Le montagne senza la neve: come il cambiamento climatico sta modificando la nostra idea del paesaggio montano invernale

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 12 ottobre 2024.)

[Aprica, provincia di Sondrio, Lombardia.]
Con il cambiamento climatico in corso, che provoca tra le altre cose una riduzione delle precipitazioni nevose invernali e dei giorni di gelo o di ghiaccio che permettono il mantenimento della neve al suolo, le stazioni sciistiche delle Alpi e degli Appennini dovranno sempre di più affidarsi all’innevamento artificiale – almeno fino a che le temperature lo consentiranno.

Uno studio condotto da ricercatori francesi e austriaci, pubblicato su “Nature Climate Change” nel 2023 e citato in questo articolo de “L’AltraMontagna”, ha analizzato la situazione di 2.234 stazioni sciistiche in 28 Paesi europei. I risultati sono allarmanti: senza innevamento artificiale, ben il 53% di queste stazioni sarebbe a rischio elevato di mancanza di neve in caso di un riscaldamento globale di 2°C, percentuale che sale al 98% se l’aumento della temperatura raggiunge i 4°C.

Sempre più spesso, dunque, i versanti montuosi soggetti alla presenza dei comprensori sciistici vengono caratterizzati alla vista dai nastri bianchi delle piste coperte dalla “neve tecnica” che si snodano tra boschi e prati verdi, e questo accade non solo a inizio stagione ma pure ad inverno avanzato – addirittura fino a primavera, come successo sugli Appennini la stagione scorsa.

[Folgaria, provincia di Trento.]
La montagna che i frequentatori osservano ormai spesso, insomma, offre una visione parecchio diversa rispetto a quella che di norma nella mente si genera pensando ai monti d’inverno, da sempre parte dell’immaginario comune al riguardo e tutt’oggi rilanciata dal marketing turistico: montagne ricoperte da un abbondante e uniforme manto di neve contro boschi e prati verdi – d’un verde spento, inevitabilmente – inframezzati da strisce bianche più o meno ampie. Una visione collidente con quella “standardizzata”, certamente bizzarra e senza dubbio altrettanto straniante, alla quale non tutti ancora ci stanno facendo l’abitudine – almeno non quelli che le montagne le hanno vissute fino a che gli inverni sono stati più o meno regolari, cioè fino agli anni Ottanta del Novecento.

Posto che, come rimarcato poc’anzi, l’innevamento artificiale risulta sempre più necessario alle stazioni sciistiche per sostenere economicamente le stagioni – al netto della diversificazione dell’offerta turistica che tuttavia ad oggi risulta ancora marginale in gran parte delle località – e considerando che il cambiamento climatico sta già influendo anche sulla percezione e sull’immaginario diffusi riguardo le montagne e i loro paesaggi, una domanda (provocatoria ma nemmeno troppo) sorge pressoché spontanea: ma quella sopra descritta, che d’inverno presenta versanti secchi percorsi da nastri serpeggianti di neve artificiale, si può ancora considerare “montagna” per come abbiamo fatto fino a oggi?

[Alpe di Siusi, provincia di Bolzano, Alto Adige.]
Chiaramente tale domanda è da intendersi non in chiave meramente geografica – la montagna sempre tale resta – ma antropologica e di natura concettuale; a qualcuno potrà sembrare una questione di lana caprina, invece genera implicazioni non indifferenti in ottica di futura frequentazione consapevole dei territori montani con notevoli ricadute sugli aspetti pratici e materiali – in primis quelli alla base dell’industria turistica la quale, come accennato, basa molto del proprio marketing e del suo successo su certi immaginari comuni consolidati da tempo. Immaginari e immagini, dei territori montani, che subiscono un dissolvenza a favore di altre immagini, di visioni differenti e pure fuori sincronia temporale – come quando a fine dicembre si sale in montagna e ci si aspetta di vedere la neve e invece ci si trova di fronte i prati: una circostanza ormai frequente, negli ultimi anni.

D’altro canto «Il paesaggio è un costrutto: non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori» (lo rimarcò il grande sociologo svizzero Lucius Burckhardt) e «Noi crediamo in ciò che vediamo» (Verena Winiwarter, storica austriaca grande esperta di immaginario alpino): ovvero, una montagna come quella che ho descritto poc’anzi non è (più) la montagna che c’era prima, ed è un ambito che inevitabilmente sta costruendo nelle nostre menti un nuovo paesaggio, non più uniformemente bianco in relazione al periodo dell’anno connesso e da vivere e fruire attraverso nuove o diverse modalità rispetto a prima, dunque un nuovo costrutto, nuove percezioni, differenti elaborazioni culturali… una diversa idea di montagna invernale cioè un nuovo immaginario comune, insomma. Al quale inevitabilmente si dovrà adeguare anche tutto ciò che dovrà promuovere la frequentazione di questa “nuova” montagna, sia nella rappresentazione visiva e sia nelle proposte di stampo turistico []

(Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere l’articolo completo su “L’AltraMontagna”.)

Quali soluzioni per l’overtourism in montagna?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Il dibattito sul tema dell’overtourism nelle località montane si fa a ogni stagione sempre più ampio e articolato, evidenziando la criticità ormai innegabile del problema. Ora il dibattito si placherà, visto che l’estate è terminata, ma non sarà che la quiete dopo una tempesta e prima delle prossime, forse ancora più intense. Fatto sta che il problema, pur con tutti distinguo del caso, è ormai lampante, le soluzioni nel breve termine invece molto meno, nel senso che in buona sostanza non si capisce ancora bene quali potrebbero essere e quanto sarebbero efficaci, se applicate.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Ovvio che qualcuno potrebbe denotare che la soluzione primaria da mettere in atto è la diffusione di una maggiore e più consapevole cultura del turismo sia tra gli ospiti e sia tra gli abitanti e gli operatori economici delle località coinvolte, con gli annessi e connessi di vario genere che ciò significa. Ma questo è un processo – comunque fondamentale da attuare, sia chiaro – che richiede tempo, mentre per certi versi la situazione impone il bisogno di elaborare provvedimenti che, se non già risolutivi, possano mitigare le conseguenze già riscontrate nell’attesa di porre in opera strategie più organiche e articolate.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Dunque, a fronte di fenomeni di sovraffollamento turistico a volte così ingenti da generare problemi concreti ai territori che li subiscono e a chi ci vive, e fermo restando che la soluzione non possa logicamente essere l’aumentare i parcheggi, allargare le strade, costruire nuovi alloggi eccetera, come se lo spazio montano a disposizione fosse inesauribile e totalmente da asservire alle esigenze turistiche (seppur non pochi amministratori pubblici di montagna lo pensano, inauditamente!), che si può fare in concreto?

Aumentare le tasse di soggiorno e istituire ticket d’ingresso alle località per il turismo giornaliero (come stanno pensando di fare alcune località in Svizzera, ad esempio)? Contingentare i posti letto negli hotel e i coperti nei punto di ristoro? Elaborare la capacità di carico turistica di ogni località e farne una regola giuridica assunta come limite dal Comune locale? Fissare di conseguenza numeri chiusi da gestire con appositi “varchi” (dove sia possibile) all’ingresso delle località?

E, qualsiasi possa essere la soluzione, come poi si possono mettere in equilibrio le presenze turistiche, la libertà d’impresa, il benessere della comunità locale, la tutela ambientale e del paesaggio? Può essere possibile fare ciò oppure obiettivamente è pura utopia?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
In ogni caso, tra mille domande e dubbi una cosa è innegabilmente certa: qualche soluzione va trovata, e in fretta, se non si vuole rischiare situazioni come quelle delle immagini che vedete (sono opere di Alessandro Ghezzer, create con l’IA e tratte dalla sua pagina Facebook). Ne va della sorte delle nostre montagne e di chi le abita mantenendole vive.

Rifugi di montagna che non sono seri (ovvero: un’analisi ineccepibile su certo turismo montano)

[“Repubblica.it”, 28 gennaio 2023.]
Mentre si levano da più parti dubbi e obiezioni attraverso dibattiti assai animati contro la «moda dei rifugi a 5 stelle» i quali, a fronte del nome che ancora conservano, assomigliano sempre di più a ristoranti e alberghi di lusso – al punto che qualche rifugista dichiara pubblicamente di «voler tornare all’antico» – un’amica mi scrive che qualche tempo fa suo figlio, che aveva otto anni, giunto in un rifugio delle Prealpi Bergamasche a 2000 m di quota e trovandosi di fronte un frigorifero con dentro i gelati, con fare serio le disse: «Un rifugio che vende i gelati non è un rifugio serio».

Ecco: discorsi su discorsi e considerazioni e articoli e analisi e saggi di antropologia culturale e di sociologia del turismo mirabilmente condensati dalla saggezza istintiva e per questo profonda di un bambino di otto anni. Che aveva già capito tutto, ben più di molti “guru” dell’industria turistica montana contemporanea.

[L’interno di un “rifugio” – si fa chiamare così! – a 2000 di quota sulle Dolomiti. Immagine tratta da www.dolomiticlass.it.]
N.B.: sia chiaro, di principio non ho nulla contro quei “rifugi gourmet”. Solo che non sono rifugi e non offrono ospitalità di montagna, punto. Sono e fanno altro, legittimamente, dunque si facciano chiamare in un altro modo più consono. Questione di onestà commerciale e di rispetto verso i veri rifugi.

Tutti possono andare a fare i turisti in montagna, oppure no?

Cari amici,
vorrei chiedere il vostro parere su questo tema: flussi turistici sempre più cospicui frequentano le montagne, con un aumento netto dal Covid in poi per i motivi già noti, e ciò comporta che nei luoghi maggiormente turistificati giungano spesso persone che dimostrano di non conoscere e comprendere a sufficienza la realtà montana, a volte comportandosi verso di essa in maniera opinabile e poco rispettosa. Secondo voi:

  1. È comunque un bene che chiunque, anche le persone oggi così poco affinate, possano frequentare le montagne così da poter comprendere in maniera più compiuta la loro cultura e per questo “educando” nel tempo il proprio atteggiamento al rispetto dei monti e in generale, per “induzione”, del mondo che frequentano (in pratica ciò a cui si riferisce il vecchio e un po’ retorico detto «La montagna è una scuola di vita»).
  2. Sarebbe meglio se persone così poco educate e attente al rispetto dei luoghi nei quali si trovano, in special modo quelli montani particolarmente pregiati e delicati, non li frequentassero, al fine di evitare il rischio che certi modelli comportamentali da non luoghi del mondo odierno iperantropizzato e consumista ammorbino i territori montani degradandone definitivamente la realtà e la loro cultura.

Che ne pensate?

Ovviamente potete aggiungere qualsiasi altra considerazione al riguardo (io ho cercato di condensare al meglio le posizioni principali nelle due risposte proposte), e non credo serva rimarcare che il tutto ha un valore puramente discorsivo, di confronto teorico ma non per questo meno interessante.

Grazie di cuore per i contributi che vorrete manifestare!

P.S.: sia chiaro che non voglio assolutamente affermare, con quanto sopra esposto, che sui monti possano esserci turisti di seria A e turisti di serie B e tanto meno che pure tra i più assidui frequentatori delle montagne (o tra i montanari stessi) non manchino soggetti assai poco educati e sensibili ai luoghi che frequentano e vivono. Di principio nessuno è più bravo o più buono di qualcun altro, semmai si dimostra più attento e sensibile, per personale atteggiamento e predisposizione, quando si trova in certi luoghi “speciali”. Fatto sta che la questione esiste, è di frequente (e in maniera crescente) segnalata ed è di matrice innanzi tutto culturale, dunque assolutamente importante nell’ottica dello sviluppo e della gestione del turismo nelle terre alte, di qualsiasi tipo esso sia.

 

Grazie ancora a chiunque contribuirà!

Sparare neve artificiale anche se farà caldo: una rivoluzione per gli sciatori o una involuzione per lo sci?

[Le piste dell’Aprica, in Valtellina, a fine dicembre 2023.]
Premessa: la stagione sciistica 2023/2024 è orami finita o volge al termine in tutti i comprensori alpini e appenninici, dunque sui vari media si leggono spesso gli articoli nei quali i loro gestori tracciano i bilanci stagionali, ovviamente e invariabilmente positivi quando non entusiastici. Anche perché i suddetti gestori, tanto comprensibilmente quanto poco obiettivamente, al riguardo omettono certe evidenze pur palesi: ad esempio che anche nell’ultima stagione invernale la neve è arrivata a febbraio inoltrato e fino a quel momento solo l’innevamento artificiale ha consentito l’apertura parziale dei comprensori, con chissà quali costi finanziari per le società di gestione degli impianti. Silenzio anche sui report climatici i quali hanno attestato che sulle montagne italiane tutti i passati mesi invernali hanno battuto i rispettivi record di temperatura, certificando lo scorso inverno come il più caldo dal 1800, cioè da quanto si rilevano i dati climatici. Insomma: un entusiasmo legittimo ma poco credibile, quello degli impiantisti.

Fine premessa, e andiamo al punto di questo mio post.

Posta la notizia di qualche settimana fa che vedete qui sopra (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo), e al netto dei numerosi e ineludibili aspetti ambientali, economici, ecologici, culturali, etici di tali iniziative atte a mantenere in vita l’industria dello sci nonostante la realtà climatica in divenire, molto semplicemente chiedo: ok, si può/potrà produrre neve artificiale (in realtà neve tecnica, ma ormai tutti la conosciamo con la prima definizione) anche se farà più caldo. Tuttavia, una volta sul terreno quella neve sparata, se le temperature dell’aria saranno troppo alte e magari fino a certe quote ci pioverà sopra, come si potrà sciare in un’accezione ancora decente del termine? E come si potrà basare su tali circostanze oggettive – già oggi manifeste e nel prossimo futuro sempre più presenti – la qualità dell’offerta e i prezzi al pubblico del conseguente turismo sciistico? Si tenga presente che la neve artificiale è più “dura” rispetto a quella naturale e presenta cristalli di forma diversa: tende a sciogliersi meno rapidamente rispetto a quella naturale ma offre un fondo sciabile più ostico e pesante, in caso di temperature alte, essendoci più acqua nei suoi cristalli e presentando una maggiore permeabilità all’aria. Già da tempo in effetti se ne denuncia la maggior pericolosità per gli sciatori meno esperti; parlare di «piste perfette» in presenza di neve sparata, come riporta l’articolo linkato, è dunque una contraddizione in termini.

Inoltre: le stazioni sciistiche spareranno neve a spron battuto spendendo cifre esorbitanti che peseranno sempre di più sui loro bilanci per poi offrire piste innevate in condizioni decenti solo per qualche giorno? Forse infileranno delle serpentine sotto le piste da sci per raffreddarne la superficie e conservare il manto nevoso artificiale? Doteranno gli sciatori di visori 3D, incluso nel costo degli skipass giornalieri (tanto già in forte e costante aumento, qualche altra decina di Euro in più che sarà mai) per far vedere loro la neve anche sulle piste tornate a essere distese erbose?

Lo posso anche capire, nell’ottica dei gestori degli impianti messi spalle al muro dalla realtà corrente, il ricorso alla tecnologia più avanzata per cercare di limitare le conseguenze del cambiamento climatico e proseguire l’attività: ma, tanto a livello ambientale quanto – ribadisco – della qualità dell’offerta turistica, il gioco vale la candela?

[Foto di Hans da Pixabay.]
Forse sì, per alcuni comprensori grandi e dotati di caratteristiche geomorfologiche particolari lo vale – a quali costi futuri per chi vuole “giocare” non oso immaginarlo, e lo scrivo pensando anche alla sopravvivenza di quegli ski resort più grandi e strutturati. O forse, viceversa, quella candela presto diventerà un cerino il quale, ormai spento, resterà in mano ai gestori di innumerevoli comprensori sciistici e, cosa ben più drammatica, alle comunità dei territori che li ospitano. D’altro canto, se non c’è alcuna volontà di elaborare una transizione verso altre forme di frequentazione turistica post-sciistica che possano salvaguardare quanto possibile le attività e chi ci lavora mantenendo al contempo un’offerta turistica apprezzabile e completamente sostenibile a vantaggio dei luoghi e della loro economia (e d’altro canto questa transizione appare viepiù obbligatoria per tutte le località tanto, poco o non più sciistiche), quel cerino è come se fosse già spento anche se si crede di vederlo ancora acceso.