Sapienza quotidiano

No, il titolo del post non è sbagliato: quotidiano, non quotidiana. Perché mi riferisco a Davide Sapienza, figura di narratore e autore (e tante altre cose) così preziosa e illuminante della quale questo nostro mondo odierno potrebbe – anzi, dovrebbe  – anzi, deve averne bisogno in dosi giornaliere costanti.

Ad esempio, grazie a questa bellissima pagina uscita lo scorso venerdì 26 maggio sul “dorso Bergamo” del “Corriere della Sera”, da leggere e meditare con mente attenta e cuore fremente (cliccateci sopra per ingrandirla):

Oppure, lunedì prossimo 5 giugno, con questo evento che Davide terrà insieme a un altro mirabile e impareggiabile personaggio, Franco Michieli:

Altrimenti, e qui sì giornalmente e volendo anche di più, grazie ai podcast Nelle tracce del Lupo e l’imminente (sarà su Rai Play Sound da lunedì 05/06) Ghiaccio Sottile, entrambi realizzati con Lorenzo Pavolini e musicati da Francesco Garolfi (trovate i link per l’ascolto nelle didascalie delle immagini).

Insomma: è sempre bene avere Sapienza quotidianamente. E giammai un gioco di parole del genere è stato più serio, partecipe e sensato.

 

Pregevole architettura alpina contemporanea (anzi no!)

È una pregevole e significativa opera di architettura contemporanea, il granaio della Valle Aurina (provincia di Bolzano) che vedete nell’immagine qui sopra: separato dal terreno per evitarne l’umidità e i ristagni di acqua areando al contempo il pavimento, con il primo piano sporgente per proteggere le parte del piano rialzato e ugualmente con il tetto sporgente per proteggere le pareti del primo piano. Un ottimo esempio di design innovativo (non ricorda nella forma ad esempio quello, ovviamente su scala diversa e per tutt’altro edificio, della Torre Velasca di Milano?) oltre che di efficienza sia esterna che interna, per giunta realizzato con materiali locali senza uso di cemento.

Già, anche perché nel 1495 il cemento non esisteva ancora, almeno non quello odierno! Risale infatti a quella data il granaio dell’immagine, eppure sembra veramente un’opera di architettura contemporanea, originale, modernissima… ma è già tradizionale da secoli.

Dice quel famoso aforisma attribuito a Oscar Wilde che «La tradizione è un’innovazione ben riuscita»: niente di più vero, e quando ciò non accade è probabilmente perché l’innovazione proposta non è l’evoluzione coerente di una tradizione ma ne ignora la narrazione e l’insegnamento. Questo non significa che non si possa creare qualcosa di totalmente nuovo, anzi: ma, nei temi del paesaggio, senza alcun dubbio qualsiasi opera che voglia dialogare, relazionarsi e armonizzarsi con il luogo in cui viene realizzata non può non seguire la “lezione” di ciò che nel luogo è già presente e, magari, conserva un retaggio di lungo periodo che fa di quella lezione un’autentica e convalidata dichiarazione di identità culturale del territorio, ovvero di elemento fondativo e referenziale del suo paesaggio. Ciò comporta, questo sì, che se tale lezione viene ignorata l’opera in questione facilmente apparrà avulsa da luogo, incoerente, fuori contesto, fosse anche esteticamente pregevole o tecnologicamente all’avanguardia: ma non c’entrerà comunque nulla con quanto ha intorno e, dunque, facilmente, vi apparirà inopportuna.

Quindi, certe volte più che “innovare” può essere sufficiente (ma è già tanta roba!) rinnovare la tradizione, adattandola al tempo corrente e alla realtà in divenire ma salvaguardandone il messaggio culturale trasmesso, che è la manifestazione dell’identità del luogo. Ciò implica la necessaria conoscenza ovvero lo studio, materiale e immateriale, del luogo in cui si interviene: ma, a tal proposito, si torna al principio fondamentale della conoscenza necessaria del territorio quale garanzia di cose fatte bene in esso o, viceversa, di cose fatte male per contrastante ignoranza. Un principio che si potrebbe pensare pressoché ovvio per chiunque si debba occupare in ogni modo di territorio e di paesaggio e invece no, “ovvio” non lo è affatto, purtroppo. E i risultati, pienamente “contemporanei” si vedono un po’ ovunque, già.

P.S.: per questo post devo ringraziare Giorgio Azzoni, che me lo ha “indirettamente” ma distintamente ispirato. Lo ringrazio anche per avermi sollecitato alcune precisazioni: che il paragone tra il granaio della Valle Aurina e la Torre Velasca è chiaramente di forma e di linee ma non di altro, essendo due manufatti completamente diversi, e che il cemento non esisteva per come è oggi ma un calcestruzzo a base di malta di inerte, pozzolana e acqua si utilizzava già al tempo dei Romani.

Un esempio di saggezza montanara?

Castelguidone, piccolo comune montano della provincia di Chieti a 775 m di quota, 301 abitanti. Alle recenti elezioni per il rinnovo della giunta comunale: una sola lista in lizza, peraltro con candidato forestiero, 278 aventi diritto al voto. Votanti: uno. Ma con scheda bianca, dunque voti: zero (clic).

E se questa fosse una peculiare tanto quanto significativa manifestazione di autentica saggezza montanara politicamente declinata?

Un brutto clima (mentale)

«Facciamo azioni di sensibilizzazione e sperimentiamo nuove pratiche e comportamenti con test sulla popolazione. Ma solitamente aderiscono persone che sono già sensibili al tema. Difficile andare oltre. Si ritiene che siano problemi che riguardano altre regioni o un futuro troppo lontano. Molti temono di dovere rinunciare a qualcosa, a una zona di comfort e si chiedono perché devono fare qualcosa che apparentemente riduce la propria qualità di vita. Il tema del cambiamento climatico non è nuovo. Eppure siamo nella stessa situazione di 30 anni fa, quando al Summit della Terra a Rio venne creata la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Solo che adesso il tempo stringe. E ognuno deve fare la propria parte, non solo le istituzioni. […] Bisogna per forza fare un weekend al mese in una capitale europea spostandosi in auto o in aereo, quando nelle nostre valli ci sono luoghi incantevoli? A bloccarci è il timore di perdere un certo standard di vita. E anche la pigrizia, dal momento che si ritiene sempre che può pensarci qualcun altro a queste cose.»

[Francesca Cellina, ricercatrice presso l’Istituto sostenibilità applicata all’ambiente costruito della SUPSI – Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, intervistata da Patrick Macini in Ma chi se ne frega del cambiamento climatico… su “Tio.ch”, 01 giugno 2022.]

Ecco: e se uno dei problemi fondamentali alla base della questione relativa ai cambiamenti climatici e del nostro necessario adattamento a essi fosse la mancanza di un diffuso cambiamento mentale che sappia farci comprendere pienamente la portata del fenomeno in corso e l’esigenza ineluttabile di fare qualcosa? E, intendo dire, fare qualcosa non solo per il clima ma, in primis, per noi stessi e la nostra vita sul pianeta.

Come possiamo dirci Sapiens se non sappiamo nemmeno conseguire una così basilare e vitale sapienza?

Come scritture con l’inchiostro simpatico sul paesaggio

Gironzolare per i luoghi vicino casa anche solo per fare una rilassante passeggiata, ma senza mai abbandonare uno spirito curioso e mantenendo i sensi ben attivi, ti fa ribadire ogni volta la peculiare bellezza del paesaggio e ti può regalare piccole/grandi sorprese, anche quando di quei luoghi domestici pensi di sapere ormai tutto. D’altro canto i paesaggi sono libri aperti che narrano innumerevoli storie, scritte da chi li ha vissuti nel tempo su altrettante pagine: a volte sono “testi” ben leggibili, altre sono come messaggi scritti con un inchiostro simpatico per la cui lettura servono condizioni particolari. Così, ecco che nel bosco d’inverno, spoglio e privo di fogliame, torna visibile quello che a tutti gli effetti – visto il suo andamento rettilineo e il profilo regolare – sembra* essere stato un canale artificiale di scarico del legname che mai avevo notato prima, lungo il quale i tronchi abbattuti nella faggeta soprastante venivano fatti scivolare a valle grazie alla copertura del fondo del canale con lamiere o altre superfici lisce oppure semplicemente per gravità:
È la testimonianza, chissà ancora per quanto visibile, di un tempo nel quale la montagna era non solo luogo di vita ma pure forma indispensabile di sussistenza quotidiana: non un tempo necessariamente “migliore”, come molti oggi in preda alla “sindrome di Heidi” tendono a pensare, ma certamente nel quale la relazione tra uomini e montagne era diversa, ben più stretta e “vissuta”. Una relazione che per alcuni aspetti andrebbe considerata in modo assai meno folclorico, come sovente accade, e più antropologico nonché recuperata culturalmente, contestualizzandola, al presente e al futuro. Se ne fossimo capaci, e lo facessimo in modo strutturale, ne avremmo tutti da guadagnare: abitanti, residenti occasionali, turisti, ambiente naturale, animali, montagne, paesaggio.

È anche un “invito” a voi, questo mio post, per fare altrettanto nel vostro paesaggio di casa e non solo lì. Per gironzolare ovunque con constante curiosità, dacché ogni luogo, anche quello apparentemente più conosciuto, più frequentato, più “ovvio”, può certamente celare piccole o grandi scoperte, sia materiali che immateriali, capaci di narrare storie tanto belle quanto a volte dimenticate ma, forse, ancora importanti.

*: mi affido comunque a chiunque ne possa sapere di più al riguardo, anche se il mio segretario personale a forma di cane ha testato da par suo il canale – come si vede qui sopra – e ritiene che sia effettivamente quello che ho scritto.