L’Homo Achronicus, abulico prigioniero del presente

11873480_10207443846284600_6068485923820884475_nÈ indubitabile: noi, uomini contemporanei, non abbiamo memoria. Non sappiamo costruire il futuro. Restiamo impantanati in un presente totalmente stantio dacché avviluppato su sé stesso, per il quale ci siamo convinti che il vivere alla giornata sia un atto coraggioso e resiliente, quando invece è la prima manifestazione della nostra disconnessione temporale, che per inesorabile conseguenza genera una ancor più grave disconnessione civica.
Siamo ormai ridotti ad essere tanti esemplari di Homo Achronicus: abbiamo dimenticato che il “presente” formalmente non esiste se non come ambito temporaneo d’azione, perché questo istante già ora è diventato passato e quello futuro che verrà a breve è già diventato il presente e sarà rapidamente passato; abbiamo perso la cognizione del tempo come dimensione (e non soltanto in senso fisico), e scordato che non ci può essere alcun futuro se non viene costruito sulle basi del passato nel suddetto presente d’azione. Di contro, quel presente che venga vissuto a sé stante, come circostanza del momento, come appunto il tanto diffuso atteggiamento del “vivere alla giornata”, senza riflettere sul modo in cui si sia generato (nel passato) e sulle conseguenze che avrà (nel futuro, vicino o remoto) è una delle più letali mancanze che la nostra civiltà contemporanea mette in atto.

Un tempo – in quel passato che la nostra boria contemporanea ci fa spesso considerare qualcosa di ridicolmente primitivo – anche in zone rurali particolarmente povere di risorse vitali, montanari e contadini non hanno mai mancato di piantare alberi come ulivi e castagni pur sapendo che non ne avrebbero mai goduti i frutti, e nemmeno i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti. Oggi, col nostro vivere alla giornata, cosa avremmo fatto? Probabilmente avremmo pensato alle convenienze del momento cercando di ottenere il massimo da un sostanziale “minimo” (un’assurdità bella e buona, è palese) anche a costo di far danni ma mirando esclusivamente – ed egoisticamente – al soddisfacimento istantaneo. Di pensare al domani, e non solo al nostro domani ma anche e soprattutto a quello di chi viene dopo di noi, non ci avremmo pensato – non ci pensiamo, convinti dal letale modus vivendi che ci è stato imposto come “il migliore (e magari il più bello, o il più cool) possibile” che è giusto così, che domani è un altro giorno.

Già, peccato che “domani” viene dopo di oggi e non è un tempo nuovo, totalmente distaccato dall’oggi, ma al contrario ne è diretta prosecuzione e conseguenza. Ergo, ciò che viene fatto oggi genera il domani, così come quanto è stato fatto oggi è stato un effetto di quanto avvenuto ieri. Non sembra così difficile da capire, pare roba da asilo nido, da primi rudimenti culturali – già comprendere, per dire, il significato delle luci di un semaforo è nozione più strutturata e complicata! Eppure, a giudicare la realtà del mondo, quello più vicino a noi e quello più lontano, sembra che a tal proposito non abbiamo capito nulla, invece. E non capire nulla di qualcosa tanto semplice è, spiace dirlo ma è così, segno di gravi manchevolezze mentali; d’altro canto, questo spiega pure il perché non capiamo nemmeno di essere sostanzialmente fermi, statici, impantanati – ribadisco – in un eterno presente simile ad un’automobilina giocattolo di quelle d’una volta che è andata a sbattere contro un ostacolo e lì s’è fermata, con le ruote che girano a vuoto, senza riuscire né ad andare oltre – e la via per farlo è appena lì accanto, basterebbe vederla, appunto – e nemmeno a tornare indietro per trovare un nuovo percorso: questo perché – cosa ancora peggiore – ci siamo assuefatti a rimaner lì, convinti che tutto sommato il continuare a sbattere contro il muro è divertente. “Vivendo alla giornata”, vivendo un momento che non ha spessore temporale, che rifiuta la genesi passata tanto quanto ogni sviluppo futuro, che è fondamentalmente vuoto di senso e di valore: che è ambito ideale per esistenze altrettanto prive di senso e valore.
In tali casi verrebbe da esclamare cose del tipo «di questo passo non andiamo avanti molto!». Beh, la questione è già più grave: ormai privi di qualsivoglia passo, siamo fermi, mentre il tempo va avanti, incessantemente. Se ne perdiamo il corso, non lo afferriamo più ma non solo: come ha ben spiegato Einstein, tracciando un parallelismo fisico-relativistico tanto quanto del tutto filosofico, così perdiamo pure lo spazio. E perdiamo tutto ciò che serve per vivere veramente: perché la vita non è semplicemente il corso di una giornata vissuta, ma quello di un’intera esistenza.
Tuttavia, anche a tal proposito, vista l’inconsistenza di molte esistenze, si spiegano molte cose di questo nostro mondo e di tanti di noi uomini contemporanei che lo abitiamo, già.

Stars, stripes, ignorance (Isaac Asimov dixit)

16298376_1422993811052280_7174078086327934957_nUna sola aggiunta personale a quanto asserito da Isaac Asimov (nel 1980, mica ieri!): quantunque lì per vari motivi sia probabilmente più evidente, non solo negli Stati Uniti ciò sta accadendo, ahinoi.

Merda

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e presto potrete saperne di più…

N.B.: ogni riferimento a fatti, cose e persone inerenti la situazione dell’Italia contemporanea è puramente… beh, fate voi.

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Non si capì perché tutto cominciò, perché, tutto ad un tratto, senza nulla che lo facesse presagire, come se il terreno fosse una pelle ricolma di pori che emettesse sudore nell’afa canicolare dell’Estate, all’improvviso dalla Terra cominciò ad effluire merda – sì, niente di più e niente di meno, copiosamente, fluidamente, in tutta la propria disgustosa essenza materiale e odorosa. Sulla questione col tempo vi si scervellarono in molti: autorevoli luminari di scienze varie, eminenze politiche, editorialisti di prestigiosi media, finanche opinionisti d’oscura carriera; innumerevoli ipotesi vennero formulate, e parimenti innumerevoli soluzioni, ma se tutte queste accreditate parole fluivano con notevole facilità, ancor più facilmente – e cospicuamente – continuava l’emanazione della rivoltante sostanza dal terreno, ovunque. Soltanto l’intensità variava: se certe zone – intere città, zone industriali, aree turistiche, ma il fenomeno non era categorizzabile per luoghi – ne erano state già del tutto sommerse, in altre dello strato escrementizio se ne quantificava meno, anche solo qualche decimetro.
La situazione peggiorava ora dopo ora. Forse anche per l’immediatezza e la rapidità del fenomeno, per la sua apparente illogicità, e per lo stupore e la tensione che provocava in chiunque, le discussioni in merito si allargavano sempre più senza tuttavia giungere a nulla di concreto, arrotandosi su sé stesse, innescando i soliti alterchi tra i sostenitori di opinioni opposte, come se si potesse pensare, per assurdo, che fosse proprio lo sproloquio più ampio possibile la migliore soluzione al letale problema.
Pochi ritennero invece di agire in altro modo e, almeno per il momento, conclusero che l’unica difesa fosse l’elevarsi sopra il liquame spaventosamente puzzolente, fare in modo di starsene al di fuori, insomma, e più in alto possibile da esso: soluzione banale forse, ma più efficace di ogni altra cosa ipotizzata e soprattutto di quella incredibile opinione che si stava diffondendo sempre più tra la gente, peraltro sostenuta dai soliti organi di informazione rassicurante – per missione conferita -, gente la quale si sentiva dichiarare con crescente, bizzarra disinvoltura: “Oh, la cosa peggiore di tutto ciò è la puzza, ma ormai la si sente già meno, ci si sta abituando velocemente… Anzi!”

Ma oggi il libro è in grado di “fare” il futuro?

aad33fdf5dd9747c2ec5a48710bd6b19«In che senso, scusa?» risponderete voi, probabilmente.
Sì, è vero, la domanda è all’apparenza piuttosto strampalata, dunque vado subito a chiarirla meglio. M’è sorta nell’ascoltare una conversazione sul fare libri al giorno d’oggi, nel senso di scriverli, o meglio nel capire che senso abbia – debba avere – scrivere libri, oggi. Perché – lo ribadisco per l’ennesima volta – il libro è l’oggetto culturale per antonomasia, quello che col miglior rapporto qualità/prezzo/fruibilità/godimento più di ogni altro rappresenta la cultura presso il pubblico più grande e si fa suo più efficace ambasciatore. Ed è tutto ciò a prescindere, anche quando il suo scopo non sia dichiaratamente quello (per scelta o per colpa), così come la più spettacolare fuoriserie, al di là di essere un oggetto di design, un emblema di tecnologia, di aerodinamica e quant’altro, resta sempre un autovettura per il trasporto delle persone.
Posto ciò, e posta la valenza culturale imprescindibile di tutti i libri (salvo rarissimi casi, appunto), nonché posto che la cultura è retaggio indispensabile del passato ed elemento fondamentale del presente al fine di viverlo al meglio per costruire il miglior futuro possibile, m’è venuto appunto da chiedermi: ma i libri, oggi, sono “oggetti” che rivendicano – o sanno rivendicare – il proprio valore di costruzione culturale del futuro, oppure restano ancorati al proprio presente se non, in certi casi, divengono mera testimonianza del passato?
Non è una mera questione di contenuti, sia chiaro. Ad esempio non è, banalmente, che il romanzo di fantascienza costruisca il futuro e il saggio storico resti bloccato nel passato di cui disquisisce. Personalmente, credo che un libro possa “costruire” il futuro – o aiutare a farlo – quando sappia portare al suo lettore un messaggio di valore potenzialmente atemporale, almeno nell’essenza, quando la sua lettura sappia suscitare riflessioni e considerazioni protratte nel tempo, quando sappia formare per sé stesso uno spiccato carisma letterario oppure, anche, quando la sua forma sappia innovare il presente linguistico del quale fa parte.
Capirete che non sto scoprendo nulla di che: ogni libro, io penso, dovrebbe cercare di lasciare una propria traccia evidente nel tempo, senza restare meramente vincolato alla propria epoca in tutto e per tutto. Di contro, forse capirete pure che oggi, sempre più spesso, il libro viene ridotto a puro oggetto di intrattenimento (oltre che, commercialmente, a semplice bene di consumo, ma questo è un altro discorso) nel quale il necessario valore letterario viene messo da parte per confezionare un prodotto il quale, appunto, ricorda molto quanto offerto dalla TV: un passatempo di basso profilo che non abbisogna di impegno intellettuale e, di contro, che sovente rincorre il più banale e ovvio sentore comune. Non un elemento che genera e costruisce cultura, dunque, ma che prende la forma della (sotto)cultura dominante, ancorandosi al proprio presente e rinunciando a qualsiasi futuro, appunto.
Tirando le somme di questo ragionamento: sono convinto che ogni autore il quale scriva un testo e lo proponga ad un pubblico debba anche porsi lo scopo di far che da quel suo testo possa generarsi un “retaggio culturale attivo”, dunque che in un modo o nell’altro (o in entrambi, se possibile!) il testo sappia costruirsi un’essenza letteraria – o un carisma, come l’ho definito poco sopra – nel momento della sua prima lettura che poi sussista col passare del tempo. Ciò anche per i libri di intrattenimento (intelligente, intendo dire: ce ne sono, senza dubbio), per i romanzi brevi o lunghi, i racconti, i componimenti poetici… Insomma, non è una questione di forma e, nemmeno, di sostanza, ribadisco, ma di essenza. E non è nemmeno questione che un testo sia un capolavoro letterario, un best seller o un’opera fondamentale, giammai che sia firmato di chissà quale gran scrittore. No, è questione di scriverlo con la consapevolezza che tale scrittura dovrà lasciare un segno nel tempo e nel patrimonio di conoscenze condiviso, così che un domani se ne possa riconoscere il valore, la peculiarità, l’essenza – appunto – o quanto meno il senso. Allora sì, il libro avrà contribuito a suo modo a fare il nostro futuro. Altrimenti, non sarà che il mero e ordinario segno d’un presente che nell’attimo successivo è già divenuto passato, potenzialmente dimenticato.

Benvenuti nell’era della “non verità”!

pinocchio-giornale

Qual è il filo conduttore che lega tra loro Brexit, Donald Trump e i 35 euro che migranti e rifugiati riceverebbero ogni giorno dal governo italiano? La risposta sta in un’espressione inglese di due parole: post truth. Un’idea, quella che la nostra società stia attraversando un’epoca di “postverità”, elaborata per la prima volta nel 2004 dallo scrittore e saggista americano Ralph Keyes in un libro intitolato The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. Ma di che cosa parliamo, precisamente, quando parliamo di postverità?
Dire che la postverità sia semplicemente una menzogna è riduttivo, anche perché la bugia è sempre esistita e ha da sempre fatto parte dell’armamentario retorico dei politici. Semmai, in questo caso siamo di fronte a qualcosa di diverso: perché la postverità non è una semplice falsificazione della realtà, bensì un ordine del discorso che si appella all’emotività per superare i fatti e dare così consistenza a una credenza.
(…)
L’uso politico della postverità sancisce così un predominio della soggettività sul dato oggettivo. Il suo affermarsi come uno degli ordini del discorso contemporaneo – forse l’ordine del discorso per eccellenza dell’epoca che stiamo vivendo – apre a un ulteriore oltrepassamento; quello dei fatti, appunto. All’epoca della postverità fa insomma da corollario una società post-fattuale, in cui le tradizionali istituzioni deputate all’accertamento della verità perdono progressivamente ogni autorità e sono costrette a rinegoziarla su un piano che appare oggi completamente mutato.
(…)
La nozione di verità basata su fatti osservabili e testimoniabili ha caratterizzato la nostra società da allora più o meno fino alla metà del ventesimo secolo, quando il postmodernismo da una parte e il fondamentalismo dall’altra hanno cominciato a metterla in discussione. Il primo lo ha fatto diciamo così “da sinistra”, decostruendo i rapporti di potere che soggiacevano all’idea di verità per mostrare come questa fosse una nozione culturalmente costruita da cui derivavano una serie di conseguenze in termini di dominio, sfruttamento e normalizzazione dei rapporti e delle forme di vita. Il secondo lo ha fatto “da destra”, reintroducendo nel concetto di verità la variabile divina, all’esterno della quale non si dà alcuna verità. Se le origini del superamento dei fatti come base per la verità vanno ricercate in queste due correnti di pensiero, l’evento scatenante che apre a una società post-fattuale è tuttavia l’avvenuta transizione digitale della nostra cultura. Come nota Katharine Viner in un saggio pubblicato sul Guardian lo scorso luglio, la tecnologia ha disintermediato la verità. Ovverosia l’ha fatta deragliare dai binari in cui eravamo abituati a collocarla, per farle assumere una fisionomia del tutto nuova e, forse, oggi non ancora chiaramente definita.

Sono alcuni passaggi di un articolo a firma di Flavio Pintarelli, uscito su Prismo lo scorso 3 ottobre, che ho trovato tra i migliori in tema di crescente trionfo (dacché tale parrebbe, al momento) della post verità – che io trovo ancor più significativo chiamare non verità – nel prismo_logonostro tempo attuale; articolo che vi invito caldamente a leggere, qui.
È un trionfo – intendiamoci: spero vivamente che non lo sia, uso il termine solo con (inevitabile) senso drammatizzante – che di fatto mette in difficoltà anche il razionalismo quale elemento fondativo e insostituibile di una società/civiltà autenticamente avanzata e libera. Se quasi un secolo e mezzo fa Nietzsche osservava (in Umano, troppo Umano, 1878-1879) che «La fede nella verità comincia col dubbio in quelle “verità” finora credute» – aforisma a mio parere semplicemente fondamentale per qualsiasi intelletto attivo -, oggi stiamo giungendo ad un punto opposto, ovvero alla negazione di qualsiasi dubbio in presenza di (presunte) verità pur prive di fondamento – anzi, soprattutto per esse più che per altre. Una condizione non tanto ir-razionale quanto più anti-razionale. Il che, inutile rimarcarlo, nella ipertecnologica era dell’informazione totale rappresenta un vero e proprio paradosso, che rischia di rendere altrettanto paradossale dunque incredibile – nel senso proprio di non credibile – persino la più nuda e cruda realtà. Condizione che non può che avere effetti devastanti – alcuni dei quali stiamo già vivendo, in fondo; ma torniamo di nuovo all’evidente sincronismo con certa letteratura distopica novecentesca e con i suoi fantasticati mondi sociali nei quali la verità delle cose, e la conseguente realtà dei fatti creduta dai più, sono elementi decisi a tavolino da un potere superiore, totalmente svincolate da qualsiasi riscontro oggettivo e verificabile. Ma lo si dice spesso che la fantasia, anche quella più sfrenata, viene spesso superata dalla realtà ordinaria, no?