“Sclerare”

[Foto di Ryan McGuire da Pixabay ]
E poi ho sentito – con le mie povere orecchie, sì –  alcuni lagnarsi per il fatto di dover stare chiusi in casa per almeno quindici giorni, dicendo che «ah, io, a stare chiuso in casa due settimane sclero!»

“Sclero”, sì, voce del verbo transitivo gergale sclerare.

Il che mi fa pensare che a casa loro non abbiamo nulla di interessante da poter fare, buoni libri da leggere, hobby da praticare o che i rapporti interfamiliari non siano esattamente i migliori, ecco.

Be’, mi viene da dire che «andrà tutto bene» anche per loro, me lo auguro, ma in loro qualcosa è andato tutto male o quasi, già.

Sempre meno soldi, per la scuola

Quante volte si sentono dire un po’ ovunque – media, TV, social, eccetera – cose del tipo «gli studenti di oggi non hanno voglia di studiare» o «non hanno voglia di fare niente», «ah, ai miei tempi sì che si studiava!» oppure «la scuola di oggi è messa male» eccetera – frasi peraltro, soprattutto quelle contro gli studenti contemporanei, che hanno trovato nuova “linfa di blaterazione” in occasione dei recenti scioperi scolastici per il clima ispirati dal movimento Fridays for Future.

Spesso, tali critiche vengono pure da fonti istituzionali ovvero politiche (cioè partitiche), inutile dirlo. Bene: ma se si accusano gli studenti di oggi di non avere voglia di studiare, di contro quanta voglia ha avuto l’Italia di investire sul proprio sistema scolastico, la cui situazione e sviluppo sono certamente alla base, nel bene e nel male, della realtà di fatto?

Lo illustra un ottimo articolo de “IlSole-24Ore” dello scorso 26 settembre, a firma Davide Mancino – leggetelo, che è veramente interessante -, nel quale una disamina rapida tanto quanto completa e alcune illuminanti infografiche presentano in maniera chiara e indubitabile la situazione. Se già il titolo, In Italia calano gli studenti, e ancora di più la spesa è pienamente indicativo dello stato delle cose, più avanti (scusate, faccio “spoiler”), Mancino denota:

Dal 2011 al 2016, mostrano i numeri  dell’Ocse, nel nostro paese il numero di studenti è calato leggermente, mentre la spesa è scesa in maniera più decisa. Il risultato, nel complesso, è che la spesa per ognuno di essi è oggi minore che un tempo, e ben minore al 2005.

Ecco.

Capirete bene che ora a quelli che dalle istituzioni blaterano critiche contro il sistema scolastico e i suoi studenti viene inevitabilmente da rispondere: «Che ca**o dite? Come potete voi criticare la scuola e gli studenti se siete i primi a cagionarne problemi e difficoltà? Come osate?»

Insomma, siamo alle solite. In Italia non si risolvono i problemi, anzi, si rendono cronica normalità, e poi si fugge dalle palesi responsabilità relative col consueto italico scaricabarile. Un po’ come prendere un ottimo pilota di Formula Uno, fornirlo di una macchina scadente e via via superata e lamentargli che non vince mai una gara.

Non serve dire, spero, che un paese che non cura a dovere e al meglio delle proprie possibilità la scuola è un paese condannato a una rapida e inesorabile fine. Sotto ogni punto di vista.

Le strade italiane e quelle di un altro pianeta

In Svizzera, nei prossimi anni verranno spesi un bel tot di milioni per pavimentare centinaia di km di strade con asfalto fonoassorbente, per ridurre il rumore e di conseguenza aumentare il benessere sonoro delle zone abitate adiacenti a tali strade.

In Italia – e io risiedo mio malgrado ben vicino al confine con la Confederazione – non si hanno nemmeno i soldi per tappare le buche presenti su qualsiasi strada, le quali basta uno scroscio di pioggia e si trasformano in pericolose voragini.

Ecco.

In effetti, per andare su un altro pianeta mica bisogna avere un’astronave e percorrere miliardi di chilometri. Ne bastano pochi e un’auto. E pure degli pneumatici di scorta in buono stato, finché non si arriva su quel “pianeta” così vicino e così lontano.

Black Friday, offerte e occasioni “da morire” (sul serio!)

Oggi è il vero e proprio Black Friday, fissato dagli americani nel venerdì successivo al Thanksgiving Day come tradizionale inizio del periodo di acquisti natalizi. C’è che dice che si chiami black, “nero”, perché grazie ad esso i negozianti ricominciano ad avere conti in nero, come si dice nel linguaggio contabile, ovvero in attivo; altri sostengono che il “nero” derivi dal colore metaforico della giornata per le forze dell’ordine, per quanto traffico e confusione regnino intorno ai grandi centri commerciali, rendendo tale venerdì veramente nero per chi lo debba gestire sulle strade.

Ma c’è una terza possibilità, più “scientifica” – o più criminologica, dovrei dire, per giustificare il nome della giornata: nero, questo venerdì, come il colore del lutto. Il Black Friday Death Count, infatti, tiene il conto delle persone morte in circostanze legate agli acquisti del giorno, molto spesso per atti di violenza derivanti dalla folle frenesia di accaparrarsi i prodotti scontati: dal 2008 al 2018 10 morti, oltre a 111 feriti. Cliccate sull’immagine per leggere lo sconcertante elenco (peraltro limitato ai soli casi nordamericani).
Ecco.

Beh, ora capite perché le civiltà aliene che giungono sulla Terra non prendono contatto con il genere umano?