema di democrazia diretta sostanzialmente unico al mondo. In nessun altro stato il cittadino ha così peso sulla gestione della cosa pubblica come nella Confederazione. Politicamente, la Svizzera è un paradiso. Anche fiscale, già, ma pur sempre paradiso.
La Svizzera è cioccolato, formaggio coi buchi, orologi, mucche pezzate con campanacci sonanti, vette innevate, laghi e cascate, edelweiss, corni alpini, coltelli multilama, Guglielmo Tell e Heidi. È, pure lei, luoghi comuni a gogò, come ogni altro posto del mondo, Italia in primis. Solo che la Svizzera molti dei suoi luoghi comuni li ha resi remunerante virtù, l’Italia invece li ha resi il più delle volte difetto cronico.
La Svizzera è bellissima, ed è perfettamente cosciente di quanto lo sia. Per ciò, come una osannata e ossequiata star dello spettacolo, si concede all’ammirazione planetaria e tuttavia mal tollera chi ne possa anche poco oscurare il fascino. L’Europa intorno la adula, la corteggia, lei le occhieggia, la alletta ma mai le si concede veramente; l’Europa a volte si irrita per tale comportamento, finge di poter corteggiare altre ma sanno bene, entrambe, che altre non vi sono, così. E maliarda se ne approfitta, la Svizzera, avvenente donna di mondo che mai abbandona il proprio prezioso boudoir verso il quale il resto del pianeta guarda e giunge, sedotto anche di più.
(Per saperne di più sul libro e su come acquistarlo, cliccate qui.)
(P.S. (Pre Scriptum!): è un racconto, il seguente, al momento ancorainedito, che tuttavia farà presto parte di una raccolta molto – e dico moooooolto – particolare di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e può essere che a breve ne saprete di più. Per intanto… buona lettura!)
God bless…
La ciurma al completo si era ormai radunata sul ponte della nave, alla fonda in una baia dall’acqua cristallina cinta a occidente da coste basse e sabbiose, dall’aspetto accogliente. Erano giunti in quel punto dopo diverse settimane di navigazione sotto costa, prima verso settentrione e poi verso meridione, senza che mai le terre emerse non chiudessero con continuità l’orizzonte di ponente. Ormai Messer Baldrago Centoforti, illustre geografo, cartografo e comandante della nave, non aveva più dubbi: quelle terre non erano certo parte dell’Asia, ma dovevano per forza essere un nuovo continente, con ciò confermando le proprie brillanti intuizioni in forza delle quali aveva organizzato la spedizione.
«Essendo nuova terra, come io intesi, v’è bisogno di conferire ad essa un adeguato nome. Or dunque io, Baldrago Centoforti, comandante di siffatta nostra spedizione e quindi per il diritto superiore che tal potestà rende a me acquisito, vi dico: in codesto anno Domini 1499 chiamerò questa nuova terra con il mio nome ovvero, come è d’uso nelle scienze geografiche e cartografiche, attribuendo ad essa il genere femminile del mio primo nome in lingua latina!» La ciurma applaudì, concorde a quella decisione quasi all’unanimità. Quasi, sì, perché invece a Guidobaldo Mini, mozzo di bordo giovane ma assai perspicace, si raggelò il sangue.
«Da Baldrago si evince il latino Baldraccus» continuò il comandante, «E da esso vi si derivi il nome di questa terra che sarà…». Fulmineo e ignorato, Guidobaldo diede un calcio ad una cima lì accanto, che srotolandosi in pochi attimi fece sganciare il pennone dell’albero di velaccino il quale cadendo dall’alto colpì in pieno il Centoforti, lasciandolo esanime sul ponte, prima, e smemorato a vita poi. «Dio del Cielo! Un terribile incidente!» gridò lesto il mozzo; e da quel frangente non fu certo più il nome di quella terra ma il come tornare in Europa il pensiero principale dell’equipaggio, così privato della guida del proprio geografo-comandante ora rincitrullito e senza più memoria.
Nel successivo anno di Grazia 1501 un altro vascello costeggiava quelle terre ancora del tutto ignote, e come per un inconsapevole déjà vu il comandante di esso aveva a sua volta radunato la propria ciurma, sebbene a riva. «Come è d’uso nelle scienze geografiche e cartografiche, chiamerò queste nuove terre col mio nome! Ordunque io, Amerigo Vespucci ovvero Americus, denominerò questa nuova parte del mondo America!» In mezzo alla ciurma Guidobaldo, nel frattempo promosso marinaio scelto per la propria abilità e il fervido ingegno, se la rise tra sé, assai soddisfatto.
* * *
(P.S. – note a margine: per questo racconto, come credo sia evidente, mi sono permesso di stravolgere allegramente la realtà storica sulle esplorazioni del cosiddetto “Nuovo Mondo”.
Non c’è mai stato alcun viaggio esplorativo nell’anno 1499 di tal Baldrago Centoforti, personaggio di pura fantasia. Vero è invece che fu per primo Amerigo Vespucci, nel 1501, a notare che l’estensione delle zone scoperte delle nuove terre scoperte pochi anni prima da Cristoforo Colombo si spingeva fino al 50º grado di latitudine sud, dunque evincendone di essere in presenza di un continente fino ad allora sconosciuto e non di una mera propaggine delle terre asiatiche.
La verità sull’attribuzione del nome America al nuovo continente è invece incerta. Un’ipotesi sostiene che sia stato merito del cartografo tedesco Martin Waldseemüller, il quale decise di utilizzare il genere femminile (America) del nome latinizzato di Vespucci (Americus Vespucius), per indicare le nuove terre in una carta del mondo disegnata nel 1507 e contenuta nella propria opera Cosmographiae Introductio. Un’altra ipotesi invece retrodaterebbe l’attribuzione del nome America ad un periodo anteriore al viaggio di Vespucci del 1501, e ne conferirebbe il merito a Giovanni Caboto, il quale nel 1497 partì con una nave verso il nuovo continente grazie ad un finanziamento del ricco mercante gallese Richard Ameryk, in onore del quale il Caboto avrebbe denominato quelle terre America, appunto.
Il titolo del racconto, come probabilmente avrete inteso, richiama il primo verso del testo del noto canto patriottico americano God bless America.
Curiosità, infine: il cognome del giovane e scaltro mozzo di bordo, Guidobaldo Mini, è in realtà il vero cognome della madre di Amerigo Vespucci, Elisabetta o Lisa Mini, nobildonna di Montevarchi.
Fonte per le notizie storiche: Wikipedia.)