Vicosoprano, la fascinosa microcapitale della Bregaglia, dove si può praticare una deliziosa flânerie alpina

[L’abitato di Vicosoprano nel fondovalle della Bregaglia e le montagne che delimitano il lato sinistro idrografico della valle, sul confine con l’Italia, viste dal Piz Cam. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Negli scorsi giorni di vacanza ho finalmente visitato una località alla quale sono passato accanto centinaia di volte, lungo la veloce e trafficata strada cantonale che conduce da Chiavenna all’Engadina, in Svizzera, senza mai fermarmi perché sempre attratto da altre mete montane: Vicosoprano, capoluogo un tempo amministrativo e sempre morale/culturale della Val Bregaglia, una delle zone più speciali di tutte le Alpi.

Un abitato la cui grandezza è inversamente proporzionale al fascino che emana ogni elemento che lo compone, che pare forgiato direttamente dalla peculiare geografia naturale e dalle vicende umane che ne caratterizzano la storia della quale ne rapprende il divenire nel tempo. Vicosoprano infatti, con le sue case più o meno signorili, sovente affrescate, che ombreggiano un labirinto di vicoli selciati, le torri medievali, i fienili e le stalle con la struttura a blockbau (inopinata influenza Walser?), le chiese riformate o no, è un luogo realmente sospeso nel tempo – anche in presenza di pur frequenti edifici recenti appena al di fuori del centro – ma non solo: sospeso pure sull’irrequietezza che scazzotta di continuo il mondo ordinario e la nostra quotidianità la quale si palesa comunque nella velocità dei mezzi che corrono lungo la cantonale verso le allettanti attrattive turistiche engadinesi (come ho fatto anche io infinite volte, appunto, perdendomi inconsapevolmente cotanta bellezza; d’altronde è la stessa strada che letteralmente sfiora l’atelier – e la dimensione domestica – di uno dei più grandi artisti della storia, Alberto Giacometti, senza che tanti se ne rendano conto e vi rivolgano un minimo pensiero).

Sarà poi che Vicosoprano l’ho visitato in un tranquillissimo giorno feriale, caldo ma non afoso, durante il quale ho visto passare tra le sue vie più mezzi agricoli che autovetture ordinarie e contato le persone in giro con entrambe le dita delle mani avanzandone un paio (di dita), con le case che mi hanno protetto – e proteggono di norma, spero – dal rumore veicolare della strada cantonale (comunque già meno intenso di qualche giorno prima, intorno al Ferragosto) garantendomi una deliziosa quiete sonora e sensoriale, e la costante vista delle possenti vette bregagliotte dominanti l’abitato duemila metri e oltre più in alto (ma senza essere opprimenti, anzi, proteggendone la dimensione peculiare), insomma, tutto ciò mi ha fatto sentire bene, a Vicosoprano. Come ci si sente bene in quei luoghi che, fin dai primi istanti nei quali ci giungi ti accolgono con pacata e sincera cordialità, senza troppi fronzoli, senza pretendere che tu ti debba entusiasmare, senza strattonarti per mostrarti questa e quella cosa «da vedere assolutamente». Il Genius Loci del borgo, vecchio e saggio (vanta più di due millenni di storia accertata) nonché altrettanto gentile e bonario, non ti si mette davanti pretendendo che tu lo segua ma si tiene a lato, mezzo passo indietro, lasciando che sia il visitatore a praticare nel borgo una minima ma deliziosa flânerie, per la quale più che mai non contano tanto i passi camminati nel luogo (ne bastano circa 400 per attraversare il centro di Vicosoprano per la lunga!) quanto i dettagli peculiari raccolti, meditati, apprezzati in esso e resi emozioni, altrettanto piccole ma parecchio intense, a volte sorprendenti quando non stupefacenti.

Vicosoprano va visitato così, perdendosi in esso ben sapendo che sia impossibile farlo nella sua minuscola urbanistica ma di contro sia possibilissimo che accada nella sua delicata avvenenza e nel fascino distensivo dei suoi vicoli, peraltro già molto elvetici (siamo a pochi chilometri dall’Italia ma sembrano molti), lasciandosi incuriosire e attrarre da qualsiasi grande o piccolo dettaglio il suo paesaggio urbano offra allo sguardo sensibile. Non serve una guida se non per sapere sommariamente cosa si ha di fronte, in fondo le informazioni storiche e turistiche sul paese si riassumono in poche righe (ma non dimenticate che lungo la Bregaglia è passata molta della storia delle Alpi, antica e moderna); basta essere curiosi e appassionati flâneur o, se preferite, psicogeografi alla deriva, facendosi guidare dai sensi, dalla curiosità, dall’intuito e dall’istinto, dalla voglia di scoprire e dalla consapevolezza che spesso le scoperte più belle non si misurano in quantità ma in qualità e che tale qualità a volte non si vede, non si coglie, resta discosta o nascosta e dunque alla fine scoprirla regala suggestioni ancor più vivide e profonde.

Trovate che sia un consiglio di visita piuttosto eccentrico, questo? Be’, sappiate che, tra le varie iscrizioni che accompagnano gli affreschi di tante case di Vicosoprano se ne legge una che dice: «Non c’è uomo su questa terra che non abbia un briciolo di follia». Evviva i luoghi artistici, architettonici, monumentali, turistici all’ennesima potenza, quelli che bisogna giustamente, logicamente, necessariamente visitare e vedere almeno una volta nella vita – ritrovandosi spesso tra decine di migliaia di altri visitatori e tra rumore, confusione, chiasso, calca… inevitabilmente, appunto. A volte c’è più “follia” nelle cose ordinarie, nonostante ci si aspetti che siano esattamente così (ve la immaginate una visita solitaria al Colosseo o alla Tour Eiffel? Sarebbe del tutto straniante e confondente, a ben vedere!) invece che in certi altri luoghi che sfuggono al tempo presente, sempre così forsennato e pretenzioso verso le nostre vite, e si lasciano governare da dinamiche differenti, non per questo migliori (almeno per chiunque) ma diverse, appunto, inconsuete, speciali e anche per ciò alla fine più sorprendenti di quelle solite, forse.

In effetti anche i flâneurs venivano presi per dei tipi un po’ fuori di testa e la stessa deriva, pratica fondamentale della psicogeografia, per come venne teorizzata da Debord è un metodo di abbandono degli schemi mentali ordinari, quelli che facilmente provocano fenomeni di alienazione nell’uomo contemporaneo ma che dal suo stesso sistema vengono ritenuti (e imposti) come il “pensiero comune”. Un abbandono necessario al fine di cogliere ciò che la realtà offre in abbondanza ma la nostra mente non è più in grado di percepire e apprezzare come dovrebbe, nonostante sappia regalare infinite, preziose fascinazioni.

Ecco, anche Vicosoprano – si può dire – è un luogo sospeso al di sopra degli schemi mentali ordinari nel quale si può invece ritrovare il gusto, il piacere e la bellezza della scoperta minima ma intensa, facendosi influenzare dal fascino del luogo e diventando parte del suo paesaggio geografico e antropico, naturale e umano. Cioè parte di una bellezza solo apparentemente piccola, in realtà delicata tanto quanto penetrante nella mente, nel cuore e nell’animo.

N.B.: salvo quella in testa al post, che infatti è bella, le altre foto le ho fatte io e non sono granché, d’altro canto non sono un fotografo e uso uno smartphone non recentissimo. Accontentatevi, se potete.

Big bench? Small charity! Facciamo qualche conto in tasca, alle panchine giganti

[Ecco un altro luogo dove serviva proprio una panchina gigante per poter ammirare il paesaggio, vero? Monte Carza, Trarego Viggiona (Verbania). Immagine tratta da qui.]
Ribadisco: il terribile e volgare fenomeno delle “big bench”, le panchine giganti sparse a centinaia per il territorio italiano, nonostante se ne stiano installando ancora è già in declino. Come d’altronde accade per tutte le cose prive di senso, che rapidamente entusiasmano e poi in breve stancano.

In ogni caso, da quelli che ancora le sostengono e al netto delle motivazioni di matrice meramente ludica, viene spesso esaltata la funzione “benefica” che avrebbero le panchine giganti, per la quale la “Fondazione Big Bench Community Project” (BBCM) che le promuove destina «una gran parte delle donazioni che riceviamo a progetti proposti dai territori in cui è installata una grande panchina, che coinvolgano i bambini e l’arte» – così si legge sul sito. In questo modo, chi critica le panchinone viene pure ritenuto una brutta persona che va contro alla beneficenza grazie ad esse raccolta e donata.

Benissimo, analizziamo nel dettaglio la questione. Leggo dal sito BBCM che la “Fondazione” ad oggi ha erogato 13.500 Euro. Sì, ma lo ha fatto in 14 anni (la prima panchina gigante è del 2010) e su un totale di 366 panchine esistenti: fanno meno di 37 Euro a panchina erogati.

Trentasette Euro a panchina. Già.

Seriamente: di cosa stiamo parlando?

Sia chiaro: piuttosto che niente meglio piuttosto, come dicono a Milano. Tuttavia, permettetemi di sostenere, per esperienza personale diretta, che con una marea di altri progetti, anche piccoli, realizzati al fine di “valorizzare” veramente i territori si possono ottenere ben altre erogazioni, a partire da quelle delle Fondazioni di comunità a vantaggio reale dei soggetti che in quei territori operano per sostenere «lo sviluppo della creatività dei bimbi» (cito sempre dal sito) e la cultura in generale, senza andare a piazzare manufatti così “ignoranti” – rispetto ai luoghi che dicono di voler valorizzare e invece degradano, anche vista la loro ripetitività – come le panchine giganti, peraltro guarda caso gradite innanzi tutto da adulti ai quali poco o nulla interessano tanto gli scopi benefici quanto i luoghi attraverso la cui “valorizzazione” verrebbero sostenuti. Forse anche per questo le somme erogate sono così esigue. Sarò cinico, forse, ma la realtà dei fatti è questa, per come la si può rilevare dalla sua stessa fonte.

«Come ritornare bambini riscoprendo il paesaggio»: così recita lo slogan sulla home page del sito BBCM. Peccato che i bambini scoprono il paesaggio esplorandolo, correndoci dentro, rotolandosi nei prati, sporcandosi le mani di terra, emozionandosi dietro ogni albero, ogni dosso, ogni crinale raggiunto e superato e facendosi domande su ogni cosa che colgono, non selfies. E tanto più non grazie a un giocattolone fuori misura cementato a terra e fatto per gli adulti in cerca solo di selfies, appunto.

N.B.: sull’ultimo numero de “La Rivista” del Club Alpino Italiano si può leggere un articolo assolutamente significativo sul fenomeno “panchine giganti” di Luca Gibello, architetto, direttore de “Il Giornale dell’Architettura” e fondatore dell’Associazione Culturale “Cantieri d’Alta Quota” (nonché valente alpinista) che vi consiglio caldamente di leggere, se potete.

I panorami, le panchine giganti e noi poveri scemi

[Una escursionista primitiva che osserva il paesaggio indegnamente seduta per terra. Vergogna!]
Certo che dovevamo essere ben scemi noi che siamo andati per decenni sulle montagne o in altri posti notevoli e, giunti in qualche punto panoramico, non abbiamo mai capito che per goderne sul serio la bellezza c’era bisogno di una panchina gigante, di una passerella a sbalzo, un ponte tibetano o altre cose simili! E per questo quante buone occasioni per scattarci un selfie da postare sui social ci siamo persi, poi!?

Assurdo, vero?

Gli escursionisti di oggi invece sì che si sono fatti intelligenti e hanno capito che senza di quelle cose i posti e i panorami belli mica si possono vedere veramente! Così, coi loro smartphone di ultimissima generazione, arrivano lassù, salgono sulla panchinona (occhio a non cadere!) o sulla passerella a sbalzo (wow, che brividi!) scattano un paio di selfies, li postano all’istante sui social e via, al prossimo panorama!

[Oggi il paesaggio è superfigo osservarlo da una panchina gigante così! Wow!]
Ah, ma com’è che si chiamava il posto? Vabbé, chi se ne importa: il selfie è on line e sta facendo un botto di like, questo conta!

Già.

Scemi noi a non aver mai capito come funzionavano le cose, ad arrivare lassù e a osservare il paesaggio seduti per terra, su un tronco o, quando ci andava bene, su una ordinaria panchina di legno, e magari restando lì per delle mezz’ore a cercare di riconoscere le montagne, le valli, i paesi, e ogni altra cosa che vedevamo oppure, semplicemente, a perdere lo sguardo (scemi e pure svampiti, noi) nella bellezza che avevamo di fronte. Che primitivi!

Ma il paesaggio lo osserviamo veramente?

[Foto di Linus Mimietz su Unsplash.]
Quanto tempo passiamo a guardare il mondo che abbiamo intorno?

Forse troppo poco. Giusto qualche secondo, il tempo di arrivare a poter pensare o esclamare «che bel paesaggio!» e poi andiamo oltre, spesso risolvendo il tutto con quella constatazione assai convenzionale, a volte proferita perché sì, senza conferirle un senso e un valore autentici.

Invece, credo che il mondo e i suoi paesaggi andrebbero osservati (non semplicemente visti o guardati) a lungo, dovrebbe rappresentare un’abitudine consolidata, questa, ogni qual volta ve ne sia l’occasione e il motivo.

Osservare il paesaggio senza pensare a cosa si sta cogliendo, lasciare che sia il paesaggio stesso a “raccontarsi” ai nostri sensi – a tutti, non solo alla vista – e solo dopo cominciare a meditare su quel racconto, cioè quando cominciamo a sentire che il paesaggio esteriore si sta rigenerando dentro di noi diventando anche interiore, facendoci percepire come parte naturale di esso, spontanea, non forzata o mediata.

Se ci si prende il tempo necessario e si va oltre la visione veloce e superficiale usualmente adottata, osservando non il paesaggio con tutto ciò che contiene ma ogni singolo elemento che contiene e forma il paesaggio (un ribaltamento di prospettiva niente affatto banale, anzi), raccoglieremo infinite narrazioni, informazioni, percezioni, suggestioni, sorprese… da sbalordirsi di quante ne scopriremo. Faremo fatica a distogliere i sensi da quella visione per come ci apparirà evidente che più la si protrarrà e più cose coglieremo. Non avremo di fronte solo un «bel posto» o un «bel paesaggio» ma un mondo nel mondo la cui bellezza è la porta d’ingresso all’anima vera del luogo, lì dove dimora il Genius Loci.

Altrimenti, in forza di quel guardare troppo rapido e inevitabilmente svagato, magari pure praticato solo attraverso lo schermo di uno smartphone, in realtà non avremo visto e tanto meno osservato nulla. Non ci sarà molta differenza con lo starsene a casa a sfogliare un magazine o a scrollare Instagram.

Vedere il paesaggio, osservare lo spazio e il tempo

A volte, quando si osserva il paesaggio e vi si colgono le forme dello spazio, quelle geografiche o i segni umani che contiene, può capitare che diventi ben visibile anche il tempo, rappreso in quelle forme e al contempo in divenire nel mentre che si resta lì a osservare. D’altro canto non c’è spazio senza tempo, anzi, non c’è tempo che non sia spazio, e quindi che non possa essere còlto e “osservato”: è ciò che occorre per elaborare la veduta del paesaggio più sensibile e approfondita, per farcelo conoscere e comprendere al meglio e altrettanto meglio viverlo, abitarlo, praticarlo, tutelarlo.