Le cascate d’acqua sul Cervino e noi

Ma, in fin dei conti, cosa ci resterà di quest’immagine?

Ha fatto il giro del web, inizialmente creduta falsa da quanto sembrasse impossibile, poi ne hanno scritto decine di media, ha ricevuto migliaia di commenti, ha sconcertato, spaventato, inquietato, fatto discutere e dibattere in maniera tanto sensata quanto a volte stupida, come al solito.

Già: ma una volta passato tutto questo che cosa ci rimane realmente di ciò che l’immagine ci ha detto? Ne abbiamo appreso, capito, imparato qualcosa di buono e utile, oppure tra un po’ la riterremo soltanto una bizzarria dell’anno in corso come innumerevoli altre immagini passate sui social media e più avanti nemmeno ce la ricorderemo più? Oppure già ora abbiamo deciso che non ci ha detto e trasmesso nulla, facciamo spallucce e andiamo oltre?

La psicosociologia ci insegna che noi crediamo in ciò che vediamo: ma vedere non è osservare, è semplicemente un cogliere sensorialmente un’immagine, mentre trasformare la visione in osservazione comporta un’adeguata e articolata elaborazione intellettuale di ciò che si coglie e vede, in modo da saper evolvere l’osservazione al rango di nozione, di conoscenza, di esperienza. Sicuramente tantissimi hanno fatto tutto ciò, di fronte all’immagine in questione, ma certamente tantissimi altri no. E non riuscire a farlo temo segnali il decadimento della nostra relazione culturale con l’ambiente e il paesaggio, che è poi alla base della scarsa sensibilità diffusa verso le loro tutele.

Lasciare scivolare via l’immagine del Cervino rigato da enormi cascate d’acqua piovana e di fusione glaciale-nivale come se nulla fosse e raccontasse, fatta cadere con noncuranza nel grande dimenticatoio ove finiscono molte delle visioni del mondo in cui viviamo che così non possono diventare esperienza e memoria è, in realtà, ciò che rende quelle cascate d’acqua realmente inquietanti, anche più di ogni altro aspetto correlato.

P.S.: trovate qui un interessante articolo di approfondimento riguardo quanto accaduto sul Cervino di “RSI-Info”.

«Ascoltare la paura»

[Il versante svizzero del Gruppo del Bernina. Foto di Michele Comi.]

Ho paura. E credo sia giusto dirlo. […] La verità è che faccio sempre più fatica a fidarmi di un ambiente che sta cambiando sotto i nostri occhi. I ghiacciai si ritirano, il permafrost si degrada, pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere. Vedere cascate d’acqua oltre i quattromila metri sul Cervino non è un’anomalia curiosa, è il sintomo di una montagna diversa. […] Non è una rinuncia definitiva e nemmeno una dichiarazione di resa. È, semplicemente, il tentativo di ascoltare quel sottile istinto che in montagna spesso vale più dell’orgoglio.

Mentre ci sono personaggi pubblici di conclamata inadeguatezza morale, civica e politica* che scherzano sulla crisi climatica sostenendo che «ci abitueremo al clima caraibico in Europa» (secondo l’OMS, negli ultimi quattro anni il caldo estremo in Europa ha causato oltre 200.000 decessi, per dire), Michele Comi, da rinomata guida alpina qual è e ancor più da profondo conoscitore delle montagne e del paesaggio naturale alpestre, scrive alcune riflessioni, dalle quali ho estratto i brani lì sopra, che trovo non solo estremamente intelligenti – dal latino intelligĕre, «leggere dentro», in tal caso dentro la realtà e l’anima delle montagne – ma anche profondamente umane, cioè di chi sa di essere l’elemento di un sistema complesso, come ogni altro organismo vivente, per il cui benessere occorre che stia bene l’intero pianeta in ogni sua parte, e se ciò non accade inesorabilmente si degraderà anche la vita di chiunque su di esso. Come infatti sta accadendo.

Ma per far stare bene il mondo sul quale viviamo, dunque noi stessi, dobbiamo avere una relazione con esso, dobbiamo saperlo percepire, ascoltare, comprendere, aiutare se possibile ed equilibrare la nostra vita con la sua. Relazione che, purtroppo, tanti hanno perso, a partire da molti di quelli che il mondo lo governano e dunque dovrebbero essere i primi a saperlo ascoltare: invece ascoltano solo il proprio ego, la propria supponenza, i propri biechi interessi di potere, di denari, di supremazia. Perché chi dice che «ci abitueremo al clima caraibico in Europa» sa benissimo che non è vero, che non sarà così, che andremo incontro a conseguenze sempre peggiori: lo sostiene solo per difendere le proprie posizioni di potere fregandosene di ogni altra cosa, a partire da quelli che lo ascoltano e magari applaudono: le sue prime vittime.

Io invece voglio fare come Michele Comi: tentare di ascoltare quel sottile istinto che in montagna – e non solo lì – spesso vale più dell’orgoglio. Ascoltare la Terra, dialogarci insieme, comprendere i suoi messaggi, farne un insegnamento prezioso, una conoscenza inestimabile. Già, vale molto più dell’orgoglio: vale come la vita, cioè come nessun altra cosa.

*: non provateci nemmeno a citare posizioni politiche, compagini di partito, ideologie di questa e di quella parte e altre fregnacce del genere. Sono la persona più distante da queste cose che si possa trovare nel Sistema Solare, e forse anche al di fuori.

Il sudario del Presena

Nella bella e significativa immagine qui sopra (fateci clic per ingrandirla) l’amico Fabio Sandrini, notevole fotografo di montagne (in primis di quelle casalinghe alto-camune), inquadra la conca del Presena, in cima alla quale giunge l’impianto di risalita che sale dal Passo del Tonale. Al centro della conca ciò che resta del Ghiacciaio del Presena è coperto dai teli geotessili, sistema in uso da qualche tempo su alcuni ghiacciai sciabili al fine di rallentare la fusione del ghiaccio.

L’immagine di Sandrini rende come poche altre l’idea e la suggestione di cosa realmente appare quel telo: un sudario che copre un corpo glaciale morente, il cui biancore spicca nel grigio del paesaggio d’alta quota altrimenti ormai deglacializzato, “sporco” solo di qualche chiazza nevosa giallastra. Tenete conto che sul Presena fino agli anni Novanta si sciava anche in estate e vi erano piste tra le più belle delle Alpi centrali, frequentate da molte squadre nazionali per gli allenamenti estivi.

Ancora oggi i teli geotessili vengono presentati come il più “virtuoso” sistema di salvaguardia dei ghiacciai contro il cambiamento climatico e gli effetti conseguenti, ammantando il tutto con chiare sfumature “eco” e “green”. Non è affatto così: come spiegano i glaciologi, i teli geotessili non “salvano” il ghiacciaio ma servono solo a tutelare il più a lungo possibile il business dei gestori dei comprensori sciistici, e al contempo presentano numerose conseguenze negative per gli ambienti naturali che ospitano i ghiacciai coperti. Sono parte del problema, non la soluzione.

Come ha spiegato bene già qualche tempo fa uno di quei glaciologi, Giovanni Baccolo, «Dipingere la copertura dei ghiacciai come uno strumento per combattere il cambiamento climatico e il riscaldamento globale è profondamente sbagliato. Tali pratiche hanno infatti diversi impatti negativi sull’ambiente e possono essere accettate solamente come interventi a protezione di interessi turistico/economico locali legati a specifici ghiacciai. Spacciarli come un “salvataggio” è errato da un punto di vista scientifico. È anche un messaggio distorto che rischia di creare confusione e danneggiare la sensibilità ambientale delle persone che negli ultimi anni si è progressivamente consolidata.»

[Veduta ravvicinata dei teli geotessili del Presena. Si noti la profusione di plastica a “corredo” dei teli. Foto di AlchemyGarlet, opera propria, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]
Ecco anche perché, a me, la visione del Presena coperti dai teli geotessili immortalata da Fabio Sandrini genera l’inequivocabile presenza, lì, di un lenzuolo funebre. Non solo perché sembra proprio che sotto i teli vi sia un corpo inerme, disteso sul fianco della conca, che i teli coprono e parimenti nascondono alla vista per non urtare troppo la sensibilità di chi abbia cura delle montagne. Anche perché quei teli-sudari soffocano – con l’inganno – la consapevolezza culturale circa le conseguenze del riscaldamento globale sui ghiacciai solo allo scopo di difendere gli interessi economici dei gestori dei comprensori sciistici, ai quali – giustamente dal canto loro ma discutibilmente per chiunque altro – non interessa tanto la vitalità residua del ghiacciaio ma quanto sia ancora possibile sfruttarlo. Guarda caso, i gestori del comprensorio sciistico che tentano di spacciare per “virtuosa” la copertura del Presena scrivono del ghiacciaio come se stessero proteggendo tutta la sua superficie, quando invece – come si vede bene dalla fotografia di Sandrini – i teli coprono solo la superficie occupata dalla pista di sci. Della restante parte di “ghiacciaio salvato” evidentemente non interessa nulla.

Ma, a ben vedere, lo si può ancora definire “ghiacciaio”, il Presena così manipolato? O forse è stato trasformato anch’esso in una manifestazione di autentico greenwashing e dello sfruttamento affaristico delle montagne da parte dell’industria turistica?

Concludendo, cito ancora Giovanni Baccolo: «I ghiacciai si salvano solo stabilizzando il clima del pianeta, non esistono scorciatoie. I più recenti studi hanno mostrato che se non limiteremo le emissioni di gas serra in atmosfera nei prossimi decenni, i ghiacciai alpini saranno quasi del tutto scomparsi entro la fine del secolo. Gli stessi studi sottolineano che se saremo capaci di ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili e contenere l’incremento delle temperature planetarie entro i 2 °C rispetto al periodo preindustriale (accordo di Parigi), salveremo il 40% del ghiaccio oggi presente sulle Alpi».

Ecco, null’altro da dover aggiungere.