Il paradosso di Teglio (e non solo)

A Teglio, in Valtellina, dove sono in corso e in progetto interventi parecchio opinabili (dal punto di vista economico, climatico, turistico, culturale) a sostegno della monocultura dello sci sui quali ho disquisito qui, pare che nessun privato si sia fatto avanti per finanziare la costruzione della nuova seggiovia.

Moto interessante e emblematico, ciò, ma in effetti non così strano: il privato deve fare profitti altrimenti non sta in piedi, e viene da pensare che a Teglio nessun privato ritenga di poter ricavare profitti a sufficienza da giustificare l’intervento economico richiesto (ribadisco: clic).

È un bel paradosso anche questo, a pensarci bene, per diversi aspetti: se tali discutibili interventi di infrastrutturazione turistica fossero promossi e finanziati esclusivamente da privati, resterebbero opinabili ma non potrebbero essere contestati più di tanto: in fondo il privato, fatto salvo il rispetto generale delle leggi vigenti e del patrimonio collettivo, può fare più o meno ciò che vuole (la dico grossolanamente per farla breve). Invece questi interventi, soprattutto nell’ambito dello sci su pista, sono quasi sempre finanziati da soldi pubblici, cioè di tutti noi, ma guai a contestare o anche solo a dubitare della bontà di quanto viene realizzato alle amministrazioni pubbliche che, anzi, proprio perché tali, si sentono in diritto di poter fare ciò che vogliono, anche quando le opere previste siano completamente insostenibili sia nella forma che nella sostanza e risultino sostanzialmente ingiustificabili alla luce del più ordinario buon senso. In pratica il privato, che potrebbe fare ciò che vuole ma sa di poterlo fare solo se la cosa sta in piedi, spesso in tali situazioni non fa ovvero fa altro; il pubblico, che non potrebbe fare ciò che vuole in quanto dovrebbe innanzi tutto salvaguardare il patrimonio collettivo nonché rispondere di ciò che vorrebbe fare alla cittadinanza, pretende sempre di voler fare tutto ciò che vuole per di più con i soldi dei cittadini. Ecco.

Sono solo io quello che “pensa male” oppure pensate anche voi che ci sia qualcosa che non quadra, in queste situazioni?

Il «turismo selvaggio», ancora

Michele Comi, qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook, ha dedicato un prezioso e necessario ricordo a Antonio Cederna – personaggio tanto grande quanto poco rimembrato dai più – riproducendo un suo articolo del 1975 che fin dal titolo pare scritto oggi in riferimento all’attualità. Già, «le strade inutili del turismo selvaggio»: siamo ancora fermi lì, a quei modelli di presunto “sviluppo” dei territori montani che, nel mezzo secolo passato da allora, si sono rivelati totalmente fallimentari (lo erano già al tempo, ma l’esperienza storica al riguardo rendeva meno visibile tale verità) e oltre modo rovinosi per quelle comunità alpine a cui sono stati imposti, ma che una politica altrettanto fallimentare sia nel pensiero e sia nell’azione ma non nella spregiudicata volontà di accaparrarsi interessi particolari continua a perseguire e imporre, costruendosi intorno le circostanze ideali – un tempo la “valorizzazione agricola” citata da Cederna, oggi le Olimpiadi invernali del 2026, ad esempio – per continuare il proprio assalto alla montagna – e di nuovo la Valtellina è un territorio del tutto emblematico al riguardo.

Dopo mezzo secolo, insomma, e nonostante nel frattempo il mondo sia radicalmente cambiato – a volte in peggio, come dal punto di vista climatico – regna ancora la «speculazione di pochi privati perpetrata con soldi pubblici» ovvero dominano e si impongono paradigmi politici la cui tragica obsolescenza non solo non sviluppa le montagne, come i loro promotori sostengono, ma ne deprime le reali potenzialità socioeconomiche e ne affossa il futuro, oltre a degradare inesorabilmente l’ambiente naturale. Non si è ascoltato nessuno di chi già decenni fa aveva capito come sarebbero andate le cose, non si è imparato nulla dai tanti, troppi errori commessi, non si vogliono aprire gli occhi, guardarsi intorno, comprendere la realtà dei fatti, vedere e pensare al futuro. Niente di tutto ciò.

[50 anni trascorsi e nulla è cambiato, appunto. Immagine tratta da qui.]
Ripeto la solita domanda: è questa la montagna che vogliamo? È giusto lasciare il suo destino nelle mani di certi amministratori pubblici, dei loro sodali, e in balìa dei loro progetti speculativi? Così facendo siamo proprio sicuri che il futuro dei territori di montagna e delle comunità che li abitano sarà il migliore più proficuo possibile?

Rispondiamoci, e senza perdere troppo tempo. Non ce ne resta tanto, ormai.

P.S.: uno dei pochi a essersi ricordato di Antonio Cederna, lo scorso anno in particolare, nei 25 anni dalla scomparsa, è stato Gian Antonio Stella con questo articolo sul “Corriere della Sera”. Ringrazio Giuseppe Mendicino che lo ha recuperato e pubblicato sui social.

Teglio, lo sci, la neve e le nozioni scolastiche

[Immagine tratta da www.passioneastronomia.it.]
Lo insegnano alle elementari, nei primi rudimenti di scienze, che d’inverno cade la neve perché fa più freddo e ciò perché il Sole scalda meno rispetto all’estate e in forza della sua inclinazione sull’orizzonte crea ombre più lunghe a nord rispetto che al sud: per questo la neve che cade sui monti rivolti a settentrione si conserva più a lungo rispetto a quella che cade a meridione, versante che riceve la maggiore insolazione stagionale e si scalda di più.

Ecco. Sono nozioni scientifiche basilari, scolastiche appunto, che valgono ovunque meno che, evidentemente, sui monti sopra Teglio, in Valtellina. Dove è arrivata una bella batteria di nuovi cannoni per produrre neve artificiale che coprirà piste da sci in piena esposizione meridionale. Cioè dove il Sole scalda maggiormente, sì, dunque dove la neve si scioglie più rapidamente – proprio come si impara a scuola, già.

Forse che a Teglio soffrano di qualche malaugurata carenza scolastica nelle materie scientifiche?

Ironia a parte (inevitabile, d’altro canto), veramente viene da chiedersi il senso di un investimento che immagino certamente importante, sostenuto dal piccolo comprensorio sciistico valtellinese in base all’ovvio suo punto di vista meramente commerciale, nel tentativo di salvare qualcosa che a tutti gli effetti ha già la sorte segnata, cioè la pratica dello sci su pista a quote inferiori ai 2000 m (solo nella parte alta il comprensorio di Teglio supera quella quota) e, ribadisco, su versanti in piena esposizione meridionale, sui quali persino il manuale del bravo impiantista più ottimista (o meno lucido) in circolazione oggi consiglierebbe caldamente di lasciar stare e dedicarsi ad altro di più consono. Anche perché la zona è meravigliosa, tra le più belle del versante retico della Valtellina e potenzialmente dotata di infinite possibilità di frequentazione turistica sensata e consapevole: vederla così sottoposta ad un vero e proprio accanimento sciistico – pur in considerazione delle mire e delle aspettative turistiche dei locali che posso anche contemplare ma non comprendere – mi lascia alquanto perplesso. E lo dico, qui senza alcuna ironia o tono eccessivamente polemico, immaginando (o presagendo) la sorte di quegli investimenti e la loro utilità effettiva sia nel breve periodo e soprattutto nel medio-lungo periodo a favore del luogo e della sua comunità, pensando di contro anche alle suddette potenzialità turistiche alternative le quali, temo, resteranno sostanzialmente al margine per lasciare nuovamente spazio alla consueta, monopolistica, dogmatica opzione sciistica, al solito imposta come «l’unica forma possibile di sviluppo delle montagne»: un assioma che ormai appare più fantascientifico di un romanzo di Asimov.

Insomma: mi sembrano soldi buttati via per inseguire una chimera, l’ennesima di un comparto che sta ormai raschiando il fondo del proprio barile (o forse lo ha già sfondato) negando(si) pervicacemente l’evidenza dei fatti e al contempo dimostrando la più sconcertante incapacità di comprensione della realtà e della necessità di concepire e sostenere scelte alternative, innovative e consone alla situazione corrente – climatica, economica, culturale, sociale – per la frequentazione delle proprie montagne. Forse per propria consapevole e sconcertante volontà, forse per mera alienazione o forse per altri motivi: sia quel che sia, ad andarci di mezzo nel modo più pesante sono e saranno le montagne e chi ci vive. Per loro, con tali andazzi, anche in pieno Sole il buio potrebbe diventare inevitabile.

P.S.: le immagini dei canoni sono tratte dalla pagina facebook.com/alpe.teglio; la mappa con indicati gli impianti rispetto all’esposizione geografica è ricavata da map.geo.admin.ch.

Le Olimpiadi invernali? In mezzo al deserto, ovvio!

Farebbe già ridere così, la cosa: gare da sci in mezzo al deserto arabico, una gag alla Monty Python, uno scherzo bello e buono… Invece viene più da piangere, a leggere la notizia che il Consiglio Olimpico d’Asia ha assegnato i Giochi Olimpici Asiatici del 2029 all’Arabia Saudita.

Proprio così, funivie e piste sui monti in mezzo al deserto dove farà anche freddo, data la notevole escursione termica tipica di queste regioni, ma di nevicate ne avvengono ben poche e assai scarse. D’altro canto, sono montagne dominate da uno dei regimi più ricchi, influenti e illiberali di questa parte di mondo: un paese dove di libertà civili ce ne sono ancor meno che di precipitazioni nevose, ecco… ma sappiamo bene che tutte queste cose a certi megaeventi “sportivi” internazionali non interessano per niente – Mondiali di calcio in Qatar docet!

Vien proprio da inquietarsi parecchio di fronte a questa notizia, e non solo per lo stato di fatto politico del paese che ospiterà l’evento. I Giochi si terranno a Trojena, una località che non esiste ancora e che dovrà essere edificata ex novo, così come piste, impianti, infrastrutture e, ovviamente, la neve, prospettando un evento che sarà totalmente artificiale, ancor più che le recenti e già (in tal senso) preoccupanti Olimpiadi invernali di Pechino con le loro strisce di neve sparata o trasportata in loco distese su pendii montuosi aridi e marroni. Il tutto, ribadisco, appena sopra le dune del deserto arabico e a poche centinaia di km dal Mar Rosso. Nonché, ovviamente, quel tutto già ora sancito come “green”, “ecosostenibile”, eccetera. La solita solfa, insomma.

Ciò che rende inquietante tale notizia è il palese atteggiamento cinico e di sfida nei confronti dell’ambiente naturale e dei cambiamenti climatici. Poco conta, in fondo, che nessun altra località abbia presentato la propria candidatura per ospitare i Giochi (ma tu guarda, che simili eventi siano più una fregatura che un’opportunità l’hanno capito anche in Asia come in Europa – ad eccezione dell’Italia, certo): pensare di inventarsi un resort sciistico dove nulla di naturale permette di realizzarlo, per di più nell’epoca di drammatici cambiamenti del clima che stiamo constatando e vivendo, è veramente un oltraggio dissennato e pericoloso al pianeta, è l’arrogarsi il diritto e la libertà di poter e voler fare qualsiasi cosa dell’ambiente naturale pur di ottenere i propri biechi tornaconti, è un fregarsene altamente della necessità di non peggiorare la situazione in corso – anche culturalmente – ed è la creazione di un nuovo “precedente”, dopo quello di Pechino e ancor più insensato, che mina alla base la costruzione di un sentimento comune e condiviso a livello globale nei confronti del clima, della salvaguardia del pianeta e della necessaria resilienza che dovremo attuare per non subire le conseguenze del riscaldamento globale in maniera troppo tragica. E fa venire i brividi constatare che tale boriosa e alienata sfida alla Natura venga da un ente istituzionale di matrice politica (come lo sono tutti i comitati olimpici, nazionali e internazionali) che invece, insieme a ogni altro, dovrebbe guidare e governare il cambiamento culturale necessario agli scopi appena citati.

È un atteggiamento che si può constatare un po’ ovunque, nel mondo, in occasioni di questi mega-eventi sportivi, e purtroppo anche alle nostre latitudini sud alpine: non serve citare al riguardo la questione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, no?

Ma veramente sono diventati tutto ciò, i “Giochi Olimpici”? Veramente li si vuole sempre più trasformati in uno strumento di dominanza geopolitica e di distruzione della Natura? Su serio lo sci sta diventando uno sport così finto, così irrazionale e grottesco, così nemico delle montagne?

Olimpiadi invernali?

Non capisco perché leggo e sento parlare da più parti di Olimpiadi invernali
Quali “Olimpiadi invernali”? Non mi sembra che ve ne siano, né in corso e né a breve.
Le prossime saranno – per fortuna o purtroppo – quelle di Milano-Cortina 2026, e tant’è.
Non capisco proprio.

[Immagine tratta dalla pagina Twitter del “Los Angeles Times“.]