Il debito pubblico record dell’Italia e il rischio per i territori montani

[Immagine tratta da www.vice.com.]
Durante questo 2026, con qualche anno di anticipo rispetto alle previsioni, il debito pubblico italiano supererà quello greco, finora il peggiore in Europa, diventando così il più alto dell’Unione Europea e il secondo tra i paesi avanzati (dopo il Giappone, che tuttavia è uno stato poco o nulla paragonabile all’Italia); ne dà notizia “Il Post” in questo articolo. Si sapeva che prima o poi sarebbe successo, dato che da anni la Grecia ha impostato un percorso decisivo di riforme e riduzione del debito, sopportando un rigore dei conti e costi sociali anche molto pesanti. In Italia invece negli ultimi anni il debito pubblico ha tendenzialmente continuato ad aumentare – denota l’articolo citato, ma è quasi inutile che lo facesse – per politiche costosissime e inefficienti.

Ciò significa che nei prossimi anni l’Italia destinerà ancora meno risorse di ora per la spesa sociale, aumenterà i tagli, ridurrà i servizi di base; di contro c’è da temere, visto il modus operandi ormai consolidato nei decenni dalla politica italiana, che non saprà (e non vorrà) ridurre gli sprechi, le spese inutili, le iniziative politiche strumentali e propagandistiche che consumano risorse altrimenti disponibili per quella spesa sociale sempre più ridotta e in generale per i bisogni delle comunità.

Ne scrivo perché di tale situazione, domani ancor più di oggi e di ieri, ne faranno le spese i territori montani e le aree interne, zone sempre più sottoposte a criticità di vario genere, sempre più fragili, precarie, indebolite ma già sostanzialmente abbandonate dalla politica oppure circuite e sfruttate per scopi che di vantaggioso alle comunità non portano pressoché nulla. Riguardo le nostre montagne, non posso non pensare (sono ripetitivo e noioso, lo so, ma ne vado fiero) alle centinaia di milioni di soldi pubblici spesi dagli enti pubblici per sostenere l’industria dello sci e molti comprensori già oggi destinati ad una prossima chiusura in forza della crisi climatica e per la loro insostenibilità economica, nel mentre che le scuole e gli ambulatori medici chiudono, i trasporti pubblici vengono ridotti, le strade di montagna subiscono dissesti crescenti, le economie locali non vengono adeguatamente sostenute e per di più sono ostaggio della folle burocrazia nostrana. Soldi inesorabilmente sottratti ad altre cose, tra le quali ci potrebbero e dovrebbero essere iniziative di autentico sostegno alla residenza, al lavoro e alla restanza delle genti di montagna.

Temo, insomma, che tanta parte del peso spaventoso del debito pubblico italiano venga di nuovo scaricato, volutamente o meno, sulle aree interne, sulle montagne e sulle comunità che le abitano e ancora lottano per mantenerle vive e vissute… quelle montagne sovente prive di vera rappresentatività politica e conseguente rappresentanza istituzionale, prive di voce e private di ascolto, prive di autonomia decisionale e anzi soggiogate a disposizioni e iniziative prese in sedi nelle quale la montagna non si quasi nemmeno cosa sia. E per di più – oltre al danno la beffa – costrette, le comunità di montagna, ad ascoltare tanti bla bla bla bla  – «Lotta allo spopolamento!», «Sviluppo dei territori montani!», «Sostegno all’economia locale!», ora pure «Legacy olimpica!», eccetera – che, a fronte della realtà di fatto effettiva del nostro paese, appaiono sempre più parole vuote e ingannevoli, fatte apposta per zittire chi invece avrebbe più di ogni altro di che dire.

No, la montagna italiana merita molto di più e potrebbe veramente diventare quel laboratorio d’innovazione sociale, economica, culturale, demografica e politica che tanti auspicano e invocano, e il primo passo affinché ciò avvenga è che le comunità di montagna riacquisiscano coscienza di sé stesse, consapevolezza politica, coscienza di luogo, senso di comunità. Tutte cose che, credo, la politica non è in grado di dar loro e non vuole nemmeno dare. Dunque, è ora di trarne le debite conclusioni, prima che la situazione diventi irreversibile.

Il X Summit delle Bandiere Verdi a Rovereto, da venerdì a domenica prossimi: l’evento fondamentale per tastare il polso alla montagna italiana

Nel prossimo weekend, da venerdì 15 a domenica 17 maggio, a Rovereto si svolgerà il X Summit Nazionale delle Bandiere Verdi di Legambiente con il relativo Seminario Nazionale presso lo Urban Center della cittadina trentina. Quest’anno il Summit ha il significativo titolo “Controvento. Oltre i modelli intensivi: un nuovo sviluppo della montagna, che compendia alcuni dei temi fondamentali per la realtà presente e futuro-prossima dei territori montani e fa da filo rosso alle relazioni che verranno presentate nel corso del seminario, nella giornata di sabato. Siete tutti invitati a partecipare: è un evento di portata nazionale di grandissimo interesse che permette di tastare il polso alla montagna italiana contemporanea affrontandone alcune delle tematiche più importanti grazie alla presenza e all’esperienza di chi in montagna vive e lavora.

Tra le relazioni del Seminario c’è anche quella che presenterò insieme a Maurizio Dematteis, Direttore dell’Associazione Dislivelli, dal titolo «Misurare» l’accoglienza montana. Come il turismo può dare valore alle comunità”, con la quale illustreremo il lavoro svolto nell’ultimo anno, ovvero dal precedente Summit 2025 di Orta San Giulio, per la creazione della “Carovana dell’Accoglienza Montana” e per l’elaborazione degli strumenti atti alla misurazione del “Valore Aggiunto Comunitario” (VAC) che l’attività delle Bandiere Verdi genera nei propri ambiti locali. Un’attività i cui effetti non sono dati solo dai meri aspetti economici e dalla quantificazione materiale del lavoro svolto, ma anche – se non soprattutto, per realtà del genere – dal capire e misurare come e quanto le Bandiere Verdi sanno fare comunità, arrivando ad istituire un vero e proprio Osservatorio della Carovana dell’Accoglienza Montana che ogni anno possa presentare i numeri reali del VAC generato.

A seguire, io e Dematteis coordineremo il gruppo di lavoro delle Bandiere Verdi dedicato proprio al “Turismo dell’accoglienza montana, nel quale ci sarà anche un intervento di Michele Nardelli, scrittore e grande conoscitore di queste tematiche. Nel secondo gruppo di lavoro, riservato alle Bandiere Verdi che si occupano di agricoltura di montagna, il tema sarà “Convivere con i predatori: il difficile ruolo della pastorizia oggi”, e il coordinamento è stato affidato alla prestigiosa figura di Marco Albino Ferrari.

L’intero programma del Summit lo trovate nella locandina qui sotto, cliccateci sopra per ingrandirla:

Il Summit di Rovereto è l’ennesima tappa di un cammino iniziato più di vent’anni fa grazie al quale il dossier delle Bandiere Verdi della Carovana delle Alpi di Legambiente racconta un pezzo di montagna italiana, offrendo una panoramica di quei tanti esempi virtuosi di adattamento alla realtà montana in divenire nel segno della sostenibilità ambientale in quota, la cui attività, appunto, viene riconosciuta dall’attribuzione della Bandiera Verde: dall’agricoltura all’allevamento, all’enogastronomia locale, alla gestione forestale, ai servizi alle comunità, alla produzione artistica e culturale nonché, ovviamente al turismo. Sono realtà spesso poco considerate dall’opinione pubblica o che restano nell’ombra di tutta quell’altra parte della montagna dei grandi numeri, dei grandi eventi come le Olimpiadi, della fruizione “industriale” delle terre alte italiane ma che, poco alla volta e costantemente, stanno crescendo e ottenendo un successo sempre maggiore. Posto ciò, i Summit annuali rappresentano l’evento principale che sa mettere in evidenza questo pezzo di montagna italiana resiliente e innovativa e le sue innumerevoli realtà virtuose.

Ecco perché partecipare al Summit è importante e interessante: lo è per le Bandiere Verdi, lo è per tutte le realtà assimilabili che lavorano in montagna con la stessa visione di ecosostenibilità, innovazione e relazione con le comunità, e lo è per qualsiasi appassionato di montagna che, grazie al Summit, può accrescere conoscenze, consapevolezze e fascino di ciò che le Terre alte italiane sono oggi e sapranno essere domani.

Per saperne di più date un occhio qui; il modulo d’iscrizione al Summit per la partecipazione ai gruppi di lavoro lo trovate qui.

Ci vediamo a Rovereto!

Il Vallone delle Cime Bianche e la bellezza del “nulla”

Sto ammirando alcune immagini del Vallone delle Cime Bianche, quel meraviglioso luogo d’alta montagna pressoché incontaminato, tra la Valtournenche e la Val d’Ayas, minacciato da un devastante progetto funiviario e sciistico che la Regione Valle d’Aosta vorrebbe imporgli per unire i due comprensori sciistici di Cervinia e del Monterosa Ski.

Osservo le immagini e mi chiedo: perché questo luogo appare così bello? Per le meravigliose montagne che lo contengono, per il mirabile paesaggio, per la Natura incontaminata… sicuramente per tuto questo. Ma c’è un’altra cosa, io credo, che un luogo come il Vallone delle Cime Bianche offre e lo rende così bello e prezioso: perché non c’è nulla. E in un mondo come quello in cui viviamo, iperurbanizzato, antropizzato quasi in ogni suo spazio sfruttabile, modificato e trasformato per adattarlo alle nostre esigenze quotidiane, pieno di tutto dappertutto, il “nulla” diventa qualcosa di raro e inestimabile, dunque di prezioso e di necessario, di salvifico, di bellissimo da contemplare proprio perché alla contemplazione, e alla conseguente elaborazione intellettuale, consente la massima libertà, proprio come la montagna autentica è ambito che manifesta e induce libertà. Il che è poi un’altra manifestazione dell’armonia tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore che genera la relazione culturale tra noi e i luoghi che viviamo e che ci fa sentire bene in essi, quindi bene in noi stessi.

Sempre più persone sanno comprendere e apprezzare questo dono che il Vallone delle Cime Bianche e gli altri luoghi similari offrono: perché vivere per la maggior parte del nostro tempo nel tutto, tra case, strade, manufatti e infrastrutture d’ogni sorta ci determina una percezione, e a volte anche una condizione oggettiva, di limitazione oltre che di miopia verso il paesaggio naturale e la sua bellezza, per come la sua visione sia costantemente condizionata alla presenza delle cose umane. Dunque, poter tornare in luoghi dove queste cose non ci sono, dove il paesaggio è libero, dove nulla lo limita e lo assoggetta, è qualcosa di veramente benefico e salutare se non salvifico, appunto.

Purtroppo, di contro, alcune persone, per loro evidenti problemi nella relazione che elaborano con il mondo e i luoghi in cui vivono, quel “nulla” non lo sopportano, lo ritengono fastidioso, irritante, lo credono un “vuoto” e in quanto tale da riempire appena possibile. Forse perché è vuoto il loro paesaggio interiore e, per questo, in base al principio sopra enunciato ma qui in forma ribaltata, vedono vuoto anche il paesaggio esteriore. Anche quando e dove sia pieno di mille cose meravigliose, che evidentemente non sanno percepire, vedere, comprendere. Il vuoto per loro diventa una fobia ossessiva, li spaventa, un po’ come accade per altre persone con il silenzio: una condizione di assenza di rumori e disturbi acustici percepibili che, per molti versi, rende più sensibile l’ascolto di se stessi. Qualcosa di spaventoso, appunto, per chi sa, più o meno consciamente, di non avere molto da poter offrire all’ascolto.

Ecco, temo sia ciò che accade anche con il nulla, ritenuto “vuoto”, di certi luoghi non antropizzati e ancora incontaminati come il Vallone delle Cime Bianche: la cui meravigliosa, inestimabile assenza di cose umane infastidisce e spaventa chi non sa comprendere la rarità e la preziosità del luogo e per questo cede all’impulso gretto della propria fobica ossessione decidendo che anche lì bisogna fare “cose”, bisogna costruirci qualcosa, bisogna piazzarci l’ennesima funivia, l’ennesimo segno di conquista umana del paesaggio e della sua sottomissione ai voleri, alle mire, agli interessi di quei pochi che, malauguratamente, detengono il potere di comportarsi in questo modo così insensato. Come se nel resto del mondo d’intorno non ci fosse già tutto ovunque, appunto, come se già troppo spazio, troppo suolo, troppa Natura non fossero stati consumati, spesso in modo non solo eccessivo, invasivo e impattante ma pure degradante e distruttivo. No, bisogna fare di più, costruire di più senza porsi limiti, riempire il vuoto, annientare quel nulla, cedere al vuoto e al nulla che si ha dentro, in menti e anime sterili, insensibili, devitalizzate, ormai incapaci di comprendere la bellezza che sta anche nelle cose più semplici e naturali, persino in un Vallone dove non c’è niente e, per questo, c’è tutto ciò che ci serve per stare bene e vivere meglio.

N.B.: ricordo sempre che continua la lotta degli amici di Varasc.it e del Comitato “Insieme per Cime Bianche” volta alla tutela del Vallone, per la salvaguardia del suo ambiente naturale d’alta quota e contro i progetti di sfruttamento turistico. Li trovate qui: https://www.varasc.it

Per contribuire con loro alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Tutte le foto che vedete in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

Un luogo così solenne da far bene anche al più mondano dei mondani

[Foto di Martina tratta da www.komoot.com/it.]

Il Lago di Cavloccio, protetto da un bastione di montagne e circondato su tre lati da un magnifico bosco di larici, è completamente immerso nella natura. Ci appare come un autentico eremita del bosco e nella sua compiutezza esprime qualcosa di profondamente solenne. Fermarsi è d’obbligo: non c’è posto migliore dove fare una sosta e riflettere, ascoltando il lieve movimento delle onde, tranquillamente seduti su una delle rocce sporgenti dall’acqua verde. Intrattenersi alcune ore in riva a questo laghetto, lasciandosi ammaliare dalla magia del luogo appartato e cullare dal flusso dei pensieri, farebbe bene anche al più mondano dei mondani.

[Silvia Andrea (Johanna Garbald-Gredig), La Val Bregaglia. Escursioni nel paesaggio e nella sua storia, Edizioni Casagrande, 2016, pagg.21. Orig. Das Bergell. Wanderungen in der Lansdchaft und ihrer Geschichte, 1901-1920. Trovate qui il mio “articolo-recensione” su questo sorprendente libro.]

[Il Lago in una fotografia scattata tra il 1890 e il 1900, quindi coeva al testo di Silvia Andrea.]
Non me ne vogliano coloro i quali – giustamente per molte ragioni – sostengono che non si debba scrivere di luoghi naturali belli e accessibili al fine di non renderli mete del turismo più massificato e superficiale, che facilmente ne degraderebbe la bellezza e il suo godimento consapevole. Per questo lascio “dire” del bellissimo lago nei presso del Passo del Maloja a Silvia Andrea, che con poche e perfette parole sa trasmetterne la geopoesia per di più rimarcando la necessità della visita contemplativa (lo faceva già un secolo fa, visto che il libro è del 1920 ma la stesura è antecedente!) del luogo, anche per i «più mondani».

[Immagine tratta da www.maps.engadin.ch.]
Purtroppo oggi, troppo spesso, la “mondanità” del turismo preferisce cancellare la poesia dei luoghi per lasciare l’intero spazio al più prosaico consumo di essi. Ma i luoghi come il Lägh da Cavloc restano ciò che sono: solenni, magici, meravigliosi. Se alcuni che li visitano non lo capiscono, be’, sono affari loro, non certo del Cavloccio!

 

La montagna non si “usa”, si vive!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Mi pare evidente che molte persone, quando salgono sui monti, assumono un atteggiamento di mero uso della montagna, per ragioni ludico-ricreative in primis ma non solo per questo. Non gliene faccio una colpa, sia chiaro, si tratta di comportamenti indotti dal costume del momento, da certo immaginario diffuso e, non di meno, da chi ha tutto l’interesse che si frequenti le montagne senza pensare troppo a ciò che si sta facendo perché su quei comportamenti ci costruisce i propri business.

Quanto sopra vale anche in altri ambiti: si pensi a come i beni comuni dei territori montani – acqua, legno, rocce, terre… – non siano definiti così nel lessico diffuso ma «risorse»: qualcosa da utilizzare e sfruttare, al fine di ricavarci una certa convenienza – di tale questione ne ho scritto di recente qui. Una visione prettamente utilitaristica, motivata materialmente dalla necessità di usufruire di quelle “risorse” ma ingiustificabile quando finisca per trascurare cosa realmente siano: beni comuni, appunto, oltre che elementi che danno vita all’intero ambiente, non solo a noi umani (che peraltro dell’ambiente siamo parte integrante, anche se ce ne siamo ormai dimenticati).

Il principio di fondo è lo stesso: molte persone usano le montagne per ricavarci una convenienza personale, sia anche solo il puro divertimento: legittimo, per carità, ma che non dovrebbe dimenticare il senso del contesto. Perché la montagne – territori speciali sotto infiniti punti di vista, inutile dirlo – non vanno “usate”, vanno vissute. Anche per quelle poche ore che ci si sta per svagarsi. Vanno vissute perché fanno vivere: lo sostengono tanti che ci vanno, ad esempio per “rigenerarsi” dalla quotidianità in città. Ecco, appunto: ma se la quotidianità che ci tocca vivere oggi è quasi del tutto fatta di azioni gioco forza utilitaristiche, dobbiamo proprio riproporre questo modus vivendi anche in montagna? Dobbiamo usarla come fosse una mera risorsa dalla quale ricavarci una convenienza personale, o non sarebbe molto più bello e gratificante viverla per quello che è realmente, cioè un bene che ci fa bene?

[Uno dei meravigliosi disegni “didattici” di Michele Comi.]
Posta questa realtà, è triste e irritante constatare che, non di rado, quelli che “usano” le montagne in maniera utilitaristica e, dunque, consumistica – cioè come fossero risorse da sfruttare e consumare – sono gli stessi amministratori locali, i quali invece di riconoscere il fondamentale valore culturale di bene comune dei propri monti, decidono di sfruttarli e “valorizzarli”, cioè metterli a valore così che si possano usare, possibilmente pagando un prezzo. Una mercificazione consumistica, in pratica, come se le montagne fossero territori simili a tanti altri, spazi come quelli urbani concepiti come mere risorse da utilizzare. Quegli spazi che sono diventati dei non luoghi, nei quali conta solo l’uso che se ne può fare perché tutto il resto, la loro bellezza, l’anima, l’identità, si è perso o è stato sacrificato al tornaconto.

Il pensiero che anche le montagne possano diventare dei “non luoghi” dovrebbe essere semplicemente spaventoso. Eppure, ecco la proliferazione di infrastrutture turistiche che non danno nulla ai territori montani (anzi, li degradano) ma che le persone possono usare, la lunaparkizzazione delle montagne le cui specificità paesaggistiche e ambientali vengono annullate e piegate al servizio dell’attrazione ludica, la neve artificiale che, utilizzando l’acqua come “risorsa”, appunto, e dimenticano che sia un bene comune, permette di usare i pendii montani per il mero divertimento di chi vuole sciare anche se non ci sono le condizioni per farlo – di chi si disinteressa della montagna e della sua realtà, in buona sostanza. Eccetera, di esempi simili se ne possono fare molti.

Ma la montagna, quando usata, mercificata, consumata, venduta come una risorsa da sfruttare, viene condannata alla decadenza. Come ogni luogo che va vissuto e invece ciò non avviene. E ogni risorsa troppo sfruttata, senza consapevolezza, senza buon senso, senza limiti, prima o poi finisce. Siamo disposti a correre questo rischio? Possiamo essere talmente stolti?