Noto che sul web e sui social ha ricevuto parecchio risalto la notizia dell’ordinanza sul risparmio idrico a causa della siccità emessa dalla Provincia Autonoma di Bolzano la quale, tra le altre cose, proibisce qualsiasi tipo di «innevamento tecnico», ovvero la produzione di neve artificiale per le piste da sci. L’ordinanza è stata commentata in alcuni casi positivamente, come una presa di coscienza dell’ente provinciale altoatesino rispetto alla gravità dell’emergenza idrica in atto e contro le pretese dei gestori dei comprensori sciistici – nel sito di Mountain Wilderness Italia c’è un articolo che spiega bene la questione, firmato da Luigi Casanova.
A me invece, che invecchiando divento diffidente e acido, quello della provincia di Bolzano mi pare un ennesimo atto di mera sottomissione all’industria dello sci. Sì, perché l’ordinanza è stata emessa il 22 marzo scorso, ovvero quando ormai non ci sono più le condizioni climatiche, e nemmeno l’interesse economico, affinché nei comprensori sciistici si continui a produrre neve artificiale, quando di contro è da settimane che la situazione di grave carenza idrica viene rimarcata e denunciata, senza considerare il fatto che l’emergenza in corso non è che la continuazione di quella dello scorso anno, mai risolta viste la scarse precipitazioni autunnali e invernali. Un’ordinanza del genere avrebbe avuto ben diverso valore se emessa settimane fa, appunto, quando già era evidente che il deficit idrico fosse ingente e non recuperabile a breve e il risparmio di acqua sarebbe stato ben più significativo: ma si era ancora in inverno e c’era da imbiancare di neve artificiale le piste da sci, dunque promulgare un’ordinanza di gestione «parsimoniosa, sostenibile ed efficace» dell’acqua senza vietare l’innevamento artificiale sarebbe risultato un atto fin troppo ipocrita. Ora invece la cosa dà meno nell’occhio, probabilmente, ma per certi versi l’ipocrisia di fondo è anche maggiore; si può pensare che ciò sia giusto o sbagliato, che sia stato necessario dare priorità di salvaguardia al comparto turistico-sciistico più che a quello agricolo e che ciò sia legittimo e saggio oppure no ma, ribadisco, la sostanza della questione a mio modo di vedere non cambia. In pratica, si è deciso di chiudere il recinto quando ormai la maggior parte dei buoi sono già scappati e dentro ne restano molti meno di quelli originari.
Non credo che questa sia una condotta così virtuosa, in senso generale ovvero nella valutazione complessiva degli interessi e delle necessità dell’intero comparto economico locale – visto che non esiste solo il turismo, per nella sua importanza. Anzi, mi pare evidente che gli interessi di certi settori vengano ritenuti politicamente più salvaguardabili di altri ovvero dotato di maggiori diritti di altri: così mentre già prima agli agricoltori del fondovalle arrivava pochissima acqua (buona parte dei corsi d’acqua, con le relative derivazioni, sono a secco non da settimane ma da mesi) e ora ne avranno ancora meno da utilizzare, i comprensori sciistici sui monti hanno potuto utilizzare l’acqua a piacimento praticamente fino a fine stagione; e che il consumo idrico degli impianti di innevamento artificiale sia solo una piccola parte di quello generale o che si sia voluto avvantaggiare il comparto economico che a livello produce il PIL maggiore non cambia la questione, che è innanzi tutto di condotta amministrativa pubblica e di principio politico-economico; l’eventuale convenienza strategica semmai viene dopo. Ecco, da questo punto di vista io penso sia una questione piuttosto grave e per nulla virtuosa – parere personale, ripeto.
Monte Pora (Prealpi Bergamasche), 27 marzo 2023: il grande bacino idrico per l’alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale della località completamente vuoto, senza più una goccia d’acqua.
Un’immagine che trovo assolutamente emblematica per l’inverno appena finito e per la relativa stagione sciistica, e che spero proprio non risulti anche profetica per quelle future.
Mi scuso da subito per la prolissità del testo che state per leggere, ma è necessaria a offrire la massima chiarezza e comprensibilità espositiva nonché a evitare qualsiasi possibile cenno di mera e banale “polemica” o di voler sofisticamente mettere-i-puntini-sulle-i, intenzioni del tutto aliene ai contenuti che leggerete e semmai, il testo così elaborato, funzionale al confronto ineludibilmente costruttivo delle idee, senza alcuna preclusione.
Bene: premesso ciò, ho letto con molto interesse l’intervista rilasciata qualche giorno fa a “Valsassina News” di Massimo Fossati, amministratore delegato di ITB – Imprese Turistiche Barziesi nonché presidente di ANEF Lombardia, la delegazione regionale dell’associazione degli impiantisti – la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra. Intervista stimolante, ad opera di Cesare Canepari, che mi ha generato parecchie riflessioni mirate innanzi tutto al luogo e alle sue peculiarità piuttosto che ad altri, ITB in primis.
Fossati è una persona intelligente e capace – lo dico non perché abbia qualche titolo per farlo ma per mera e sincera opinione personale – e sovente afferma cose con le quali non si può non essere d’accordo; d’altro canto, oltre che una figura imprenditoriale, nella sua doppia veste professionale e istituzionale è anche e inevitabilmente un promotore di marketing, comprensibile tanto quanto arbitrario. D’altro canto i Piani di Bobbio sono una località per molti versi emblematica rispetto al presente e al futuro del turismo montano: spazio prealpino molto prossimo alla parte più antropizzata della Lombardia a quote che nei prossimi anni facilmente registreranno sempre meno neve e temperature sempre più alte, dotata di un paesaggio peculiare e di grande valore culturale ma parecchio infrastrutturato in modo pressoché monoculturale, turisticamente “maturo” cioè ormai giunto al massimo sfruttamento possibile del territorio sul quale insiste.
[I Piani di Bobbio in inverno.]La grande fortuna dei Piani è ovviamente la vicinanza a Milano e al suo hinterland, bacino d’utenza ampio e comodo a un’ora di auto dalla telecabina di arroccamento al comprensorio e unico vero strumento a disposizione per combattere la concorrenza dei più ampi comprensori valtellinesi; di contro l’offerta delle piste è di qualità sciistica medio-bassa, l’estensione altrettanto fatta eccezione per i tracciati sul versante bergamasco, verso la Valtorta, la cui apertura negli anni Ottanta ha “salvato” la località da un oblio altrimenti inesorabile. Dunque non ho motivo di dubitare, come alcuni fanno, delle 400mila presenze citate da Fossati per la stagione ormai al termine, un dato che certifica il lavoro svolto dalla “sua” ITB. Tuttavia non si può non notare che sono presenze concentrate su una stagione ormai ridotta a poco più di tre mesi e con soli 20 cm di neve naturale, come viene rimarcato nell’articolo: viste le temperature sovente registrate anche nel corso dell’inverno appena concluso, viene da pensare che se di precipitazioni ce ne fossero state come in stagioni (un tempo) normali, sovente sarebbero state piovose più che nevose, rovinando la qualità delle piste; il periodo siccitoso ha dunque favorito l’utilizzo dell’innevamento artificiale, nel bene e nel male di tale pratica e comunque nell’evidenza che tutto ciò, obiettivamente, non possa affatto rendere roseo il futuro come invece Fossati sostiene, almeno negli aspetti climatici (oltre che in quelli economici). Con ciò non voglio affatto costruire “verità” su mere ipotesi, semmai voglio invitare a riflettere con cognizione di causa rispetto a un domani che la climatologia ci fa prevedere alquanto difficile, e non solo per l’industria dello sci: altrimenti si rischia di navigare su un vascello che imbarca acqua ignorando il problema per poi ritrovarsi in affondamento definitivo senza poter più fare qualcosa – e sto pensando agli 82 dipendenti che Fossati oggi può ancora mantenere, domani me lo auguro di tutto cuore.
D’altro canto la positività espressa da Fossati nell’intervista di “Valsassina News”, oltre che dettata dai risultati ottenuti, appare come una (comprensibile) pratica di marketing dagli aspetti anche politici; qualche mese fa il futuro non gli appariva così roseo, come quando qui denotava «il pericolo circa la sostenibilità economica di un comprensorio sciistico come quello lecchese e un po’ tutto il comparto lombardo» per i costi di gestione attuali dello sci, che inevitabilmente si scaricano per una certa parte sul prezzo degli skipass (e una località come Bobbio non può certo permettersi di far pagare un giornaliero come Bormio o Livigno!), oppure quando segnalava che «Il periodo di siccità non ci aiuta di certo. Noi non consumiamo l’acqua, perché la trasformiamo in neve ma le riserve sono scarse. Adesso c’è ancora disponibilità ma gli invasi di accumulo sono ormai vuoti», un problema ancora aperto e anzi di gravità crescente, ancor più per un territorio come quello di Bobbio, ampiamente carsico, che non è affatto ricco di acque superficiali.
Altrove invece Fossati fa marketing, e anche piuttosto spinto, a favore della categoria della quale è presidente regionale. Qui afferma che «Grazie agli investimenti privati di imprenditori lungimiranti è stato possibile evitare lo spopolamento di molte località montane. L’intervento pubblico è fondamentale, ma perché abbiamo toccato con mano durante il periodo Covid cosa significa avere i comprensori chiusi. Il risultato è la desertificazione sociale. Quale è il problema? Non c’è consumo di acqua, perché la neve programmata torna ad essere una risorsa idrica, usiamo energie rinnovabili. Dicono che è finito il boom degli anni Ottanta. Ai Piani di Bobbio a fine stagione arriveremo a registrare 400 mila primi ingressi. Il dato più alto di sempre», dimenticando diverse cose: primo, che gli investimenti di imprenditori in molte località montane non sono sempre stati così lungimiranti ma di frequente hanno provocato la decadenza economica, sociale e ambientale delle relative località (vengono in mente gli orribili condominioni vuoti e a volte cadenti di Barzio e Moggio, finiti così non solo per i cambiamenti climatici, inoltre le vicine valli bergamasche sono piene di esempi al riguardo); secondo, che l’accostamento tra chiusure per Covid e desertificazione sociale non ha senso, tant’è che a fine “zone rosse” e senza più piste da sci aperte la montagna si è riempita di gente, anche troppo – ma sono comunque due questioni ben differenti nella loro sostanza; terzo, che pure citare il “boom degli anni Ottanta” è del tutto incongruo, visto che oggi si tratta di considerare innanzi tutto variabili climatiche, ambientali, ecologiche e che quelle economiche sono da esse derivanti, dunque paragonare successi commerciali di 40 anni fa a quelli di oggi è come paragonare Pelé con Messi: epoche diverse, stili diversi, contesto sportivo diverso, non conta che il pallone resti comunque sferico e si prenda ancora a calci come allora!
[I Piani di Bobbio in veste estiva.]Infine, Fossati allora sosteneva che «L’intervento pubblico è fondamentale» ma su “Valsassina News” rimarca che «Abbiamo investito tanto ma sempre del nostro» seppur ammettendo che «I contributi, soprattutto regionali, sono arrivati solo negli ultimi anni, in quote del 20% sugli investimenti fatti e non sulla produzione di neve»: “mezza verità”, visto che la Regione Lombardia finanzierà con un milione di Euro l’innevamento della pista da sci di fondo dei Piani di Bobbio ma li darà al Comune di Barzio (così ITB può restare con la coscienza “linda”, al riguardo) e comunque altrove ma pur sempre in Lombardia accade l’opposto. E gli investimenti di svariati milioni di Euro prospettati a Barzio (strade, parcheggi eccetera) non vanno principalmente a portare vantaggi al comprensorio sciistico più che alla comunità residente? Certo, si può sostenere il contrario visto che non si è fruitori diretti degli stanziamenti, ma con tutta evidenza appare un’asserzione di ben difficile sostenibilità – e infatti quegli investimenti sono parecchio contestati da una parte rilevante di popolazione locale.
Ma se parimenti non regge l’affermazione di Fossati (sempre da qui) per cui: «Legambiente propone un turismo diverso, parla di ciaspole, camminate, ma sembra non capire che anche per questo ci vuole la neve» – be’, in realtà è proprio Fossati a (fingere di) non capire: se non c’è neve le escursioni si fanno comunque, si tolgono le ciaspole, si cammina e in ogni caso queste attività non abbisognano di infrastrutturazioni di sorta, poco o tanto invasive, costose, lunaparkizzanti; senza neve invece gli impianti restano fermi ed è lo sciatore a non poter far nulla – altrove dimostra ben più pragmatismo: «Noi operatori della montagna siamo sempre entusiasti di poter affiancare la Regione e dare il nostro contributo operativo, per avvicinare sempre più persone alle nostre montagne, fatte non solo di sci alpino ma di moltissime altre opportunità» dimostrando di sapere bene che lo sci su pista non è tutto, anzi, è solo una parte quantunque importante ma sempre più marginale, a giudicare dalle indagini di mercato, della frequentazione turistica montana.
Ora, sia chiaro, non voglio affatto fare noiosamente le pulci alle parole e alle affermazioni di Fossati, peraltro assolutamente legittime e, ripeto, comprensibili nella sua posizione; anzi, con tutto ciò ci tengo a dimostrare quanto ritenga Fossati, messi da parte gli slogan promozionali più o meno motivati, la figura capace per come ho scritto in principio di questa mia dissertazione. Le 400mila presenze di Bobbio sono un bel successo, e obiettivamente è una notizia ben migliore di qualsiasi altra che – ipoteticamente, s’intende – rimarcasse per qualsivoglia causa l’oblio della località. Come lo stesso Fossati ha dichiarato in altri articoli, i Piani di Bobbio hanno consolidato una tradizione sciistica che, se gestita in maniera ecologicamente, ambientalmente e economicamente virtuosa, può ben proseguire con simile successo senza tuttavia che ciò possa riservare il diritto o la mera volontà ignorare la situazione di fatto attuale e futura delle nostre montagne, soprattutto nei suoi aspetti climatica. Visione imprenditoriale in tal senso Fossati ne manifesta nella stessa intervista a “Valsassina News”; dal mio punto di vista sarebbe auspicabile che su tale visione potesse integrarsi e svilupparsi una maggiore attenzione culturale verso il territorio dei Piani di Bobbio, il suo ambiente naturale al di fuori delle piste da sci e le sue notevolissime valenze paesaggistiche. Un patrimonio peculiare che genera l’identità culturale dei Piani ben più che la presenza del comprensorio sciistico, e che rappresenta da un lato un tesoro da salvaguardare e dall’altro uno scrigno di opportunità del quale fruire per sviluppare e sostenere una frequentazione dei Piani che non punti solo alla mera presenza ludico-ricreativa ma alla relazione degli ospiti con il territorio e il paesaggio, così da approfondire una conseguente fidelizzazione verso il luogo che nel medio-lungo periodo possa garantire la sostenibilità economica di chi ci lavora. Tutte cose che si possono mettere in pratica attraverso innumerevoli modalità per la cui buona partenza serve invece solo una cosa fondamentale: la volontà. Anzi due, anche la visione programmatica verso il futuro, che peraltro ogni attività imprenditoriale deve necessariamente sviluppare in modo consono alla propria realtà e alle sue evoluzioni concrete, ancor più in collaborazione con le amministrazione pubbliche locali quando il territorio sia pregiato e delicato come quello montano.
Ecco: poste le mie convinzioni più volte espresse sia sui Piani di Bobbio che su altre località delle montagne valsassinesi, mi auguro che quanto sopra auspicato possa realizzarsi, per il bene di tutti.
Mi scuso ancora per la lunghezza di questo mio scritto e vi ringrazio molto se siete giunti a leggerlo fino qui.
(Le immagini fotografiche sono tratte dalla pagina Facebook dei Piani di Bobbio.)
[Il fiume Po, ovvero quel che ne rimane, a Polesine Zibello (Parma). Foto di Paolo Panni tratta da www.oglioponews.it.]
È ormai risaputo che il cambiamento climatico causa un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi, come alluvioni e siccità, ma per la comunità scientifica non è immediato ricondurre un singolo fenomeno di questo tipo all’aumento della concentrazione atmosferica di gas serra. Per accertare eventuali rapporti di causa ed effetto servono studi appositi. Nel caso della siccità che da più di un anno sta colpendo il Nord Italia oltre che la Francia, la Svizzera e altre regioni europee, causando molti problemi sia al settore agricolo che a quello della produzionedi energia, ne è stato pubblicato uno da poco: dice che il cambiamento climatico l’ha aggravata.
Semplificando i risultati dello studio, è emerso che siccità analoghe a quella di questi mesi erano meno estese geograficamente e meno lunghe: il riscaldamento globale sembra aver ampliato le zone di alta pressione e causato una maggiore evaporazione dell’acqua dal suolo e dalle piante.
Che una regione geografica come la Pianura Padana ovvero l’Italia settentrionale in generale, ai piedi della più importante e elevata catena montuosa europea con i suoi ghiacciai pur in sofferenza e i numerosi vasti bacini imbriferi delle sue vallate, possa soffrire la siccità appare ancora oggi una cosa incredibile.E invece sta accadendo, per il secondo anno di fila e in modo vieppiù grave.
Forse anche per questo non siamo così sensibili nei confronti della crisi climatica in atto, così repentina e in certi casi drammatica: fatichiamo a credere che qualcosa di tanto rilevante stia accadendo, non ce ne capacitiamo, restiamo aggrappati alla convinzione che sia qualcosa di occasionale, che presto tutto quanto tornerà come prima quando invece ogni evidenza scientifica segnala il contrario. Di qualsiasi entità sarà l’effetto dei cambiamenti climatici in corso (speriamo non troppo grave) dovremmo finalmente e globalmente progettare, sviluppare e attivare la più efficace resilienza possibile. Cosa che possiamo benissimo fare se lo vogliamo, ovvero se la massa critica della società imporrà ai governi e alle istituzioni di farlo senza più tentennamenti. Potrebbe facilmente uscirne una grande occasione di progresso globale, per giunta, a tutto vantaggio in primis proprio di governi e istituzioni.
Come scrisse Spinoza, «La volontà e l’intelletto sono la stessa e unica cosa.» Ecco forse perché, nell’incapacità di pensare, concepire, comprendere ovvero di sensibilizzare l’intelletto alla realtà in corso, non sappiamo nemmeno ricavare la volontà di sviluppare la necessaria resilienza per noi stessi. Fino a quando possiamo andare avanti, così?
Il Vallone delle Cime Bianche, ormai dai più conosciuto come l’ultimo Vallone selvaggio delle Alpi valdostane, è sempre più a rischio di essere ignobilmente turistificato, dunque deturpato, dalla costruzione del collegamento funiviario e sciistico tra i comprensori di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski. Una vicenda sconcertante e per molti aspetti folle sulla quale ho già scritto più volte e al cui riguardo si stanno muovendo tantissime persone appassionate di montagna variamente riunite in comitati o sotto l’egida delle associazioni alpinistiche, con capofila il team del progetto fotografico L’ultimo Vallone selvaggio. In difesa delle Cime Bianche e del sito web Varasc.it, promotore della petizione su Change.org in difesa del Vallone che ha ormai superato le 18.200 firme.
Vista la complessità della vicenda e la torbidezza delle azioni dei soggetti che sostengono il progetto funiviario, ho chiesto a Annamaria Gremmo e Marco Soggetto, referenti principali del progetto fotografico suddetto e di Varasc.it di aggiornarmi sullo stato delle cose ad oggi: li ringrazio di cuore per le informazioni dettagliate e chiare che mi hanno inviato e che vi ripropongo tali e quali di seguito, punto per punto, così da dare anche a voi la possibilità di vederci chiaro, sulla vicenda, ricavandone il senso sostanziale. Il quale (non è spoiler, questo) getta una pessima luce sui promotori del collegamento funiviario e di contro rende ancor più indispensabile la mobilitazione di chiunque alla salvaguardia del Vallone. Che poi è, come ho scritto fin da quando ho conosciuto la vicenda, un atto di difesa e salvaguardia di tutte le nostre montagne, ovunque esse siano e dovunque vi sia qualcuno che in barba a qualsiasi tutela ambientale e a ogni logico senso del limite voglia sfruttarle commercialmente e rovinarne il prezioso paesaggio per ricavarci dei tornaconti.
Cominciamo:
In data 30 gennaio 2020 la Regione Valle d’Aosta ha approvato, dopo una lunga impasse politica e grazie al voto decisivo di Rete Civica, il Documento di Economia e Finanza Regionale (DEFR 2020-2022) che prevede di (…) “Valutare la realizzabilità del collegamento tra i comprensori di Cervinia e Monterosa”. Alla voce “Attività previste”, il documento impone di (…) “Dar corso, da parte dei concessionari coinvolti, agli studi propedeutici, per giungere alla decisione basata sulle analisi di realizzabilità in termini di sostenibilità finanziaria, ambientale e urbanistica”.[1]
Nel mese di agosto 2020, il sindaco uscente di Ayas ha affermato alla stampa di aver (…) “Istituito un gruppo di lavoro per la progettazione” del collegamento, lamentando però la “discontinuità di referenti a livello regionale”.
Sempre durante l’estate 2020 si è costituito un comitato favorevole alla realizzazione del collegamento, il “Comitato collegamento Cervino/Monterosa” o “Cervino Monterosa Paradise” che ha subito precisato (senza citarne le fonti) il costo ipotetico dell’impianto: (…) “L’investimento, calcolato in circa 66 milioni di Euro, è tra i più grandi degli ultimi anni in opere di infrastruttura (impianti di risalita) di tutta la Valle d’Aosta.” Il costo totale calcolato dallo Studio di fattibilità del 2015 ammontava invece per “l’alternativa vincente” a 51 milioni di Euro, per un costo di gestione annuo di 1.335.340,00 Euro. Il neonato comitato ha sostenuto di voler procedere a una (…) “valorizzazione del territorio, nel pieno rispetto dell’ambiente”, garantendo un (…) “facile accesso ai disabili che avranno la possibilità di ammirare lo scenario delle grandi cime anche dalle alte quote” e perfino un (…) “polo museale che racconta la montagna, la sua fauna e flora”. Di particolare interesse, infine, la considerazione che (…) “una tale opera porterebbe infatti a un maggiore afflusso di turisti, con l’assoluta necessità di ampliare e potenziare le strutture turistiche in loco, dagli alberghi ai bar e ristoranti sulle piste”.
Il Vallone è quindi entrato nella campagna elettorale valdostana, in vista delle recenti elezioni regionali. È stato ad esempio citato dall’allora candidata Chiara Minelli (Progetto Civico Progressista), nominata poi il 21 ottobre 2020 Assessore all’ambiente, trasporti e mobilità sostenibile, in un video pubblicato il 3 settembre 2020 e girato proprio a Fiery.[2]
Sempre nel mese di ottobre 2020, in seguito e in ottemperanza a quanto stabilito dal DEFR, la partecipata Monterosa S.p.A. ha indetto il bando per un nuovo studio di fattibilità per la realizzazione dell’impianto, questa volta per un valore di oltre 742.000 Euro. Il bando ha descritto in grande dettaglio, nei suoi due documenti principali, ciò che si vorrebbe commissionare nel Vallone delle Cime Bianche: quattro tronconi di telecabine con le relative stazioni, infrastrutture di servizio e manutenzione. Oltre a ben due nuove piste da sci, di cui una estesa dal Colle Inferiore delle Cime Bianche all’Alpe Vardaz.
A luglio 2021 la società Monterosa Spa ha affidato lo studio di fattibilità ad uno studio tecnico di Bolzano per un totale di 403.000 euro, ribassando così la cifra iniziale stanziata. I primi risultati si attendevano per ottobre 2021.
A settembre 2021 sono state da noi rilevate, mappate e denunciate pubblicamente delle macroscopiche croci blu dentro e fuori dall’area protetta: dopo interrogazione in Consiglio Regionale valdostano, è stato ammesso che questi segni sono stati realizzati nell’ambito dello studio di fattibilità. La questione arrivò all’attenzione delle autorità competenti. Le croci, dopo l’inverno 2021-2022, risultano tuttora ben visibili. Il primo danno al Vallone.
In data 24 settembre 2021 l’Eurodeputata On. Tiziana Beghin ha presentato al Parlamento Europeo, in collaborazione con la collega On. Elisa Tripodi, un’interrogazione scritta in merito al progetto di collegamento intervallivo. Sempre l’On. Tripodi ha fatto seguire ad inizio ottobre 2021 un’interrogazione a Montecitorio sullo stesso tema. In data 15 novembre è stata recepita la risposta inequivocabile del Parlamento Europeo sulla Conservazione dei siti tutelati da Rete Natura 2000. Si attende la risposta all’interrogazione presentata in Parlamento.
Per l’autunno 2022 dovevano essere consegnati gli esiti dello studio di fattibilità la cui consegna tuttavia subisci continui inspiegabili ritardi.
E con un ultimo articolo del Telegraph in cui è contenuta una intervista a Maquignaz AD di Cervino Spa: https://www.ilsole24ore.com/art/sci-cervinio-zermatt-piano-realizzare-580-km-piste-AE7qyeOC. Il tutto senza che il Consiglio regionale valdostano riceva i documenti relativi allo studio (Munari AD di Monterosa accennava già a gennaio a problemi per l’aumento dei costi e promette poi a marzo la consegna a stretto giro al Consiglio Valle, che nel frattempo ha dovuto rieleggere il presidente, superando l’ennesima crisi). Le opposizione ovviamente insorgono. Persino la Lega chiede il rilascio dello studio, lamentando che è venuta meno la centralità del Consiglio.
Trapela subito a mezzo stampa che le alternative proposte siano 5 con costi variabili tra i 72 milioni di Euro per le più impattanti, a quelle più moderne basate su tecnologia 3S con costi sino a 122 milioni (SENZA IVA!) Nessuna delle proposte riesce a eludere il passaggio e la costruzione di piloni nella zona protetta sotto egida europea: https://www.gazzettamatin.com/2023/03/16/cime-bianche-5-ipotesi-di-collegamento-da-72-122-milioni-di-euro/
Ed il Vallone si è aggiudicato per la seconda volta consecutiva il primo posto nella classifica valdostana de I LUOGHI DEL CUORE DEL FAI grazie alla pagina creata da Marco nel 2014, arrivando quest’anno addirittura al 172esimo posto nella classifica nazionale: https://fondoambiente.it/luoghi/vallone-di-cime-bianche?ldc
Questo è quanto per ora.
Per finire, mi unisco idealmente alle opinioni riportate di seguito da Annamaria e Marco: il Vallone è una Zona Protetta ed un Bene Comune, un patrimonio naturalistico di tutti, alla cui difesa siamo quindi chiamati a partecipare attivamente, indipendentemente dalla nostra residenza e dal luogo di nascita. La battaglia per la sua Conservazione è forse ad oggi la più importante causa sulle nostre Alpi Occidentali in cui l’opinione pubblica ha fondamentale rilievo e che non può quindi rimanere confinata tra le ristrette mura di un Consiglio Regionale.