Vittorio Peretto, “Manifesto di un ecogiardino”

Cos’è un giardino, se non la più compiuta definizione materiale elaborata dall’uomo nei riguardi della Natura da lui abitata? Ma forse non solo materiale: «Per fare un giardino ci vuole un pezzo di terra e di eternità.» scrisse Gilles Clément, uno dei maggiori teorici del giardino in quanto espressione della presenza umana nel mondo (qui trovate la mia “recensione” del suo Manifesto del Terzo Paesaggio), evidenziando anche la presenza di un elemento immateriale, quasi “sacro” nell’azione dell’uomo che crea un giardino – citando indirettamente, Clément, Martin Lutero il quale sosteneva che «Ogni giardino è un libro di Dio».

Ma nel mondo di oggi, nel quale l’uomo che troppo spesso si crede “dio” e per questo si permette di fare tutto ciò che vuole, sovente senza comprendere il portato delle proprie azioni e così cagionando al mondo danni profondi e ignobili, c’è bisogno di fermarsi un attimo e ripensare la nostra presenza rispetto all’ambiente naturale che ci circonda, fin da quelle pratiche che, appunto, ne rappresentano la manifestazione più diretta. Da questi principi – e da molto altro – nasce Manifesto di un ecogiardino, di Vittorio Peretto (Hortensia/Platform Network, 2023), agrotecnico, architetto paesaggista, artista e fondatore dello studio di progettazione ambientale Hortensia Garden Design, opera come altre “tradizionalmente” pubblicata in prossimità del Natale che accompagna il lettore alla scoperta e alla conoscenza di una peculiare «postura nel mondo», ovvero di un cambiamento di prospettiva, responsabile e interessato, che possa agevolare la transizione da “antropocentrico” a “ecoantropocentrico” []

[Vittorio Peretto.]

(Potete leggere la recensione completa di Manifesto di un ecogiardino cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Simone Aime, “La Valle Gesso e l’idroelettrico”

In Italia si contano oltre 530 grandi dighe, considerando con tale designazione ogni «sbarramento di ritenuta (diga o traversa fluviale) di altezza superiore a 15 m o che realizza un serbatoio artificiale di volume superiore a un milione di metri cubi di acqua», come recita la definizione istituzionale; numero al quale vanno aggiunte qualche migliaia di impianti minori. La maggior parte degli sbarramenti – pressoché inutile rimarcarlo – si trova sulle montagne italiane: gioco forza, visto che è dai monti che scende l’acqua e sui monti è relativamente più semplice costruire bacini di ritenuta, vista la morfologia favorevole delle vallate montane.

Più di 530 grandi dighe potrebbero sembrare tante, considerando l’imponenza di molte di esse, oppure poche, nell’ottica della vastità dei territori montani nazionali. In verità il numero è piuttosto relativo dacché, appunto, contano soprattutto le dimensioni degli impianti in relazione alle risorse idriche disponibili nei territori in cui sono stati realizzati. In ogni caso sulle nostre montagne le grandi dighe sarebbero potute essere molte di più, se si fossero concretizzati tutti i progetti elaborati al riguardo lungo tutta la prima metà e fino agli anni Sessanta del secolo scorso soprattutto nelle vallate alpine.

Tra di esse, nel settore sudoccidentale delle Alpi, la Valle Gesso è una di quelle più significative, innanzi tutto dal punto di vista geomorfologico, visto che la definizione toponomastica al singolare nasconde in realtà un articolato e peculiare sistema di convalli, valloni laterali, vallette e vallecole secondarie, tutte estremamente ricche di acque. Inoltre, proprio in forza della vastità e della ricchezza della rete idrografica, perché la Valle Gesso sarebbe potuta diventare un territorio tra i più infrastrutturati in assoluto, sulle Alpi italiane, per lo sfruttamento delle sue acque a fini idroelettrici, grazie a un ponderoso progetto concepito al riguardo negli anni Venti del secolo scorso, proprio quando cominciò la fase realizzativa più intensa dell’epopea idroelettrica alpina e presero a nascere un po’ ovunque grandi sbarramenti.

La storia idroelettrica “mancata” della Valle Gesso è raccontata nel nuovo libro di Simone Aime, 1924-2024. La Valle Gesso e l’idroelettrico. Il progetto originale e mai realizzato (Primalpe, Cuneo, 2024), già autore di un altro notevole testo sul tema nella stessa zona, quello dedicato alla Diga del Chiotas, sopra Entracque, uscito nel 2021 (ne ho scritto anche nel mio Il miracolo delle dighe) e per il quale il nuovo volume rappresenta la chiusura di una sorta di cerchio geostorico []

[Simone Aime durante una recente presentazione del libro.]
(Potete leggere la recensione completa di La Valle Gesso e l’idroelettrico cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Max Cavallari, “Acquaintance. Search and Rescue in the Mediterranean Sea”

Ormai lo sappiamo tutti cosa accade da almeno due decenni a questa parte nel Mar Mediterraneo a seguito dell’immigrazione dalle coste africane.

O forse no, non sappiamo affatto cosa accade, consapevolmente o meno. Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che il Mediterraneo – il mare nostrum da sempre, come avevano ben capito i Romani – sia diventato una gigantesca fossa comune sommersa nella quale negli ultimi dieci anni sono finiti 28.000 mortipiù di 2.500 nel corso del 2023.

Non si può spiegare, in una parte di mondo che si definisce civile, avanzata e paladina dei diritti umani. Se non che, appunto, non abbiamo ancora capito nulla di quanto accade, non vogliamo capire, non sappiamo farlo, così che la realtà dei fatti ci scivola addosso e con essa quei numeri, le notizie dei media al riguardo, le immagini, le testimonianze. È una manifestazione contemporanea di quella «banalità del male» postulata da Hannah Arendt nel suo celebre libro: ci siamo così assuefatti – o ci siamo voluti assuefare – alle immagini e alle notizie pur spaventosamente tragiche sui naufragi nel Mediterraneo riportare dai media che non ci facciamo più caso, come fossero cose normali dunque banali, appunto, trascurabili.

Non so dire se, per evitare tale forma di degrado morale e culturale collettivo, sia necessaria una nuova narrazione degli accadimenti del Mediterraneo – al netto di tutte le sovrascritture politiche, ideologiche, strumentali, propagandistiche. Tuttavia posso certamente affermare che Acquaintance – Search and Rescue in the Mediterranean Sea, il libro del fotografo Max Cavallari (Casa Editrice Seipersei, 2023, con un’introduzione di Valerio Nicolosi) che racconta la sua esperienza a bordo della nave SAR “Humanity 1” della Ong tedesca United4Rescue nel Mediterraneo, durata 40 giorni con 180 migranti recuperati in mare, è un’opera testimoniale che offre una narrazione diversa di quanto sta succedendo e assolutamente originale nel senso più virtuoso del termine […]

[Max Cavallari, immagine tratta dalla sua pagina Facebook.]
(Potete leggere la recensione completa di Acquaintance. Search and Rescue in the Mediterranean Sea cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Anna Rizzo, “I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia”

«Borghi», «aree interne», «luoghi del cuore»: pensate a quante definizioni utilizziamo abitualmente per identificare tutta quella (gran) parte di paese – cioè di Italia, ovviamente – che non sia città e aree metropolitane e alla quale, spesso se non sempre, ci si riferisce come se fosse una specie di paradiso sospeso nel tempo, dove c’è (si pensa/si è convinti che ci sia) natura incontaminata, aria buona, quiete, paesaggi idilliaci e, appunto, piccoli paesi nei quali siamo portati a pensare e credere che sia bello vivere, a differenza delle città iper cementificate, inquinate, rumorose, pericolose, eccetera.

Vero, sarebbe bello abitare in posti così belli… se avessero medici di base, ospedali vicini, sportelli postali e bancari attivi, scuole aperte, connessioni internet. Ma sovente non ce li hanno, oppure ce li avevano e ora non più perché la spesa pubblica non si può permettere di mantenere certi servizi in centri che hanno un millesimo degli abitanti di una città di media grandezza… però sarebbero (sono) cittadini anch’essi come quelli metropolitani, e dunque? Dunque per non sentirsi persone “inferiori” tocca loro abbandonare il «borgo» nel quale vivevano e trasferirsi dove la dignità della vita quotidiana sia meglio preservata: come si può dunque pensare che altri, giammai abituati a quella ruralità così depressa, possano trasferirsi in quei posti solo perché il bando di turno offre case a un Euro o sgravi fiscali per aprire un’attività commerciale? E poi, acquistata casa e aperta l’attività? Non vi sono banche né poste, la scuola è a 10 km e il medico di base più vicino a 20, le strade sono rimaste all’Ottocento, cinema, teatri o musei non se ne vedono nemmeno con il binocolo, internet o non c’è o c’è solo se fa bel tempo, se piove forte o nevica si resta isolati… Insomma, siamo tutti, o quasi, vittime e complici di un gigantesco inganno politico e mediatico che da decenni ha costruito un immaginario delle cosiddette «aree interne» del tutto distorto il quale, alla lunga, sta paradossalmente (ma forse nemmeno troppo) contribuendo alla loro fine, anche più rapida di quanto naturalmente sarebbe potuto accadere.

Anna Rizzo, antropologa illuminante che ormai da tempo seguo – anche se non con l’assiduità che vorrei – delle aree interne dell’Italia offre ne I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia (il Saggiatore, Milano, 2022) una disamina lucida, vibrante, lontana anni luce da ogni retorica, appassionata, intima, rabbiosa ma di quella rabbia di chi comprende l’inestimabile valore di un tesoro da troppo tempo trascurato, insozzato, dilapidato che tuttavia si vorrebbe far credere luccicante come non mai []

(Potete leggere la recensione completa de I paesi invisibili cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Alberto Paleari, “Narratori delle montagne”

Vi sono delle particolari zone di montagna che potrebbero essere identificate, oltre che dalle rispettive caratteristiche geografiche e antropiche, anche da una specifica figura di autore letterario che, scrivendone nei propri libri e facendone il soggetto geografico principale delle storie narrate, è diventato o diviene per esse il principale “cantore”. Penso ad esempio alla Surselva e a Arno Camenisch, all’Engadina e a Oscar Peer, e penso ormai anche alle montagne del Lago Maggiore e a Alberto Paleari, che da tempo le ha rese protagoniste di molti dei suoi scritti e, ancor più – o, per meglio dire, in quanto – luogo di vita e di vagabondaggi vari e assortiti. Proprio come si può leggere in Narratori delle montagne (Monterosa Edizioni, Verbania, 2023) ultima sua fatica letteraria (e camminatoria, è proprio il caso di dire!) nella quale la relazione che Paleari ha intessuto con questa regione delle Alpi tra Italia e Svizzera, geograficamente assai articolata, che fa da quinta montana al bacino settentrionale del Verbano – dal Mottarone in su e fino a Locarno, per intenderci – diventa manifesta e a sua volta assai articolata, costruita su un palinsesto di diverse percezioni sensoriali e elaborazioni culturali che agevolano a Paleari la creazione del personale paesaggio interiore, riflesso e sviluppo di quello esteriore, la cui presenza nell’intimo segnala la concretezza della relazione con i luoghi vissuti, esplorati e raccontati.

Detto ciò, Narratori delle montagne è parimenti un libro narrativamente “articolato”, innanzi tutto per come rappresenta un compendio di due testi apparentemente diversi nella forma ma assai simili, per non dire complementari e conseguenti, nella sostanza []

(Potete leggere la recensione completa di Narratori delle montagne cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)