Una matita Hard Black

Scrivere con una matita Hard Black, HB, rigorosamente col corpo esagonale di legno, ben appuntita, premendo sul foglio di carta bianco e percependo l’equilibrata consistenza della punta, tracciando il suo segno netto, nitido, dal colore della terra antica e più feconda, con quell’olezzo tenue e inconfondibile di legno e grafite… Ecco: questa è una delle cose più piacevoli che si possano fare, lo ribadisco,per me che ancora amo scrivere a mano perché è un bellissimo esercizio culturale che trova un suo inopinato senso nell’inutilità alla quale pare esser condannato dalla digitalizzazione universale. Un po’ come il “gusto per il superfluo” del dandy di fine Ottocento, quello celebrato e praticato dal D’Annunzio più esteta, per dire, che nella sua apparente vanità ha generato bellezza e fascino a non finire. Ma qui, a ben vedere, di “superfluo” vi può essere poco o nulla, per quanto si possa scrivere e, soprattutto, stante la nobiltà incontrovertibile di un così amabile strumento di scrittura.

Natura maiuscola

Natura.
Di recente qualcuno me lo ha fatto di nuovo notare, che “Natura” non si scrive con la N maiuscola. Ma io continuo a scriverlo in questo modo, Natura. Perché non riesco a non farlo, se lo faccio guardo un attimo la parola scritta e mi dico: no, non mi piace.
Non è una questione di ipotetica matrice “panteista” o “animista” o che altro, (se così si possa intendere; almeno non lo è primariamente), nemmeno di ambientalismo massimalista, e non considero che possa essere errato scriverla così*. Semmai, mi sembra una minima, banale, certamente simbolica, forse superflua ma per me significativa e necessaria forma di rispetto. Per la Natura, già.

*: quantunque in certi casi lo sia, e questo per molti versi è uno di essi.

Lo sviluppo intellettuale? Merito di Dürrenmatt!

Charlotte Kerr, la seconda moglie di Friedrich Dürrenmatt, un giorno di gennaio del 1992 telefonò a Mario Botta: «Sarebbe disposto a venire a Neuchâtel? Ho deciso di regalare la casa di Dürrenmatt e il terreno per costruirvi un museo. Mi mancano i soldi per la costruzione, ma sono certa che li troveremo… Allora, che ne dice? Perché non viene a dare un’occhiata?» «Che c’entrano i soldi quando si tratta di Dürrenmatt? A lui devo il mio sviluppo intellettuale. Certo che vengo.»

(Conversazione citata da Donata Berra nella postfazione de La Valletta dell’Eremo, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2002, pag.83. Il “museo” in questione è il Centre Dürrenmatt Neuchâtel, al quale fa riferimento l’immagine in testa al post: cliccateci sopra per saperne di più, oppure cliccate qui per visitarne il sito web.)

No, cari itaGliani, la Crusca non ve lo esce il cane!

No, cari itaGliani, l’Accademia della Crusca non ha affatto sdoganato espressioni quali “siedi il bambino”, “scendi il cane” e altri “simpatici” orrori grammaticali affini. Ha detto tutt’altro, la Crusca, e lo segnala per bene il sito BUTAC – Bufale Un Tanto Al Chilo (bassamente rubo loro l’immagine qui sopra), che riporta un post (peraltro pubblico) dalla pagina facebook di Vera Gheno, membro dell’Accademia. Un testo che richiede un paio di minuti di lettura o poco più, evidentemente un tempo troppo lungo persino per tanti giornalisti i quali hanno invece pensato bene di diffondere la suddetta presunta novità come fosse verissima, con titoli più o meno sensazionalistici, rimarcando una volta ancora la qualità (infima) dell’informazione offerta ai loro lettori e la relativa professionalità di fondo.
Così al riguardo Vera Gheno conclude il suo post:

Tutte le volte che vedo entrare in circolo notizie del genere, comunicate con pressappochismo, mi chiedo come mai dalla parte dei lettori, conoscendo un po’ l’andazzo, ci sia così poca propensione a verificare, prima di gettare letame sul lavoro altrui. Capisco che sia soddisfacente prendersela con quella specie di Hogwarts eburnea che è per molti (per chi non la frequenta davvero) la Crusca. Troppo soddisfacente ergersi a paladini dell’itagliano correggiuto, come dice mia figlia. È così bello lapidare ed essere lapidari, no?
Ora, mi chiedo io: se vedo in giro così tante informazioni distorte nel settore che mi compete, ossia la lingua, quante ce ne saranno riguardo a questioni che non conosco così bene, e sulla cui veridicità non posso giudicare? E poi: abbiamo davvero bisogno di confezionare le notizie in maniera così povera? Anche perché confutare ognuna di queste baggianate costa uno sforzo, perlopiù senza grandi riscontri: la contronotizia corretta, si sa, è infinitamente meno attraente della ghiotta notiziona che mira diretta alla pancia delle persone.

Dunque mi spiace per voi, cari itaGliani iNIoranti (più o meno inconsapevolmente) che speravate di ottenere un tale prestigioso avallo alle vostre bizzarrie lessical-popolari, convinti di essere nel giusto a dire “siedi il bambino” e che invece sbaglino quelli che il bambino lo fanno sedere. Liberissimi di usare quelle espressioni suggestive, sia chiaro, ma nella consapevolezza che siano forme sbagliate che l’uso comune rende radicate (nel parlato vernacolare quotidiano e soltanto lì) e giammai corrette. Altrimenti, ribadisco un “concetto” a me assai caro: se il cittadino nativo di un paese dimostra di non conoscere a sufficienza la lingua propria e del paese stesso in quanto primario elemento identitario e coesivo per la sua comunità sociale (serve rimarcare le “h” svanite nel nulla di tanti “o fatto, “o detto” e cose simili che si leggono sui social?) non merita pienamente di esserne cittadino. Se non al livello “capra” (Sgarbi docet), ecco.

P.S.: e leggete più libri, che forse così imparerete meglio la vostra lingua, cribbio!