La bellezza, e la salvezza

C’è così tanta bellezza assoluta nel mondo, nei suoi vari ambienti, nelle sue forme naturali – nei monti, tra le colline, nei mari, nei deserti roventi e nelle distese ghiacciate, nella volta del cielo stellato – e nel paesaggio che noi vi concepiamo ma che, io temo, troppo spesso non comprendiamo veramente e giudichiamo soltanto per meri “valori” superficiali – bello, non bello, piacevole o meno, caldo, freddo eccetera – che sarebbero ammissibili solo se poi si sapesse andare oltre – e non si fa quasi mai, appunto – insomma, c’è così tanta bellezza al mondo, dicevo, che se avessimo la facoltà e la volontà di comprenderla e di scaturirne una paritetica bellezza emotiva, culturale, intellettuale, antropologica, umana, da introiettarci nel profondo dell’animo e dello spirito rendendola la nostra (cioè di tutti) “psico-biosfera” fondamentale e imprescindibile, be’, credo che buona parte dei mali del mondo svanirebbero di colpo.

Già, subitamente.

Invece no, non ne siamo capaci. Non lo siamo ancora pur dopo millenni di evoluzione anche intellettuale ergo culturale. Continuiamo a restare indifferenti a questa bellezza così infinita, continuiamo a sottovalutarla, a osservarla come fosse qualsiasi altra “cosa” ordinaria, a ignorarla quando, non di rado, a disprezzarla e oltraggiarla. Come fossimo in un meraviglioso museo colmo di preziose, inestimabili opere d’arte e utilizzassimo i suoi spazi per giocare a pallone, con la palla che immancabilmente colpirà e rovinerà di continuo quei capolavori. Alla fine, o di fronte ai danni ormai irreparabili ci renderemo finalmente conto della nostra colossale stupidità ma, appunto, sarà ormai troppo tardi, oppure, per la nota Teoria delle finestre rotte, tutte quelle macerie ci spingeranno irrefrenabilmente a produrne sempre di più, riducendo in macerie anche la nostra essenza umana e condannandoci alla sorte più nefasta.

Ma non voglio affatto essere così catastrofista. Anche perché, affinché con la bellezza del mondo ci succeda quanto ho scritto poco sopra, ci vuole veramente pochissimo. La bellezza potrà veramente salvare il mondo, ma solo se il mondo saprà salvare – e finalmente comprendere – la (sua) bellezza. Un’azione per la cui messa in atto, ribadisco, non occorre quasi nulla: solo un po’ di occhi aperti e intelletto attivo, tutto qui.

Il paesaggio è cultura (R.I.P. Galasso)

La divisione tra l’ambito dei beni culturali e quello di beni ambientali è, indubbiamente, artificiosa come e più di quella tra paesaggio e urbanistica. Mi sono sempre chiesto, di fronte a quel ‘miracolo’ (come lo definiva D‘Annunzio) del Duomo di Orvieto, assiso come si sa su una rupe di più che dubbia stabilità, che ha destato e deve sempre destare grandi preoccupazioni, come si faccia a distinguere l’ambientale dal culturale, il monumento dal paesaggio, il paesaggio dal terreno. E questo non è affatto da ritenere un caso-limite. Nella famosa, anzi famigerata Valle agrigentina dei Templi la situazione è almeno per alcuni versi la stessa.

(Giuseppe Galasso, La tutela del paesaggio in Italia, Editoriale Scientifica, 2007.)

Un piccolo omaggio allo storico napoletano, scomparso ieri, che nella citazione lì sopra, rimarcando l’illogicità della divisione tra beni culturali e beni ambientali, sancisce un concetto che personalmente trovo fondamentale non solo per qualsiasi attività di studio, esplorazione e gestione del territorio, ma in senso generale per la stessa concezione culturale (anzi, sarebbe più corretto dire socioculturale) del paesaggio. Ovvero, appunto: il paesaggio è cultura. Non considerarlo tale, cioè non considerare il territorio e l’ambiente degli elementi culturali, priva la nostra concezione del paesaggio dell’essenziale valore antropologico, dunque pure della sostanza di elemento identitario culturale che ci definisce nei confronti del territorio stesso in cui viviamo e col quale interagiamo. Da ciò ne deriva che ogni sfregio al paesaggio non è soltanto un’azione contro l’ambiente ma, per certi versi ancor più, un atto di barbarie antisociale. Un principio che – come ben ricordato dal sito Mountcity, dal quale ho tratto anche la citazione – Galasso mise alla base della Legge n.431 del 1985 a tutela dei beni paesaggistici e ambientali, da allora conosciuta come “Legge Galasso” e considerata tra le migliori del panorama normativo nazionale.

Carlo Limonta, “Gavarot” (e il premio OFF!)

Non che vi fossero bisogno di ulteriori attestazioni probanti sulle grandi capacità artistiche e narrative di Carlo Limonta, pregevole film maker del quale già vi ho scritto più volte, qui sul blog, e vi ho parlato – in radio, avendolo come illustre ospite della 3a puntata della stagione in corso di RADIO THULE (potete riascoltare la puntata con il podcast, qui.)

Non ce ne sarebbero bisogno, dicevo, ma ben vengano quando ce ne sono – e da qualche giorno c’è una nuova e assolutamente prestigiosa attestazione: Carlo, nell’appena conclusa XII edizione di OFF – Orobie Film Festival, ha vinto la Sezione OROBIE E MONTAGNE DI LOMBARDIA e il Premio Fondazione Riccardo Cassin, con il suo Gavarot, con la seguente motivazione: “Il film, preziosa testimonianza della vita e delle fatiche d’alpeggio, ha il merito cinematografico di mettere una volta tanto al centro la vera tradizione delle nostre montagne dando visibilità alla vita dei pastori, da sempre veri custodi della montagna e motori di un’economia rurale spesso dimenticata e bistrattata che è invece da valorizzare.” (In testa all’articolo uno still dall’opera.)

Ho frequentato un po’ Limonta in queste settimane, incrociandoci di frequente per via della radio o per altre iniziative alle quali entrambi collaboriamo, e ho potuto dunque comprendere ancora più a fondo il suo lavoro cinematografico – ma mi verrebbe da dire la sua vita professionale al servizio della narrazione per immagini, intendendo con quel “vita professionale” l’intensa simbiosi tra l’uomo, la sua quotidianità, il regista-artista e il suo lavoro. Ambiti solo all’apparenza disgiunti ma in realtà cosa sola e univoca, per i quali fa da collante la profonda passione di Carlo per le immagini e per la narrazione di storie apparentemente semplici eppure emblematiche e intriganti, la capacità di saperle raccontare ovvero di trasmetterne l’essenza, il suo grande bagaglio culturale nonché – e l’ho compreso bene in questo ultimo periodo, appunto – la sua notevole sensibilità: sensibilità tecnica, percettiva, emotiva, spirituale, umana.

Sono dunque estremamente felice per questo ennesimo riconoscimento a Carlo Limonta, e ancor più tale occasione la rendo ulteriore buon motivo per chiedervi di conoscere la sua produzione cinematografica e ad assistere – anzi, a godere delle immagini nelle proiezioni pubbliche in cui i suoi film saranno protagonisti. Ne resterete prima incuriositi, poi affascinati, quindi conquistati e, infine, illuminati – nel senso vero del termine, dacché avrete l’occasione di osservare quella parte di mondo ripresa dai suoi obiettivi sotto una luce diversa, probabilmente più chiara, più penetrante, più perspicace. E ne uscirete arricchiti, senza alcun dubbio.

Chi va piano va lontano

Sabato scorso, 20 gennaio, ho avuto la fortuna di assistere all’appuntamento dedicato dal festival Presente Prossimo a Paolo Rumiz, con la prestigiosa conduzione di Davide Sapienza.
Nell’occasione Rumiz – il quale credo non abbisogno di presentazioni – ha narrato un aneddoto che ho trovato assai significativo, per come mi abbia rimembrato una lettura altrettanto emblematica e per il senso generale di quanto raccontato, che vi riporto sperando di mantenerne il più possibile la fedeltà (e chiedendo perdono in anticipo per eventuali imprecisioni di scrittura).

Durante uno dei suoi viaggi a piedi, nell’Istria, Rumiz transita attraverso un campo agricolo nel quale un trattore sta lavorando. Quando chi guida il mezzo – probabilmente il proprietario del campo – lo vede avvicinarsi, spegne il motore e si “gode” il transito del camminatore, finché questi lo raggiunge. Senza ordinari convenevoli il fattore croato gli si rivolge in perfetto idioma friulano-veneto, dicendogli: «Ti ta vé lontan.»
Rumiz, per cortesia linguistica, gli risponde in croato: «Kako ste ga dobili?», ovvero: “Come l’hai capito?”
Il fattore gli risponde: «Perché ti ta vé lento.»

Ecco: questo aneddoto di Rumiz mi ha ricordato un passaggio del fondamentale libro Il Tramonto delle identità tradizionali del grande antropologo Annibale Salsa, sul quale già disquisii qui e che ugualmente vi riporto:

È difficile, per la nostra cultura della fretta, apprezzare il valore della lentezza nel suo profondo significato pedagogico e morale. La lentezza costituisce addirittura un handicap per la società moderna, in cui l’elemento vincente è la velocità, lo spostamento rapido. Questo ultimo è il vero imperativo categorico della modernità e si riassume nel: velocizzare, correre, attraversare, senza sostare, senza pensare, senza vedere. (…) La dittatura del tempo tiranno che si insinua surrettiziamente nella nostra quotidianità non ci consente di ritrovare noi stessi attraverso l’appropriazione consapevole della nostra «esperienza vissuta» (Erlebnis): quella, cioè, che incontriamo attraverso sensazioni, immagini, simboli.

Attenzione: qui non si sta proponendo un qualche atto d’accusa alla velocità in senso lato, tanto meno al “progresso” e alla sua più o meno accentuata rapidità, nè tanto meno un qualche elogio alla lentezza, cosa in sé banale e superficiale. No, qui in questione è la frenesia imposta artificiosamente attraverso modus vivendi distorti e funzionali a fini sovente biechi, per i quali la velocità – come sostiene Salsa – è condizione negante il pensiero e la riflessione, che invece abbisognano di pacatezza per essere formulati al meglio. Lo stesso esplorare il mondo andando a piedi esplicato da Rumiz non disconosce affatto la possibilità di spostamenti veloci, quando necessario e comodo: non è in discussione il viaggio in sé ma la capacità di viaggiare veramente, cioè di connettersi realmente con il territorio e il paesaggio attraversati nonché con le genti che li abitano e con la loro cultura identitaria e peculiare. Ove ci sia il bisogno o la volontà di conseguire ciò, non ci può e ci deve essere alcuna fretta, velocità eccessiva, frenesia, perché in tal caso non si formerà mai alcun rapporto, alcun legame con il luogo visitato o attraversato. Non solo: non si saprà nemmeno percepire un “luogo”, ma sostanzialmente si occuperà uno spazio “sterile” che finirà per essere riempito da cose ad esso avulso dacché ignorato nella sua reale identità. Si farà insomma di qualsiasi spazio un non luogo, anche dove invece il Genius Loci sia dei più potenti.

Insomma: per poter andare virtuosamente veloci senza rischiare prima o poi di schiantarsi, bisogna imparare (o riscoprire) la possibilità di andare lenti, ogni qualvolta sia possibile, sfruttando gli innumerevoli benefici fisici, intellettuali e spirituali che tale condizione dona. Fermarsi, rendersi conto del luogo in cui ci si trova, capire come si è arrivati fino lì e dove da lì si può continuare, referenziarsi geograficamente e antropologicamente, osservare e non solo vedere, ascoltare e non solo sentire, parlare, chiedere spesso, imparare e capire, se possibile, godere delle cose belle del luogo (e ogni luogo, persino il più brutto, ha cose belle che sovente non si sa vedere ovvero le ha nascoste), riappropriarsi del controllo del proprio tempo senza lasciarlo nelle mani e in balia delle volontà altrui, tornare a essere per sé stessi il punto nodale e d’incrocio dello spazio e del tempo in cui ci si trova. Tutte cose che, in fondo, si possono riassumere in quel solo termine, in quel verbo dal doppio significato che palesa il nostro legame antropologico col mondo: essere, dunque “io sono” e “io sto” – in modo per entrambi profondamente consapevole. Uno stare che presuppone una condizione di lentezza propedeutica alla sosta, all’osservazione, alla percezione, certamente ben più che una condizione di velocità, di fretta, di frenesia, la quale fa perdere non solo la percezione del luogo, dello spazio e del tempo ma, appunto, la cognizione di sé stessi cioè dell’essere in quanto “sono”.

In fondo la saggezza popolare, in tutta la sua apparente semplicità, lo dice da secoli: chi va piano va sano e va lontano. Arriverà dopo rispetto a chi va forte, ma certamente non correrà il rischio di smarrirsi per aver perso la giusta direzione per colpa della fretta o, peggio, di schiantarsi, e potrà dire di aver veramente viaggiato e visitato il mondo: perché, più che ogni altra cosa, il viaggio è il viaggiatore, e il “mondo” è quello che egli si porta dentro. Senza limiti di capienza, statene certi.

Una montagna, un film, “Un sentiero per tutti”

Se si prova a chiedere ai frequentatori delle montagne il perché si dedichino con passione a tale pratica, non di rado la risposta che può venirne fuori è che la montagna è sinonimo di libertà. Una risposta tanto “facile” quanto profondamente vera: vagare per la Natura ancora incontaminata e sovente intatta dei territori montani, elevandosi sopra la pianura iper-antropizzata, cementificata oltre ogni limite e oppressa dal caos e da una ormai irremovibile cappa di smog, dona sul serio la sensazione di sentirsi “liberi” – almeno dalle cose della vita quotidiana ordinaria e dalle loro regole imposte. D’altro canto, al riguardo non si può non citare Henry David Thoreau e il suo Walden, libro nel quale già 160 e più anni fa il grande pensatore americano diede valore filosofico e letterario allo stare nei boschi e in Natura come pratica antitetica al vivere in città, e certamente oggi la bontà di questa pratica non solo risulta ancora del tutto valida ma pure sempre più necessaria. Tuttavia bisogna rimarcare una cosa, indispensabile: la montagna è sinonimo di libertà ma la libertà, per essere autentica, deve essere disponibile a tutti, dunque tutti devono poter godere delle sensazioni di libertà che la montagna sa donare.

È proprio questo, compendiato in poche parole, lo spirito alla base della realizzazione del Percorso naturalistico ad utenza ampliata tra le località di Forcella Bassa e del Pertüs, nel territorio comunale montano di Carenno (Lecco), uno dei pochi itinerari in quota attrezzati al fine di poter essere percorsi anche da persone con disabilità. In verità compendiare in una definizione così succinta uno spirito tanto grande e importante è cosa che rischia inesorabilmente di apparire banalizzante: serviva di più, molto di più per comprendere meglio – ovvero mai pienamente ma di sicuro in modo più approfondito e consapevole – la bellezza e l’importanza del percorso carennese, e ora ciò che serviva c’è: è Un sentiero per tutti, l’opera filmica corale con cui le associazioni Lo Specchio di Calolziocorte e UPPER – Un Paese per… di Monte Marenzo presentano il percorso, il territorio montano nel quale è inserito e le tante potenzialità offerte da tale prezioso connubio.

Ho scritto che Un sentiero per tutti è un’opera corale: in effetti tante persone hanno contribuito alla sua realizzazione, alle riprese, alla post produzione, al punto che è quasi impossibile citarle senza dimenticare qualcuno; d’altronde mi piace pensare che anche tale coralità artistica sia un segno tangibile e di simile natura, in effetti, di quel concetto espresso poco riguardo la “montagna per tutti” […]

(Potete leggere il testo nella sua versione integrale – e con numerose immagini della prima presentazione del film di sabato 13 gennaio – nel sito dell’Associazione UPPER, che ringrazio di cuore per averlo pubblicato.)