Oggi su “la Provincia di Lecco” (e non solo)

Nel numero di oggi, 31 agosto 2022, il quotidiano “La Provincia di Lecco”, con un articolo firmato da Fabio Landrini (che ringrazio di cuore, insieme alla redazione del giornale), riprende e mette in evidenza alcune delle considerazioni e delle domande che ho voluto sottoporre all’attenzione dei lettori nonché, e soprattutto, ai sostenitori dei progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e Artavaggio (sui mondi della Valsassina, provincia di Lecco), sui quali avevo già scritto più volte.

Nei prossimi giorni qui sul blog pubblicherò il testo completo con le mie opinioni sulla questione, che peraltro potete trovare anche su altri organi di informazione lecchesi, come “ValsassinaNews” (clic) e “Leccoonline” (clic) – chiedo perdono se ne sto tralasciando altri.

A quelli col sopracciglio alzato e che pensano chissà ché, dico da subito: non sono un “ambientalista” (nel senso usuale e spesso “sviante” con il quale si intende il termine), semmai sono un razionalista; mi occupo di cultura alpina, studio la relazione tra uomini e montagne e dei territori in questione conosco ogni singolo sasso o quasi; non coltivo nessuna posizione ideologico-politica e nessuna acredine verso gli amministratori pubblici coinvolti nella questione e tanto meno verso lo sci su pista, visto che ho imparato quasi prima a sciare che a camminare, ma da comunissimo (e minimissimo) cittadino che prova a dotarsi di un buon senso civico sono, o meglio devo essere contro, alle cose prive di senso e campate per aria, soprattutto se comportano lo spendere ingenti somme di soldi pubblici. E sono profondamente convinto che le montagne sulle quali viviamo non sono “nostre”, come spesso si sostiene, ma siamo noi a essere di quelle montagne, e così dovremmo comportarci di conseguenza. Forse, in questo caso, molte di quelle cose senza senso che vengono realizzate sui monti non esisterebbero e nemmeno verrebbero pensate. Ecco.

Grazie di cuore a chiunque mi onorerà della lettura dell’articolo e vorrà trarne utili spunti di riflessione.

Quando “seggiovia” fa rima con “follia”

(P.S. – Pre Scriptum: il seguente articolo è stato pubblicato su numerosi media d’informazione della provincia di Lecco il giorno 8 agosto scorso.)

Voglio sottoporvi alcune personali considerazioni circa il progetto presentato qualche giorno fa ad opera di Regione Lombardia che prevede «l’espansione» dei Piani di Bobbio e di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco), focalizzandomi in particolar modo su questa seconda località dacché sono fermamente convinto che costruire impianti di risalita e riportare lo sci su pista a Artavaggio rappresenta una follia assoluta e, per molti versi, una forma di violenza inaccettabile verso un luogo speciale che non se lo merita affatto. In tal senso, sono considerazioni che possono ben valere per altre località dell’arco alpino di storia e caratteristiche simili.

Spiego perché affermo quanto sopra.

Quando io e gli amici-colleghi di penna Sara Invernizzi e Ruggero Meles abbiamo scritto la guida della Dorsale Orobica Lecchese, la “Dol dei Tre Signori, tra i punti fermi da non tralasciare ci siamo dati quello di scrivere della storia recente ovvero della sorprendente rinascita dei Piani di Artavaggio, fino ai primi anni Novanta rinomata stazione sciistica e poi – così abbiamo scritto e potete leggere nel volume,

«Complici annate sempre meno nevose, crisi finanziarie e la concorrenza di altre stazioni sciistiche ben più attrezzate e rinomate, con la neve sparirono gli impianti di risalita e addirittura si chiuse la funivia; nella conca tornarono per anni il silenzio invernale e lo scampanare delle mucche in estate. Nel 2006 la funivia è stata riaperta, gli skilifts smantellati e sono stati installati semplici tapis roulant per bambini e principianti; nondimeno Artavaggio ha goduto di una rinascita per certi aspetti sorprendente, rappresentando nel suo piccolo un caso emblematico di una fruizione post-sciistica e sostenibile della montagna che può fare da modello a numerose altre località, un tempo sedi di impianti e piste, che negli anni recenti hanno subìto una sorte simile e il conseguente oblio turistico. Oggi si è ormai consolidata come una meta molto frequentata da chi pratica lo sci alpinismo, le ciaspolate o da famiglie che con semplici passeggiate sulla neve possono raggiungere i numerosi rifugi ai piedi della suggestiva piramide del Monte Sodadura, autentico simbolo del territorio.»

[Immagine tratta da familyplanet.it.]
Artavaggio è diventato un modello di rinascita post-sciistica così interessante da suscitare l’interesse di molti studiosi delle tematiche legate al turismo e allo sviluppo dei territori montani. Alcuni di essi mi hanno contattato per avere più informazioni al riguardo, sapendo che fossi della zona, e personalmente lo scorso anno ci ho accompagnato un amico ricercatore torinese che sta scrivendo un testo sulla fine dello sci su pista in molte località delle Alpi italiane, il quale mi ha chiesto espressamente di conoscere e vedere di persona il luogo: abbiamo raccolto ricordi, documentazioni e testimonianze, parlato con i rifugisti storici dei Piani, constatato quanto la località sia oggi amata proprio per la sua ritrovata genuinità montana – al netto di quei pochi tapis roulant presenti ad uso dei principianti, ben poco invasivi rispetto agli impianti di risalita veri e propri soprattutto per degli spazi così aperti, prativi e pressoché privi di vegetazione arborea come quelli di Artavaggio.

Provate a salire ai Piani di Artavaggio con la funivia che parte da Moggio in un weekend invernale di bel tempo o in una domenica estiva: vi dovrete sobbarcare una lunga coda e parecchia attesa. Chiedetevi perché tutte queste persone salgano ad Artavaggio e non ai vicini Piani di Bobbio, località totalmente dedicata allo sci su pista con tutti gli annessi e connessi. O, meglio ancora, chiedetelo direttamente a loro, ai gitanti, perché preferiscano Artavaggio. Poi saliteci pure voi e, superata la valletta nella quale sono piazzati i tapis roulant, esplorate gli ampi pendii prativi, innevati d’inverno, che salgono verso le balze dolomitiche dei Campelli e la piramide del Monte Sodadura, con alle vostre spalle il panorama eccezionale delle Grigne, del Resegone e laggiù la Pianura Padana fino alle dorsali appenniniche… Contemplate la “montagna” che vi ritroverete intorno nel suo senso più compiuto e priva degli elementi di disturbo (visivo e acustico) così presenti altrove, dove il turismo meccanizzato la fa da padrone, e capirete il successo dei Piani di Artavaggio, capirete perché sono rinati e perché siano così tanto apprezzati.

[Immagine tratta da www.montagnelagodicomo.it.]
Ora, spero, capirete anche perché installare nuovamente impianti di risalita e pretendere di riportare lo sci su pista ai Piani di Artavaggio (a 1600 m di quota con un’esposizione sfavorevole dei pendii, peraltro, sui quali ben difficilmente nevicherà ancora come un tempo) rappresenta una dissennatezza assoluta, una totale mancanza di conoscenza della storia del luogo e delle sue peculiarità, una prepotenza inutile e dannosa messa in atto per interessi totalmente avulsi dal luogo nonché, come ho accennato all’inizio, una vera e propria violenza, materiale e immateriale, alla ritrovata vitalità di un luogo diventato un modello di autentica rinascita alpina. Significa “accoltellarne” alle spalle lo spirito e l’identità, significa soffocarne le potenzialità presenti e future, forse perché ritenuti elementi scomodi e fastidiosi rispetto alle scriteriate ossessioni impiantifere, un po’ olimpiche e un po’ elettorali, manifestate da certi amministratori pubblici. Tutto questo, per giunta, con la realtà climatica che stiamo affrontando e ci aspetta nei prossimi anni, che evidentemente lorsignori non vedono e non conoscono perché, forse, vivono su un’astronave in orbita attorno a un altro pianeta dalla quale la realtà dei fatti, quaggiù, appare così lontana da risultare invisibile e inconoscibile!

Adesso capite pure perché i promotori del progetto in questione non hanno capito nulla?

Quello imposto ai Piani di Artavaggio è un progetto che rappresenta una follia assoluta, non ci sono altre definizioni adeguate. Una follia da contrastare in ogni modo possibile.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Sommelier

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Sommelier, ad esempio. Ecco com’era tra gli anni Sessanta e Settanta:

Ecco com’è oggi:

Altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto:

La follia, ai Piani di Artavaggio

Ringrazio di cuore gli organi d’informazione del lecchese che hanno onorato di un loro spazio le considerazioni personali inviate alle rispettive redazioni in merito al progetto regionale di “espansione” dei Piani di Bobbio e di Artavaggio, con particolare attenzione e analisi su questa seconda località, divenuta negli anni un modello di rinascita post-sciistica tanto virtuoso e esemplare quanto, evidentemente, scomodo.

Nel mio piccolo mi auguro, con quelle considerazioni, di contribuire a un dibattito costruttivo sul tema, quanto mai necessario per un autentico buon sviluppo futuro delle nostre montagne in questo mondo sempre più mutevole e problematico.

Nei prossimi giorni troverete anche qui sul blog il testo completo pubblicato dai media citati.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Presena

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio Presena, ad esempio. Ecco com’era negli anni Settanta:

[Immagine tratta da retrofutur.org.]
Com’era nei primi anni Duemila:

Ecco com’è oggi:


(Qui potete vedere com’era e com’è il Ghiacciaio della Marmolada.)

N.B.: qualcuno, non qui ma altrove, ha osservato che l’immagine centrale che io avevo inizialmente riferito al 1980 sia invece degli anni Duemila e non sia estiva ma invernale. Probabilmente è vero, ma è bene sapere che per creare la comparazione fotografica ho utilizzato l’immagine in questione ricavandola da una sezione del sito pontedilegnotonale.com (dunque il sito della località in questione) con la dicitura che vedete nella riproduzione dell’immagine qui sotto, in basso a sinistra, la quale mi ha tratto in inganno – dunque chiedo scusa per questa mia svista. Anche a me pareva strano che fosse una foto così vetusta, ma come mettere in dubbio la dicitura di chi l’ha diffusa? Sul Presena ci ho sciato innumerevoli volte, le ultime suppergiù a cavallo del 2000 e fino ad allora il ghiacciaio, già in smagrimento, restava morfologicamente simile agli anni precedenti; in ogni caso il web è pieno di immagini del Presena e di quando vi si praticava sci estivo, da fine anni Sessanta fino ai primi anni Duemila, dunque verificare e comparare ulteriormente è attività assai facile.

Tuttavia, consentitemi di notare che, se la foto non è degli anni Ottanta ma dei Duemila, la questione è ancora più grave: in vent’anni, e non in quaranta, il ghiacciaio è sostanzialmente scomparso. Che poi la foto sia invernale e non estiva, poco conta: a parte il fatto che sui ghiacciai sovente c’è(ra) più neve a inizio estate che in pieno inverno, la differenza di morfologia del ghiacciaio è comunque definita e evidente a prescindere dalla neve che lo copre e la perdita di massa, spessore, estensione del corpo glaciale è a dir poco spaventosa, al di là di ogni altro dettaglio.