Tra i selciati e i cornicioni di Lucerna

P.S. (Pre Scriptum! – come sempre, in questi casi): il seguente è un brano di anteprima d’un nuovo “scritto di viaggio” che ho voluto dedicare alla città svizzera di Lucerna. Le virgolette sono necessarie, dacché non è un semplice diario di viaggio, nemmeno un resoconto, e certo per nulla una guida turistica. E’ qualcosa invece di… Particolare, ecco, come mi auguro questo brano possa adeguatamente dimostrare.
Buona lettura!

“L’empire des étoiles”, elaborazione fotografica digitale (dal blog lucarotaimages.wordpress.com)
Quando ho l’occasione di visitare una città – anzi, dico meglio: ogni volta che il tempo mi permette di osservare una città, con l’acutezza visiva che spesso il mordi-e-fuggi più tipicamente turistico non consente di fare, è mia abitudine scorrere lo sguardo con una certa attenzione sui selciati e sui cornicioni cittadini. Sì: non solo su facciate, archi, finestrature, torri e quant’altro di classicamente architettonico – come già prima rimarcavo – ma pure ai margini, inferiore e superiore, dell’osservazione ordinaria della città. Perché, se il limite “orizzontale” della città è dato dai margini dell’estensione urbana, dal centro verso la parte di periferia oltre la quale i manufatti antropici non sono più prevalenti rispetto al terreno libero, il limite verticale è proprio quello, selciati e cornicioni. E’ tra di essi che la città è racchiusa, e sono essi che tracciano le linee fondamentali che identificano il corpo cittadino rispetto al territorio tridimensionale in cui è inserito. In alto, il susseguirsi più o meno continuo di falde, gronde, cornicioni, doccioni, ritaglia continue porzioni di cielo, determina la luminosità diffusa nelle vie, pone in dialogo l’opera architettonica, la sua forza oggettiva, la solidità – e il limite del fare umano – con l’aereo vuoto infinito, oltre a donare allo sguardo di chi voglia eventualmente sfuggire dall’abbraccio a volte opprimente delle mura cittadine una fuga, un sollievo, una nota di colore sovente più vivo di quello dei palazzi d’intorno. In basso, la superficie sulla quale si muove la vita – e scorre la vitalità, della città: selciati, marciapiedi, acciottolati, lastrici, fino a che non sia stato reso dominatore assoluto il manto d’asfalto per il traffico motorizzato – perché sia chiaro, che in una città sia preponderante lo scorrere degli autoveicoli rispetto a quello pedonale, è il frutto di una bella e buona stortura della nostra insensata era moderna, e una gran sconfitta dell’urbanistica residenziale, ovvero del buon vivere.
Per fortuna Lucerna non vive una così grave situazione di traffico, e il centro della città è semmai reso trafficato dal viavai dei mezzi pubblici e dei bus turistici più che dai veicoli privati, comunque senza mai divenire realmente caotico. Posso tranquillamente vagare per le vie esclusivamente pedonali, o con accesso agli autoveicoli regimentato, facendo scorrere lo sguardo sui selciati oppure sulle linee di gronda, facendomi guidare da esse come da un filo rosso urbano, un percorso ignorato dai più e tuttavia così tracciante, appunto, così rappresentativo e identificante. E’ l’epidermide cittadina che scorre sotto i miei passi, con le sue rugosità, le ruvidità o le parti più lisce, caratterizzata qui è là da tanti segni, piccoli nei più o meno evidenti – avete mai notato come anche degli ordinari tombini, dei banali e del tutto ignorati chiusini stradali, a volte presentino delle forme e delle armonie quasi artistiche? E come pure possano tracciare una storia minima ma significativa della città nella quale sono sparsi?
Poi prendo la scusa dell’incoccio visivo con un pluviale, che sull’angolo di un edificio si immerge in quel selciato, per alzare gli occhi lungo quel canale verso l’alto, e ricominciare a seguire le linee irregolari delle grondaie, dei cornicioni, con lo sguardo illuminato dal frattale celeste da quelle formato. In fondo, è come osservare una sorta di proiezione su un piano ortogonale della skyline cittadina, vista da dentro e per tutta la sua estensione, ovvero da terra fino al punto oltre il quale vi è il vuoto – solo aria, solo cielo.
Il centro di Lucerna non ha palazzoni troppo svettanti verso l’alto – che peraltro sono rari anche in periferia – con facciate sfuggenti, lisce, fredde come le pareti d’un inquietante labirinto, troppo regolari e precise tanto da sembrare inumane – lo sappiamo bene tutti: l’essere umano è imperfetto per sua natura, fortunatamente… – e camminando entro le quali può crescere rapidamente una sensazione di indifferenza verso il luogo se non di disunione, o pure (e peggio!) di anomia. Certo, sono percezioni, queste, del tutto soggettive, legate nel bene o nel male alla quotidianità e all’orizzonte ordinario di ognuno. Ma sono convinto che questi selciati e questi cornicioni lucernesi, con le loro linee irregolari, sghembe, a volte tortuose e apparentemente entropiche, possano tracciare in cielo e sul terreno un disegno nel complesso più armonioso, più equilibrato e urbano di quelle a volte studiate per filo e per segno da celebrati urbanisti che, se all’apparenza paiono perfette, cadono inevitabilmente nella volontà, o necessità, o imposizione, di regolare la dimensione cittadina, di sottometterla in qualche modo a diagrammi statistici che, tra infiniti numeri e calcoli, tendono a dimenticare troppo spesso la variabile “piacere”, ovvero il valore dello sguardo di chi li vive, che poi diverrà la messe di dati con il quale la mente costruirà la propria percezione dei luoghi, dunque la piacevolezza di starci o meno, appunto.
Per questo – anche per questo – mi perdo a osservare la città pure dove a nessun altro verrebbe di ammirarla, se non per motivi funzionali in nessun modo estetici. Personale pungolo visivo bizzarro, forse, eppure a suo modo interessante, illuminante e, come detto, identificativo.
E certo, se a ciò si aggiunge la proverbiale (ed effettiva, non leggendaria) pulizia elvetica del suolo pubblico, tanto meglio. Sui selciati la vita cittadina deve scorrere senza lasciare traccia alcuna; un’epidermide urbana ricca di imperfezioni è indubitabile sintomo di malattia (sociale)…

Passi (ne “La Città della Simulazione”…)

Passi (cliccate sull’immagine per vederla in un formato più leggibile) è uno dei componimenti di The City of Simulation | La Città della Simulazione: 14 poesie audio-visuali su CDr, un progetto di Luca Rota e Tiziano Milani prodotto da Setola di Maiale e pubblicato nel 2010 – ma assolutamente attuale nelle sue tematiche e nelle visioni offerte, siano esse in forma sonora o letteraria.

14 poemi audio-visual, intorno e dentro il concetto di città. 14 Mp3 e 14 Jpeg, che vanno a formare un tutt’uno, suono/testo. Oltre tre ore di musica, ed infinite letture/riletture che s’interrogano sulla valenza della forma città odierna. (…) Opera coraggiosissima, di elevata qualità, e inusuale concezione. Potrebbe esser additata da esempio nel futuro.
(Marco Carcasi, Kathodic, 07/12/2010)

Potete leggere QUI tutte le informazioni in merito, oppure visitare il sito del progetto e, se lo ritenete meritevole, acquistare il CD direttamente dal sito di Setola di Maiale, una delle migliori etichette indipendenti italiane, in campo artistico/musicale e non solo.

Elegia Inutile (la razionalità fa’ schivare i colpi di fulmine…)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

Francesco De Girolamo, “Colpo di fulmine a ciel sereno”, 1999.
Quando la vide, da lontano entrando dalla porta, laggiù dietro il bancone, fu come entrare nella sala d’un museo che custodisce la più grande opera d’arte del mondo – e la si vede laggiù, in fondo, lontana ancora e ancora vaga, indeterminata, sì che l’impressione derivante sia quasi di indifferenza… Poi prese ad avvicinarsi, lei sistemava qualcosa dal bancone nei ripiani sottostanti, la figura che si piegava e si distendeva, movimenti limitati e fluidi, non lo guardava ancora, la capigliatura d’un tono così particolare – i colori che si fanno più nitidi e luminosi ad ogni passo, le forme, i tratti, e una certa sensazione d’armonia sembra cominciare a venire da quell’arte, dolce, sublime, ad aprire la mente e il cuore verso quel dono di bellezza imminente. Levò gli occhi, quasi nascosti sotto la frangetta cadente dalla chioma ne rossa e ne arancione, così particolare appunto, si distese, sorrise luminosamente, uscì dal banco – azzurrissimi, quegli occhi – si fece incontro d’un passo o due, sembrò portarsi appresso tutto il mondo che aveva intorno ponendosi in centro ad esso come elemento armonizzante – un’armonia che egli recepì come un qualcosa di enigmatico, ovvero di enigmaticamente dolce, sublime. Le fu davanti, chiese, lei rispose, si dissero ciò che l’occasione imponeva, vicini – lui a lei, lei a lui – ora come unico elemento del mondo, compendiatosi nella visuale fissata sulla sua figura e su quanto di essa, e tutto il resto evanescente intorno, come se un’unica luce illuminasse lei e solo lei, e ne svelasse finalmente il segreto meraviglioso – l’opera d’arte assoluta come unico elemento in quella sala, in modo che ogni cosa tendesse ad essa e dunque si annullasse in essa, in quel luogo e in quel momento unica cosa esistente e importante, e niente altro a poter confrontarsi: tutto il mondo lì, in sostanza, e nulla più.

Aveva le gambe fasciate in jeans attillati, lunghi fino in terra, dal cui orlo sfilacciato sbucava la punta di scarpe dal tacco verosimilmente vertiginoso, che le stagliavano la figura in un paradiso estetico per il quale ogni settimo cielo non era che un basso, lontano e gretto secondo regno – e il sedere piccolo e sodo che reggeva un busto esemplare, quale metro di paragone anatomico d’una nuova razza esteticamente superiore, nel quale la vita minuta pareva esaltare oltre ogni pensabile limite di voluttà la forma del seno rendendolo persino esuberante, con quella maglietta leggera che riprendeva il colore della capigliatura, stretta, aderente, aperta senza indecenza alcuna sul decolleté ma ancor più sulla schiena, a scoprire una pelle di velluto roseo mossa appena dalle scapole, fin dove il contegno e la galanteria speravano fortemente vi fosse l’elastico del reggiseno, appena sotto il punto dal quale la stoffa della maglietta riprendeva a coprire quell’epidermide, e a mantenere vive e attive quelle virtù di cavalleria altrimenti in pericolo di svanire e mutare in pura concupiscenza… Ma il suo viso, peraltro, così dolce, tranquillo, delicato nei tratti, così illuminato da quel sorriso rifulgente e sereno incorniciato da labbra sensuali perché lussuriosamente pudiche, da quegli occhi ad ogni istante più azzurri, profondi ed espressivi, faceva di ogni possibile concupiscenza un desiderio di sublimità, plasmato dalle sue mani, dalle affusolate dita, dalle unghie curate e colorate d’avorio, dalle movenze sinuose, delicate, euritmiche alla sensualità più elevata, come leggiadri movimenti d’una danza ammaliante che il suo corpo eseguiva con la naturalezza d’un angelo che avesse rubato l’arte dell’incanto al diavolo più tentatore elevandola, al sommo apice di fascino e seduzione. Un’opera d’arte totale, definitiva, insuperabile, assoluta, per quel luogo, per quel momento, per quel contesto: la bellezza nella sua forma più pura e inauditamente perfetta.

Ed improvvisamente egli sentì il bisogno indispensabile di essere illuminato dalla sua luce, come se d’un tratto il suo corpo fosse mutato in penombra bisognosa di quel bagliore per non lasciare che la tenebra vincesse sulla luminosità vitale; e sentì che la luce da lei emanata era purissima energia, ne sentì la vibrazione provenire dalla sua meravigliosa figura come se ne sfolgorassero scintille infinite che lo avvolgessero e lo penetrassero nel loro fascio voluttuoso inebriandone i sensi, e scuotendone il corpo come se colpito da una scarica di immensa potenza sessuale…

Il colpo del fulmine d’amore? E cos’è, il cosiddetto e così bramato da tanti colpo di fulmine, se non un singolo istante di totale irrazionalità che storce improvvisamente l’intera vita fino ad avvilupparla attorno ad esso, ovvero causando l’opposto di ciò che dovrebbe essere? Ed esiste veramente, in fondo, o è soltanto l’abbacinamento d’un solo, unico attimo dell’intelletto che perde la propria ordinaria razionalità il tempo sufficiente a credere in ciò che mai avrebbe creduto senza quel lapsus? Un varco rabbrividente si spalanca all’improvviso, come se dal proprio punto vitale, da un istante all’altro, comparisse attorno a sé l’Universo intero in una forma che non potrebbe che apparire incredibile, impossibile, e parimenti ammaliante, irretente; e ogni varco invita al transito immediato, o all’arretramento altrettanto immediato, dacché aperto nell’istante presente e forse già svanito in quello appena successivo: è nel punto di giunzione e separazione tra quella irrazionalità che gode dell’abbacinamento e la razionalità che lo rifugge per mantenere la migliore visuale in fronte a sé, che si decide il transito o l’arretramento, e in cui si genera la voluttà o il dolore, la delizia o il rimpianto, la follia o il senno, un nuovo orizzonte vitale o un velo scuro che ne limiterà una parte e inviterà a voltarsi altrove…

La salutò, privo d’ogni altra parola e altro pensiero; lei gli rispose, illuminò nuovamente il suo viso con quello splendido sorriso, coi suoi denti bianchi e perfetti, coi suoi occhi iridescenti, piegando leggermente in avanti il corpo e incrociando le mani davanti all’inguine, così stringendo inconsapevolmente con le braccia convergenti il seno, che gli parve per un attimo aumentarsi in modo inconcepibile, tremando per un attimo la frangetta di quel colore indefinibilmente unico davanti agli occhi e poi, come in un ultimo fremito di voluttà, tutta la sublime figura, come per avviare l’ultimo, definitivo incantesimo. E gli sguardi, fissi l’uno all’altro, si scambiarono un’estrema, languida lusinga.
Uscì quasi affrettando il passo, dicendosi che era meglio così, e rispondendosi subito di quanto fosse stupido a pensarlo, e di come la razionalità, a volte, sia la cosa più irrazionale possibile…