Neanche Dio

Cosa? La Gaglinera senza vento? Non capita quasi mai. La cagna è sempre arruffata nella Gaglinera, il cappello sempre in mano. Quando vai nella Gaglinera metti il berretto bianco o la fascia, Giacumbert! Mica vai nella Gaglinera per tenere sempre il cappello in mano? Hai altro da fare che rincorrere sempre il cappello. Ricordati che la tua cagna bianca è sempre arruffata nella Gaglinera. Vestiti per avere caldo e non correre come un pazzo perché altrimenti sudi. E se ti metti il cappello nero invece del berretto bianco lo tieni più in mano che sulla testa dura, e si potrebbe pensare che stai recitando il padrenostro, pieno di fervore. L’angelodelsignorehaportatoilsalutoamaria. Non avere paura, Giacumbert! Nella Gaglinera non vedi nessuno. Non c’è neppure un cristiano nella Gaglinera. Nessuno pensa che tu dica il Padre Nostro. Neanche Dio ti sente gridare al bestiame. Perché Dio non esiste.

[Leo Tuor, Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello. pag.60. Per la cronaca, la Gaglinera, in italiano Gaglianera, è l’ampio versante alpestre sottostante all’omonima vetta che chiude a nord il famoso Piano della Greina, tra Canton Ticino e Grigioni, luogo alpino assolutamente speciale del quale vi ho già parlato qui.]

È ancora montagna, questa?

Lavori di potenziamento dell’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Bobbio (Valsassina, Lecco); immagini gentilmente concessemi da Beppe Rusconi, membro dei Ragni di Lecco e Accademico CAAI, scattate il 19 giugno scorso.

Ora: si dirà che sono lavori “necessari”, “non prorogabili”, “indispensabili”, magari che così l’impianto “sarà più efficiente e sostenibile”, che poi “tutto tornerà come prima”… eccetera.
Sarà, ma mi viene da chiedere: è ancora montagna, questa? È ancora Natura, è ancora ambiente naturale quello così pesantemente modificato, spianato, scavato, alterato nelle sue morfologie, riempito di tubi e di cavi e di altre amenità tecnologiche al solo scopo di venderlo meglio? Non vi pare lo stesso caso del tappeto pregiato che abbellisce il salotto di una casa ma sotto il quale è stata nascosta tutta la polvere così che non si dica che la casa è sporca e trasandata?

Da che l’uomo ha abitato le montagne le ha modificate per viverci meglio, e non esiste quasi alcun lembo di catena alpina che non presenti qualche intervento antropico. Ma a tutto c’è – ci deve essere un limite, in primis quello derivante dal più naturale buon senso. In certi casi ci si trova ormai di fronte a una montagna di plastica, un simulacro di Natura alpestre artefatto ad arte per essere venduto come “vero” ma in realtà pesantemente manipolato e dunque sostanzialmente falso. Una patacca venduta come oggetto prezioso e acquistata da chi non è più capace di distinguerne il reale valore.

Ribadisco la domanda: è ancora montagna, questa?

D’altro canto, ovunque la trasformazione antropica del territorio abbia smarrito il necessario equilibrio con le sue peculiarità geografiche, ambientali, paesaggistiche, climatiche, inesorabilmente ne sono scaturiti dei gran danni. Facilmente prevedibili, peraltro, con un minimo di senno e di buon senso. Ma pare che oggi chi gestisce un certo turismo di massa, sulle montagne soprattutto, abbia scelto di spegnere la mente e i sensi e correre dritto verso il baratro lasciando dietro di sé dei gran disastri (oltre a un sacco di soldi pubblici), incapace di imboccare vie più logiche, assennate e per ciò sicure nonché benefiche per i propri territori. Un pericoloso esempio di analfabetismo funzionale in salsa turistico-alpina, in pratica.

A questo punto, tanto vale costruire delle enormi montagne gonfiabili ricoperte di neve di plastica, da mettere in piedi al bisogno per il più facile seppur dispendioso sollazzo. Esattamente come le bambole gonfiabili, buone per chi non sappia fare quel che vuole fare in modi più autentici, ecco.

Notarella finale: nel sito web dei Piani di Bobbio, a stagione estiva cominciata, le webcam che mostrano il luogo casualmente sono spente. Occhio non vede, cuore non duole – animo non s’incazza. Forse.

P.S.: nuovamente ringrazio di cuore Beppe Rusconi per la concessione delle foto, e ugualmente Giovanni Ponziani che ha fatto da tramite facendomi conoscere le circostanze di cui avete appena letto.

Una cartolina dal Gran Zebrù

Il Gran ZebrùKönigsspitze in tedesco – è senza dubbio una delle montagne più belle delle Alpi, imponente da ogni versante e spettacolare nella sua forma perfettamente triangolare visibile da sud ovest, dal prospiciente ghiacciaio del Cevedale – la si coglie bene nell’immagine qui sopra.

Ma il Gran Zebrù è una vetta affascinante per molte altre ragioni: geografiche, geologiche, storiche, alpinistiche e non da ultimo toponomastiche, possedendo due diversi nomi nelle lingue parlate sui versanti opposti ed entrambi assai particolari. La montagna, situata esattamente sul confine tra la Valtellina e il Tirolo e quindi tra la Lombardia e l’Alto Adige, ha infatti nomi che si affiancano nella cartografia ufficiale, uno insubre, poi adottato anche in italiano (Gran Zebrù) e uno tedesco (Königsspitze, che significa “Cima del Re”) e che apparentemente non danno adito a nessuna correlazione tra di essi, ma in realtà sono legati da una leggenda che affonda le sue origini sino al medioevo. Una leggenda che parla appunto di un sovrano, Johannes Zebrusius, chiamato “il Gran Zebrù”, feudatario nel XII secolo della Gera d’Adda (territorio realmente esistente, oggi in provincia di Bergamo) il quale si innamorò (ricambiato) di Armelinda, figlia di un castellano del Lago di Como che però si opponeva alla loro relazione. Al fine di fare colpo agli occhi del padre di lei e convincerlo a dargli la figlia in sposa, Johannes prese parte a una crociata in Terrasanta, rimanendovi per quattro anni.
Al suo ritorno però ebbe una sgradita sorpresa: il padre di Armelinda non solo non aveva cambiato parere, ma addirittura aveva concesso in sposa la figlia a un nobile milanese. Costernato e depresso Zebrusius decise di abbandonare il suo feudo e l’arte della guerra e recarsi in montagna, dove avrebbe vissuto da eremita, scegliendo come dimora la val Zebrù, dominata dalla montagna. Lì visse in solitudine per trent’anni e un giorno, cercando di dimenticare il passato con la meditazione e la preghiera, e quando sentì che stava giungendo la sua ora si sdraiò su un tronco collegato a un congegno di sua invenzione, che fece precipitare sul suo corpo un grande masso bianco, sul quale egli aveva precedentemente inciso “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”. Tale masso è visibile ancora oggi, al limite inferiore del Ghiacciaio della Miniera. Lo spirito del sovrano, purificato dal dolore e da anni di privazioni, salì sino sulla vetta della montagna che divenne il “castello degli spiriti meritevoli”, del quale l’anima di Zebrusius è il re.
La leggenda e l’origine del nome italiano (e lombardo) della montagna si intrecciano: è probabile infatti che il nome Zebrù (che identifica anche un’altra vetta poco lontana, il Monte Zebrù) derivi dalla radice celtica se (“spirito buono”, “santo”) e dal termine brugh, anch’esso celtico, che significa “rocca” o “fortezza” – “castello degli spiriti buoni”, appunto.

Altre ricerche etimologiche però farebbero derivare il nome Zebrù dal latino super, cioè “sopra”, più in alto di qualsiasi altra montagna, la cima più alta (quando né l’Ortles né il Gran Zebrù erano ancora stati misurati è probabile che si ritenesse che quest’ultimo fosse il più elevato del massiccio).
Infine, nonostante la leggenda stessa possa indurlo a pensare, non vi è alcuna relazione tra di essa e il nome tedesco della montagna. Königsspitze e Königswand sembrano derivare da un errore dei topografi austriaci nel trascrivere il nome tirolese, Cunìgglspizze, che non avrebbe a che fare con König (“re”, “sovrano”) bensì con Könich, ossia “cunicolo” (il versante altoatesino della montagna è scavato da diverse miniere). Una seconda ipotesi fa comunque derivare il nome realmente dall’autorità regale, essendo la montagna posta al confine fra l’ex contea del Tirolo e il regno della Lombardia. Inoltre la forma dialettale venostana per “König” è “Kiini” (e Kiiniwant per “Königswand”), e gli etimi König e Kaiser (imperatore) ricorrono abbastanza spesso nella toponomastica montanara tirolese.

Per saperne ancora di più, sul Gran Zebrù – Königsspitze, sulle sue storie affascinanti e le sue antiche leggende, potete visitare la sezione a ciò dedicata del sempre illuminante sito web paesidivaltellina.it. Ancor più completo e approfondito, per come indaghi il monte sotto ogni punto di vista, è L’Anima del Gran Zebrù tra misteri e alpinisti, la monografia storica e alpinistica dedicata al Gran Zebrù scritta dall’alpinista Davide Chiesa.

Che siano maledetti

[Immagine tratta da pixabay.com.]

Questo libro è dedicato
a coloro che hanno venduto le nostre valli
e a coloro che oggi le vendono.
Che siano maledetti.

[Leo Tuor, dedica di fine testo a Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello. L’immagine mostra un panorama del Surselva, la regione alpina dove Leo Tuor vive e della quale scrive nei suoi libri.]

Una bella foto. Anzi no, terribile

L’immagine fotografica che vedete qui sopra è bellissima e, al contempo, terribile.
È stata scattata qualche giorno fa da Michele Comi dalla parete Ovest del Torrione Porro e mostra la Val Ventina con l’omonima vedretta, tra la dorsale che dal Pizzo Cassandra scende al Pizzo Rachele, a sinistra, e i contrafforti orientali del Monte Disgrazia a destra. Il luogo è meraviglioso ma è in condizioni inquietanti: sembra un’immagine scattata a fine estate, quando ormai la copertura nevosa invernale si è dissolta, e invece è di maggio e l’intero territorio visibile nella foto sarebbe ancora dovuto essere pressoché bianco di neve, in condizioni climatiche normali. O forse è ormai il caso di dire in condizioni climatiche d’un tempo, visto che la nuova “normalità” al riguardo, posto l’andamento recente del clima, facilmente sarà questa.

Terribile, senza alcun dubbio. Eppure temo che, se l’immagine venisse mostrata ad un variegato campione di persone, molte ne coglierebbero la bellezza paesaggistica più che il messaggio climatico. Il problema culturale di fondo, al riguardo, è proprio questo: il clima sta inesorabilmente cambiando, noi stiamo realmente cambiando la consapevolezza al riguardo?

P.S.: nel frattempo, leggo il report del Servizio Glaciologico Lombardo che riporta i dati di innevamento in due delle stazioni di riferimento sulle montagne lombarde. Al Lago Reguzzo (Alpi Bergamasche, quota 2440 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 240 cm, quest’anno non c’è già più neve. Alla Vallaccia (Alpi di Livigno-Dosdè-Piazzi, quota 2670 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 170 cm, quest’anno non c’è già più neve. Non era mai accaduto prima che la neve al suolo si sciogliesse così precocemente: rispetto ai record precedenti quest’anno è avvenuto quasi 15 giorni prima alla Vallaccia e quasi un mese prima al Lago Reguzzo.