Necrofilia

Viviamo in una società necrofila, per certi aspetti.
Idolatriamo cose “morte” come fossero vive, e facciamo morire altre cose che ci farebbero vivere.
Giochiamo a mostrarci il più possibile vivi, e alla morte in ogni modo cerchiamo di sfuggire, ma poi ci facciamo morbosamente affascinare da tutto quanto è morto – o che sta morendo, spesso con la nostra complicità, se non per colpa della nostra mano, della nostra quotidiana vita.
Ma non è, tutta questa fascinazione mortale, perché non temiamo la morte, anzi: è semmai l’esatto opposto. Crediamo di poterla “dominare” dunque ignorare, e proprio in tale ignoranza sta la fonte di questa nostra demenziale necrofilia.

Dove non è spirito che svegli la vita in qualsivoglia cosa, è morte.

(Prospero VianiLettera a Monsignor Carlemanuele Muzzarelli, p.XI, in Carlo BottaLettere, Pompeo Magnaghi Editore, Torino 1841.)

P.S.: nell’immagine, Salvador Dalì, Fontana necrofila che sgorga da un pianoforte a coda, 1933.

Per ribadire…

Beh… Ma veramente l’elettore italiano crede (o suo malgrado spera) che dal fango possa scaturire l’oro o, tutt’al più, dell’argento pur spurio? Oppure alla peggio del ferraccio che abbia almeno una minima concretezza?

Mmm… purtroppo temo non sia così. A fronte di qualsiasi tradizione alchemica storica, in questo caso e per l’ambito al quale mi sto riferendo l’alchimia da tempo funziona al contrario, trasmutando materiali un tempo (forse) più nobili in elementi via via sempre più infimi e pesanti che si cerca di spacciare, con crescente subdolerìa, per qualcosa di “prezioso”. E se così in tanti ancora c’abboccano, come pare, non posso che ribadire e riconfermare che veramente ogni popolo ha gli alchimisti che si merita e, inesorabilmente, relativa insulsa poltiglia giallastra al posto dell’oro promesso. Poltiglia nella quale, sia chiaro, non si può nuotare, non ci si riesce: ci si resta invischiati, tremendamente insozzati e rapidamente si va a fondo.

…E, sempre a proposito di “guerra genetica”…

Nel frattempo, mentre un po’ ovunque nel mondo l’individuo medio legge sui media le notizie circa i venti di guerra – apparentemente mondiale – in Siria, se ne fa terrorizzare o s’indigna, le posta sui social network per rivelare i propri timori, rimarcare la follia dei potenti belligeranti e le spaventose brutture della guerra (in Siria, e di qualsiasi altra) ovvero invocando pace e fratellanza tra i popoli, su quegli stessi media, insieme alle suddette notizie (e non casualmente, in molti casi), passano mirabolanti pubblicità di giochi on line come questo:

…Nei quali lo scopo principale è fare guerra, combattere, uccidere, distruggere, annientare. Ecco.
Però si gioca gratis.

“Benvenuti” sul pianeta Terra, eh!

Rimandare a domani è la “vera morte” (Viktor Šklovskij dixit)

L’arte si occupa sempre soltanto della vita. Cosa facciamo nell’arte? Resuscitiamo la vita. L’uomo è così occupato dalla vita che si dimentica di viverla. Dice sempre Domani, domani. E questa è la vera morte.

(Viktor Šklovskij, Testimone di un’epoca. Conversazioni con Serena Vitale, Editori Riuniti, 1979. Citato da Paolo Nori, qui.)

La “vera morte” di Šklovskij è, detta altrimenti, uno dei più netti e inflessibili atti d’accusa all’uomo contemporaneo, incapace di costruire (o costruirsi) un buon futuro nel mentre che è altrettanto incapace di conservare una buona memoria del passato. In tal modo, come già scrivevo qui poco più di un anno fa, restiamo impantanati in un presente totalmente stantio dacché avviluppato su sé stesso, per il quale ci siamo convinti che il vivere alla giornata sia un atto coraggioso e resiliente, quando invece è la prima manifestazione della nostra disconnessione temporale, che per inesorabile conseguenza genera una ancor più grave disconnessione civica. Ovvero, “šklovskijanamente”, una vera e propria “morte” culturale, sociale e antropologica. È l’era dell’Homo Achronicus – ma se vi viene difficile dite pure “zombi”, dacché la differenza non è poi molta.

Stephen Hawking (1942-2018)

Buon ritorno alle stelle, Professore.

E grazie per aver reso noi uomini di questo pianeta, con il suo genio assoluto, più umani.

(Questa è la versione di Galaxy Song con la quale nel 2015 i fenomenali Monty Python omaggiarono il professor Hawking, grande fan del gruppo comico. Un omaggio meraviglioso, da oggi ancora di più.)