Ogni luogo, anche il più degradato, ha il proprio “Genio”

«Nullus locus sine genio» (Nessun luogo è senza un Genio). Fin dal IV secolo d.C. Servio Mario Onorato, grammatico romano celebre soprattutto per il suo “Commentario” alle opere di Virgilio, sancì l’unicità di ogni territorio vissuto dall’uomo e in quanto tale definibile come “luogo” – locus, lo spazio che si occupa stabilmente, cioè dove si vive. Ovviamente Servio, di cultura pagana, identificò nel Genius Loci lo spirito soprannaturale del luogo, oggetto di culto da parte dei suoi abitanti. Tuttavia anche l’accezione che lo ha “rivitalizzato” nella contemporaneità grazie a Christian Norberg-Schulz, tra i maggiori teorici dell’architettura del Novecento, per la quale «si può dire che i significati radunati dal luogo costituiscono il suo ‘Genius Loci’», in qualche modo rimanda allo “spirito” che ogni luogo possiede, alla sua “anima” che lo identifica in rapporto ad altri e non solo in forza degli elementi geografici che caratterizzano il territorio dando forma al suo paesaggio ma anche, e per certi versi soprattutto, grazie agli elementi immateriali derivanti dall’elaborazione e dalla comprensione di quei significati radunati nel luogo. Un processo fondamentalmente culturale, dunque, che si può concepire come differente ma non discordante da quello originario di matrice spirituale, essendo entrambi immateriali.

Ma se il metodo di elaborazione e comprensione dei significati referenziali e identitari di un luogo è culturale, dunque soprattutto razionale, è altrettanto vero che la relazione che lega gli abitanti ad esso si compone inevitabilmente anche di elementi che non derivano dal raziocinio intellettuale e scaturiscono dalla parte emozionale, psichica e interiore: per certi aspetti anzi è proprio questa che genera il legame principale e dà senso all’identità del luogo, che lo fa riconoscere rispetto agli altri, e che fa riconoscere in esso i suoi abitanti. E se non esiste un luogo che non abbia un proprio “Genio”, come affermò Servio, dunque se non esiste un territorio che non determini una propria identità peculiare e che si definisca nell’alterità con gli altri territori, vero è che ci sono luoghi il cui Genius è più identificabile, più percepibile, più “visibile”: una periferia metropolitana fatta di casermoni e grandi stabili commerciali ha un Genius Loci ben più sfuggente di quello che “abita” un piccolo e ben conservato borgo collinare, per essere chiari. Eppure, anche nella periferia più degradata ce n’è uno, ma se ne resta nascosto per il timore di essere sopraffatto dall’omologazione territoriale definitiva o, forse più, per la paura di non essere più riconosciuto da nessuno, in primis dagli abitanti di quel luogo.

(Tratto da Psicogeografie pontidesi. Esplorando l’identità culturale del territorio di Pontida nella relazione interiore tra i Pontidesi e il suo Genius Loci, il mio saggio nel volume OLTRE IL GIURAMENTO. Racconti per visitare Pontida, uno dei (dicono 😄😉) libri più belli mai pubblicati, del quale scrivo qui.)

«Un libro così bello nemmeno Milano ce l’ha!»

Un libro così bello per raccontare un singolo luogo nemmeno Milano ce l’ha!

Così mi ha detto un amico nello sfogliare OLTRE IL GIURAMENTO. Racconti per visitare Pontida, il nuovo volume della collana “Oltre” curata da Fabio Bonaiti e Pierluigi Donadoni dedicato al comune bergamasco della Val San Martino e al suo peculiare territorio, alla cui stesura ho avuto il privilegio di partecipare insieme ad altri prestigiosi autori – del volume ne ho già scritto qui, in occasione della presentazione.

Non so se quell’affermazione dell’amico sia sostenibile, posso immaginare che di libri notevoli che la raccontano Milano ne abbia molti, ma di certo un volume con 568 pagine, 6 presentazioni, 13 saggi tematici, 6 contributi di appendice, il tutto corredato da documenti e immagini fotografiche inedite oltre che interamente tradotto in inglese, per un comune di poco più di tremila abitanti che forse alcuni conoscono solo per lo storico e omonimo giuramento o per certa bassa cronaca politica più recente è tanta roba, come si usa dire oggi.

[Un momento della presentazione del volume a Pontida lo scorso 7 dicembre 2024.]
In effetti qualcuno potrebbe pensare che su un piccolo comune come Pontida, obiettivamente non annoverabile tra i più importanti della bergamasca, al netto delle due cose sopra citate (sulle quali si è già scritto molto, per alcuni versi anche troppo), non ci possa essere granché da riferire. Ma se si considera che nelle 568 pagine che compongono il volume quelle circostanze non sono quasi nemmeno citate – il titolo del volume lo evidenzia da subito, d’altro canto – si capisce di conseguenza che invece di cose da scrivere, raccontare, rivelare su Pontida ve ne sono molte, come ve ne sono per ogni luogo quando ci si impegni nell’esplorazione approfondita del suo territorio, della comunità che lo vive, della storia e della geografia, della sua anima e delle specificità che rendono tutto ciò peculiare e in vari modi unico. Questo perché ogni territorio abitato nel tempo, vissuto, modificato, identificato da chiunque vi abbia risieduto o lo abbia frequentato anche solo per poco è un luogo unico e peculiare, nel (o sul) cui paesaggio restano impresse le storie e le narrazioni di tutte quelle genti e di ciò che hanno fatto oltre che le manifestazioni del suo Genius Loci, l’entità che rappresenta l’anima del luogo.

Ecco perché ho voluto citarlo espressamente, il Genius Loci di Pontida, fin da titolo del mio saggio: Psicogeografie pontidesi. Esplorando l’identità culturale del territorio di Pontida nella relazione interiore tra i Pontidesi e il suo Genius Loci. È il resoconto, o se preferite il diario, di una deriva psicogeografica attraverso l’intero territorio di Pontida, accompagnato dalle narrazioni degli abitanti e della loro relazione con il luogo, alla ricerca della sua anima più autentica e identitaria che ho poi cercato di raccontare sulla base delle personali percezioni raccolte durante le numerose esplorazioni. Ne esce un resoconto multiforme, di matrice antropologica ma dallo spirito letterario e geopoetico, che unisce il paesaggio esteriore e i paesaggi interiori in un’unica visuale profonda che, mi auguro, racconta il luogo-Pontida in un modo insolito, differente e particolare.

[Quasi tutti gli autori riuniti per la presentazione del volume.]
D’altro canto tutti noi autori avevamo ben presente quella verità, cioè che ogni luogo è unico e sa offrire innumerevoli narrazioni di sé, che spesso basta poco per cogliere, ascoltare, comprendere e poi raccontare, come abbiamo fatto prima per la Val San Martino, stavolta per Pontida e prossimamente chissà per quale altro luogo e relativo Genius Loci. Con buona pace di Milano che, forse è proprio vero, un volume così bello, importante, imponente, prestigioso, emblematico non ce l’ha!

Per chiunque fosse interessato – perché, forse a questo punto è anche superfluo rimarcarlo, Oltre il giuramento è un volume estremamente interessante anche per chi non è di Pontida, anzi, per molti versi soprattutto per chi non è del posto – c’è la possibilità di acquistare il volume presso:

  • La Bottega del Monastero, a Pontida;
  • La sede della Pro Loco di Pontida;
  • La Libreria “Il viaggiatore leggero” di Calolziocorte;
  • La sede dell’Associazione “Sphera” di Calolziocorte;
  • Su Amazon.

Per qualsiasi altra informazione al riguardo: oltreilgiuramento@valsanmartino.it

(Le foto del volume sono di Alessia Scaglia, fotografa “ufficiale” e a sua volta autrice in esso di un mirabile racconto per immagini di Pontida.)

A ovest del Sonna, tra Lecco e Bergamo: alla scoperta di un paesaggio quieto e discosto ma a suo modo “spettacolare”

Abitualmente siamo portati a farci emozionare e affascinare da paesaggi e luoghi che possiedano spiccate caratteristiche di spettacolarità, sia naturale che monumentale: è comprensibile e giusto, per molti aspetti, in primis per il fatto che la nostra idea di paesaggio ha un’origine e tutt’oggi una matrice fondamentalmente estetica. Dunque il luogo che riflette in maniera evidente e particolare il concetto comune di bellezza è quello del quale più facilmente e immediatamente restiamo appagati.

Ciò tuttavia non significa che paesaggi molto meno monumentali e privi di peculiarità estetiche considerevoli o di altre caratteristiche suggestive non possano essere parimenti affascinanti. È una questione di modelli, di convenzioni e immaginari ai quali decidiamo più o meno consciamente di adattarci; in verità ogni luogo e ogni paesaggio, unico come tutti gli altri, possiede peculiarità e caratteristiche a loro volta uniche, magari all’apparenza simili a mille altre e invece in concreto uniche, non fosse che perché ogni luogo è unico. Anche quello che ci sembra privo di elementi referenziali rispetto ad altri – una pianura piatta e uniforme, ad esempio – lo è; d’altro canto differente da qualsiasi altro lo diventa anche grazie a noi che lo osserviamo, studiamo, apprezziamo, viviamo – per fortuna siamo tutti quanti diversi l’uno dall’altro, no?

Un luogo, con il proprio paesaggio, che ad esempio io trovo per diversi motivi parecchio affascinante, pur non sembrando allo sguardo nulla di che cioè un angolo di mondo del tutto simile a innumerevoli altri, è il versante destro della Valle del Sonna (che è un torrente, dunque idronimo di genere maschile, ma in zona è frequentemente denominato al femminile, della Sonna), in Val San Martino tra i comuni di Monte Marenzo e Cisano Bergamasco: parte di quella zona che io definisco “la Toscana della Val San Martino” in forza della dolcezza morfologica dei rilievi, dell’anima sostanzialmente rurale e della presenza di numerosi piccoli nuclei, tutti di origine agricola e ancora variamente abitati (per giunta dai toponimi spesso suggestivi e significativi come Chiaravalle, Pomino, La Guarda, Uccellera), i quali a volte occupano le tozze sommità collinari e in ciò possono riportare alla mente quelli ben più celeberrimi della Toscana interna – al netto di certi edifici orribili, di tipico disegno degli anni Sessanta-Settanta del Novecento, qui a volte visibili (molti geometri e altrettanti tecnici comunali dell’epoca andrebbero perseguiti penalmente per i danni che hanno cagionato ai propri territori e ai rispettivi paesaggi!)

Il nome dell’abitato più popoloso della zona, Valbonaga – frazione di Cisano Bergamasco – dà l’idea della sua conformazione geografica, quella di una convalle laterale rispetto al solco principale del Sonna, a sua volta percorsa dal tranquillo Rio di Cazzola; è una convalle anche la parte orientale della zona, denominata Val di Roviago, parimenti dotata di proprio torrentello (tutti affluenti di sinistra del Sonna), così che nel complesso la visione è quella d’un ampia e amena platea, prativa e agricola al centro, con frequenti terrazzamenti erbosi, boscata ai bordi soprattutto di selve castanili, compresa tra i rilievi dei Corni di Bisone a sud ovest e il Monte Santa Margherita a nord est, e movimentata al centro dal cordone morenico di Guarda – sul quale si trova anche l’altro nucleo abitato principale della zona, San Gregorio – che rappresenta il lascito in loco (al pari dei vari massi erratici sparsi un po’ ovunque) di una lingua debordante lateralmente del Ghiacciaio dell’Adda il quale, dopo averci dato dentro nell’escavare il bacino oggi occupato dalle acque del Lago di Como (cronache di 15-20.000 anni fa, per intenderci), da qui cominciava a perdere vigore, spessore e ad allargarsi verso le sue fronti brianzole. Di contro è affascinante sapere che la presenza di quella lingua glaciale laterale, che sormontava la dorsale dei Corni di Bisone e veniva contenuta solo dal dirimpetto crinale del Monte Santa Margherita, ostruiva con la sua massa la Valle del Sonna generando nella piana di Sant’Antonio d’Adda – dunque sul lato orientale della Valle, di fronte a Valbonaga – un ampio lago margino-glaciale, che poi con l’arretramento e la diminuzione di spessore della fronte del ghiacciaio si svuotò, determinando a sua volta la particolare morfologia del territorio il quale dunque millenni addietro fu in parte letto glaciale e in altra parte parte fondo sommerso di un lago: comunque sott’acqua, solida o liquida che fosse!

Preistoria geologica a parte, è significativo notare pure che questa è un’altra di quelle zone poste a pochissimi chilometri – un paio o poco più – dalla “civiltà” cioè dai centri abitati, dalle zone industriali e dalle strade più trafficate del territorio, ma capace di donare al visitatore una placidità e una quiete generale quasi sorprendenti, che diventano un elemento fondamentale nella definizione della bellezza e della godibilità del paesaggio locale. Passeggiando lungo le stradine che congiungono le varie località, spesso viottoli campestri o sentieri boschivi comunque sempre elementari, si prova quella inopinata e piacevole sensazione di “pausa” dal mondo che corre sempre troppo, di distacco seppur temporaneo: sembra di tornare a respirare a pieni polmoni un’aria salubre che si genera dallo sguardo, ci si sorprende nel constatare che, in certi momenti, gli unici suoni udibili sono i cinguettii degli uccelli sui rami degli alberi e, ogni tanto, il raglio di un asino o l’abbaiare d’un cane lontano. Se poi la passeggiata la si compie in un momento nel quale molti hanno l’abitudine o la necessità di fare altro – il sabato pomeriggio, ad esempio – e per di più dopo che ha piovuto oppure sotto una leggera pioggia (condizione ambientale a me assai gradita), oltre alle suddette percezioni uditive si godrà pure della fortuna di odorare profumi di terra e di bosco che sembreranno fragranti come non mai. Forse, in realtà, non saranno più odorosi del solito e saremo noi, in quel frangente, a risultare più sensibili alla loro percezione ma tant’è, è il risultato finale che conta e come questo risultato può diventare esperienza prima percettiva, poi sensoriale e quindi culturale per chi la vive.

A chi voglia conoscere e esplorare la zona, magari lasciandosi ispirare da ciò che avete appena letto per poi elaborare le proprie percezioni e suggestioni dalla relazione diretta con il luogo e il suo paesaggio, consiglio un percorso ad anello che richiede non più di tre ore, soste incluse: una comoda passeggiata lungo stradine un po’ asfaltate e un po’ a fondo naturale, tratturi campestri e qualche tratto di sentiero sempre agevole – che pur sempre sentiero è, sia chiaro: niente tacchi a spillo o mocassini in vernice, ma basterà un paio di calzature da trail running o da hiking di quelle ormai tutti utilizzano nell’outdoor.

Vi dico di partire da Costa, bella frazione rurale di Monte Marenzo (nota anche come Costa Antica) posta lungo l’ampia e bassa sella ai piedi del Monte Santa Margherita che divide il bacino idrografico del Sonna da quello del torrente Carpine, il quale scende verso Calolziocorte; troverete facilmente parcheggio, credo. Da qui si imbocca la pista agrosilvopastorale che porta al Parco “Penne Nere” del Gruppo Alpini di Monte Marenzo, si va oltre attraversando con percorso leggermente ondulato vecchie e fascinose selve castanili – in parte a fondo chiuso e in parte abbandonate e invase dalla boscaglia di ritorno – fino a che si giunge alle prima case di La Guarda, poste a monte del centro di San Gregorio. Da qui si imbocca sulla destra la stradina di Via La Guarda di Sopra che digrada ripidamente donando belle visuali della valletta del Rio di Cazzola che adduce alla località Valle e Uccellera oltre a sensazioni bucoliche già intense. Dopo due tornanti si può imboccare sulla destra un sentiero che si inoltra pianeggiando nel bosco per sbucare sul margine del parcheggio al servizio dei visitatori della pittoresca Cappella degli Alpini di Uccellera, posta sulla cima di una delle Corne di Bisone che al di là precipita con un’alta falesia – di genesi palesemente marina, poi “rifinita” dai flussi glaciali preistorici – verso la valle dell’Adda, della quale regala un bellissimo panorama. È una località piuttosto rinomata e veramente amena, con prati ben tenuti, animali al pascolo e coltivazioni a frutto: immagino che chi sia della zona sicuramente ci sarà stato almeno una volta nella propria vita.

Lasciata la soavità agreste di Uccellera, si percorre la strada asfaltata che dal fondo del parcheggio scende lungo la valletta fino a un bivio, presso il quale si imbocca a destra Via Cà Bortolotti ma non prima di aver gettato uno sguardo su una grande e bella cascina ad aia chiusa, visibile di fronte poco oltre il bivio, purtroppo abbandonata e pericolante: un vero peccato vederla così malconcia. Via Cà Bortolotti, fortunatamente sottoposta a scarso traffico veicolare, la si percorre tutta serpeggiando tra gruppi di case i cui toponimi pure qui giustificano fantasticherie etimologiche (Caberlotto, Salvagiannelli…) e godendosi le numerose e significative vedute della zona e delle sue peculiarità che vi ho descritto poco fa, finché si giunge tra le case di Valbonaga.

La via sbocca sulla Strada Provinciale 178 che sale verso San Gregorio: la si percorre per qualche metro in tale direzione per poi imboccare a sinistra Via Sorgenti della Cazzola, indicata come strada a fondo chiuso. Nessun problema se si sta camminando: la via supera il Rio di Cazzola, prende a salire e presto si trasforma in un tratturo campestre grazie al quale si attraversa la parte più bucolica della zona, tra prati, terrazzamenti, campi coltivati e piccoli dossi che animano la geografia minima locale. Così si giunge alla località Cà Gandolfi, altro nucleo tipicamente rurale le cui case si attraversano per continuare lungo la strada asfaltata a destra che torna sulla Provinciale 178; affacciandovisi, si può adocchiare poco a monte sull’altro lato della strada l’imbocco di un sentiero con segnalazioni escursionistiche.

Attraversate così l’ultimo asfalto dell’itinerario in percorrenza e imboccatelo, quel sentiero, ignorando la deviazione che scende a destra e fa parte del “Sentiero Giovanni XXIII” – ma non per mere ragioni antipapaline (o magari sì, fate voi) – e inoltrandovi in leggera discesa nel bosco lungo il versante destro del solco vallivo principale del Sonna, che magari udite rumoreggiare laggiù in basso nascosto dagli alberi. Dopo qualche minuto dovete “guadare” (basta un saltello, due se il flusso idrico è abbondante; nel caso c’è un cavo metallico di sicurezza) il torrentello della Val di Roviago che manifesta il gradevole prodigio di avere acqua anche in periodi di piogge scarse, mentre d’inverno la piccola ma incassata forra nella quale scorre gli regala ombra e freddo a sufficienza (sempre con il bene placito del cambiamento climatico) da creare frequenti e suggestive bordature ghiacciate. Andate oltre e quasi nei pressi di una schiera di case con campi coltivati d’intorno, che vedete poco sotto a destra, il sentiero prende invece a salire verso sinistra, con indicazioni “artigianali”, presentando la parte più ostica dell’intero itinerario: qualche decina di metri che definire “ripidi” è iperbolico ma quanto meno richiedono un filo di impegno in più e giustificano la richiesta di non indossare tacchi alti e scarpe di vernice; interessante è intuire i rimasugli dell’antico rissöl, la selciatura in pietra che un tempo caratterizzava questo tratto di mulattiera, via di collegamento tra le contrade prossime al centro di San Gregorio con quelle rurali a monte. Quasi al termine della breve salita si costeggia sulla destra un grande masso erratico per poi sbucare, poco più avanti, nella piana prativa in prossimità del bellissimo nucleo di Chiaravalle, in parte ristrutturato in parte cadente e forse nelle fattezze il più “toscano” di questo angolo del territorio, così posto sul sommo di un leggero rilievo che s’innalza di qualche metro dai campi d’intorno terrazzati e ancora diffusamente coltivati. Intorno si adocchiano gli altri due nuclei rurali di Montalino, minuscolo, e di Pomino, dotato di qualche casa in più: in effetti anche questa zona, al pari di quella attraversata prima lungo l’itinerario, possiede un’anima suggestivamente bucolica e apparentemente sospesa nel tempo, dalla vitalità rallentata e quieta: solo l’abbaiare di qualche cane o il rumore di un soffiatore o di una motosega ne possono turbare la placidità.

Da questo punto si può decidere di chiudere l’anello facendo un po’ meno fatica oppure un po’ di più: nel senso che nel primo caso si possono attraversare le case di Pomino e, salendo di qualche metro a destra, imboccare il tratturo che attraversa l’ampio fondo prativo e pianeggiante della valle ai piedi del Monte Santa Margherita, altro angolo di notevole fascino agreste, fino a giungere in vista delle case di Costa (Antica) e degli spiazzi di sosta dove avrete probabilmente lasciato l’auto. Nel secondo caso si può invece decidere di ascendere fin sulla vetta del Monte Santa Margherita, superando circa centocinquanta metri di dislivello con alcuni tratti ripidi se pur privi di difficoltà oggettive, e lassù visitare l’affascinante sito archeologico del castrum medievale sui cui ruderi è stato costruito il quattrocentesco Oratorio di Santa Margherita, adornato da splendidi affreschi non sempre in buono stato di conservazione. La minuscola chiesa viene aperta solo in rare occasioni, nell’attesa potete trovare un articolato documento che illustra le specificità storiche e archeologiche del luogo qui.

Dalla sommità del monte, per evitare di confondervi tra i viottoli della parte alta di Monte Marenzo, conviene tornare sui propri passi fino a un quadrivio con segnavia che avrete attraversato in salita e da qui scendere a destra, cioè a ponente, lungo un sentiero che in breve diventa stradina sterrata e porta alle case del nucleo di Piudizzo (anch’esso dotato di begli edifici rurali, con quello più imponente che presenta quasi le sembianze di casaforte), oltre il quale rapidamente si ritorna ai parcheggi nei pressi delle case di Costa (Antica).

Concludendo in tali modi la vostra passeggiata, avete camminato per circa 7,5 chilometri oppure per 9 in approssimativamente tre ore, come detto, o qualcosa in più se siete saliti fin sul Monte Santa Margherita: in ogni caso mi auguro che abbiate potuto raccogliere percezioni, sensazioni e suggestioni simili a quelle che vi ho descritto poco fa oppure altre differenti e personali, e che abbiate potuto comprendere e apprezzare la delicata, certamente poco spettacolare nel senso classico del termine ma di contro appartata e discreta bellezza di questo paesaggio minimo, placido, invisibile ai più eppure a suo modo unico e speciale, come ho cercato di raccontarvi e farvi capire fino a qui.

N.B.: a parte dove altrimenti indicato le foto che vedete nell’articolo, scattate in differenti esplorazioni, le ho fatte io, che non sono un fotografo, con uno smartphone che non è certo all’ultimo grido, dunque non sono nulla di che. Non ne abbiate a male.

Perché non rendere i piccoli paesi dei luoghi di produzione culturale?

[Cervara, sui Monti Simbruini, provincia di Roma. Foto di Krichilla da Pixabay.]

Il futuro di un paese non si gioca sulla velocità dei risultati per progettare gli spazi pubblici ma sul tempo da dedicare allo studio. È un percorso che ha bisogno di professionisti: archeologi, cartografi, Storici, archivisti, antropologi, speleologi, naturalisti, paleontologi, etnomusicologi, architetti, urbanisti, archeo-sismologi, botanici che lavorano in équipe per anni in centri ricerca, magari proprio nei palazzi in disuso.
Vorrei che esistessero i Borghi dell’Art. 9 [della Costituzione, n.d.L.] per mettere in pratica i valori costituzionali di equità, giustizia, accessibilità. La filantropia delle migliaia di volontari, i paesani, che presidiano, documentano e lottano per la tutela dei beni pubblici è la garanzia indiretta di un sistema virtuoso di conservazione e di recupero. Sviluppare un approccio consapevole verso questi contesti unici ci permetterebbe di usare un linguaggio inedito, perché i paesi possono essere dei luoghi di altissima cultura.

[Anna RizzoI paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia, il Saggiatore, Milano, 2022, pag.153.]

[Cliccate su questa immagine per leggere la mia “recensione” de I paesi invisibili.]
In questo passaggio del suo bellissimo libro I paesi invisibili, Anna Rizzo mette in luce un’altra carenza del “sistema-paese” italiano nei confronti delle aree interne e rurali: l’incomprensione, più o meno voluta, del fatto che i piccoli paesi sono e possono diventare grandi produttori di cultura – e intendo dire cultura propria, non indotta. Non è solo la chiesetta antica, il nucleo medievale o il museo a fare cultura per essi: sia chiaro, sono elementi imprescindibili e ci sta che rappresentino la cultura in modo referenziale per il luogo –l’importante è che siano adeguatamente valorizzati senza essere dati in pasto al porno-turismo massificato, come è accaduto per moltissimi borghi – ma perché non si può considerare ciò che c’è intorno ad essi e dentro quell’intorno, ovvero la comunità residente nei suoi vari membri come un ulteriore e, appunto, più significativo strumento di produzione culturale? Perché non pensare ai piccoli paesi anche come luoghi di studio e spazi attrattivi per quelle figure citate da Anna, impegnate in un lavoro d’equipe a favore di loro stessi tanto quanto (e non di meno) del luogo, in correlazione alla comunità locale e alle sue iniziative volontarie di attenzione verso il proprio territorio che peraltro da ciò trarrebbero nuovo attivismo e maggior vitalità?

Anche questa potrebbe essere (il condizionale è solo formale, perché per me lo è sicuramente) un’altra buona via da percorrere per rigenerare le aree interne contrastandone i cronici fenomeni di impoverimento demografico, sociale, economico nonché, ovviamente, culturale; e una via molto più relazionata al contesto territoriale e alla comunità residente cioè ben più place based di certe altre a partire dai vari modelli turistici i quali, anche quando apparentemente virtuosi, a volte tendono (forse inevitabilmente, forse no) a ricalcare schemi legati alla customer experience, cioè all’assoggettamento del luogo alle proprie finalità più che ai bisogni e alle visioni degli abitanti.

Dice bene Anna: serve «un linguaggio inedito» al riguardo, dunque serve un pensiero differente da quello diffuso che lo possa elaborare e proferire. Una cosa apparentemente semplice, si potrebbe ritenere. E dunque perché non sappiamo praticarla?

La Montagna che può insegnare a vivere alla città – questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio

radio-radio-thuleQuesta sera, 23 gennaio duemila17, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 8a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE, intitolata La montagna come scuola di vita (per la città)! Da tempo, tra i frequentatori della Montagna – probabilmente lo avrà sentito qualche volta anche chi non va per monti e valli –  è abituale il motto la Montagna è scuola di vita, declinato in modi e da punti di vista diversi – alpinistico, antropologico, sociologico, eccetera. A qualcuno tale motto potrà sembrare retorico – di quella retorica in uso nel rapporto tra uomo e Montagna fino a qualche decennio addietro, soprattutto nell’immaginario alpinistico. In verità qualsivoglia accezione retoricizzante viene eliminata dall’etimologia stessa della parola “vita”, che indica tra gli altri il significato di “maniera di vivere e quindi opere, azioni, costumi”: elementi i quali, se organizzati come si confà ad individui intelligenti e razionali, formano insieme alla suddetta etimologia un’ottima ed espressiva definizione di civiltà.
La Montagna, dunque, è scuola di vita ovvero di civiltà: da questo assunto fondamentale si muove il pensiero e l’azione di ALTA VITA, una web community nata proprio per studiare la teoria da cui le riflessioni suddette nascono, e trasformarla in pratiche attive sul territorio. ALTA VITA è un contenitore di realtà, esperienze, eventi, riflessioni, idee, progetti, aspirazioni (nel bene e, al caso, anche nel male) sulla vita nelle “Terre Alte” di montagna sulla loro facoltà di essere potenziale modello di “modus vivendi” virtuoso anche per le genti di quelle pianure spesso ormai profondamente trasformate in zone prive di identità e ricolme di “non luoghi”, le quali nella cultura di montagna (ovvero in quel che resta da salvaguardare e (ri)valorizzare di essa) potrebbero trovare la via per una rinascita sociale, civica, culturale, etica.
In questa puntata di RADIO THULE conosceremo meglio il progetto alla base di ALTA VITA: un progetto, come detto, importante per la rinascita delle zone montane ma pure, e anche più, per la riscossa culturale, sociale e politica delle città.

senza-nome-true-color-02Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

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