Tutto quel che serve in uno zaino, e basta (Jack Kerouac dixit)

Volevo procurarmi uno zaino completo, con il necessario per dormire, ripararmi, mangiare, cucinare, insomma cucina e camera da letto da portare in spalla, e andarmene chissà dove e trovare una solitudine perfetta e contemplare il vuoto perfetto della mia mente ed essere del tutto neutrale rispetto a qualunque idea e tutte.

(Jack KerouacI vagabondi del Dharma, traduzione di Magda de Cristofaro, Mondadori, 1961-2006.)

La visione di Kerouac è sovente anche la mia, lo ammetto: tutto in uno zaino messo in spalla, tutto ciò che serve per la vita ovvero il proprio mondo da portarsi appresso ovunque e via, nella libertà più assoluta data anche dal sapere di non aver bisogno d’altro, di avere già con sé ciò che serve d’indispensabile per vivere e, se servirà altro, nel luogo o nei luoghi in cui si giungerà, si vedrà il da farsi. E con la mente vuota delle troppe cose inutili e francamente insensate alle quali tocca pensare nella quotidianità, così da poter essere finalmente colmata di pensieri veramente importanti, anche perché veramente liberi.
Un’utopia? Forse sì. Oppure, forse, solo l’ennesima utopia che si ritiene tale perché non si hanno la volontà e il coraggio di realizzarla.

(Nella foto: Jack Kerouac fotografato a Tangeri nel 1957 da Allen Ginsberg. Fonte: qui.)

In Montagna si vive, sempre

(Steve McCurry, “Mountain Men” series, 2015-2016.)

In montagna non ci si abita, non si risiede o si lavora, non si alloggia e non si soggiorna per poco o tanto tempo, non la si visita ovvero semplicemente ci si sta ma, sempre e comunque, in montagna si vive. Per una sola ora o per la vita interna, mentre si svolge una professione o ci si diverte oppure durante qualsiasi altra attività di sorta: si vive, costantemente e pienamente, punto.

Questo deve diventare un “nuovo” (sempre che tale possa essere considerato) paradigma fondamentale, se si vuole che la Montagna torni a vivere veramente. Non più un luogo dove alcune persone vivono e altre persone fanno qualcosa d’altro. No: ci si resti per solo qualche ora o per un’intera esistenza, lo stare in Montagna deve sempre essere sinonimo di vita, dunque di completa e profonda consonanza con l’ambiente montano. Un ambiente che è vivo in ogni suo elemento, e che dunque richiede altrettanto a chiunque decida di interagirvi. Le separazioni sociali e commerciali tra abitanti e villeggianti, tra residenti e turisti (e per certi versi pure tra “montanari” e “cittadini”), non hanno più senso o, meglio, risultano del tutto antitetiche ad un rinnovato sviluppo autentico e virtuoso dell’ambiente montano. La Montagna non è un oggetto, non lo è mai stato ma per troppo tempo così è stata considerata: un “mezzo”, uno strumento per conseguire certi interessi più o meno futili o leciti, quindi una merce da vendere, utilizzare e poi lasciarsi alle spalle. Qualcosa di sostanzialmente inerte, insomma, quando di contro è un ambito, la Montagna, che come pochi altri rappresenta la vita alla massima potenza – il suo essere un iper luogo viene proprio (anche) da qui. Giammai “oggetto” ma soggetto, entità, essenza, come già veniva considerata da numerose popolazioni antiche e come oggi si ricomincia a considerare anche dal punto di vista giuridico (come di recente accaduto con il Monte Taranaki in Nuova Zelanda, ad esempio). E non si credano queste mere iniziative “esotiche” di paesi lontani e diversi: c’è molto di che riflettere e imparare, da parte nostra, riguardo tali realtà.

D’altro canto non c’è bisogno, in fondo, di spingersi in considerazioni di natura “panteista” dacché non serve (non dovrebbe servire) di rimarcare quanto sia oggi necessario, doveroso, imprescindibile salire verso l’alto per vivere la Montagna, per esserne parte attiva e virtuosa e non più per altro. Chi va sui monti, fosse solo per qualche ora ovvero per motivi del tutto ricreativi, deve starci come se ci vivesse da sempre e come se per sempre dovesse viverci, deve comprendere come la sua presenza in quel territorio massimamente vivo non possa contemplare alcuna passività perché il territorio e l’ecosistema montano sono vivi della vita che ogni elemento vi apporta, così come subiscono danni e alterazioni se accade il contrario, se vi viene apportata inerzia, incuria e nocività. C’è la vacanza, la giornata di divertimento, il relax, ci mancherebbe: ma nessun momento pur meramente ludico può esimersi nella sostanza dall’essere un momento di vita piena proprio perché vissuto in un luogo che è pieno di vita. Cosa che, per giunta rende, la vacanza o la giornata di relax ancora più bella, più divertente e ritemprante, più memorabile.

Sia chiaro: è un principio, questo, che vale per qualsiasi territorio. Tuttavia, se possibile, in Montagna vale ancora di più e assume significati ancora più emblematici. In fondo, sostenere che sui monti la vita si eleva verso l’alto come in nessun altro posto non è cosa affatto insensata né tanto meno metaforica. Anche per questo, dunque, in Montagna si vive e si deve vivere sempre. Ogni altra presenza, lassù, ogni altro modus vivendi, ogni altro “stare”, obiettivamente con la Montagna, e con il buon futuro di essa, non c’entrano – non possono c’entrare più nulla.

P.S.: articolo pubblicato su Alta Vita, qui.

In montagna c’è(ra) silenzio

E poi tu sei lì sulla terrazza del rifugio di montagna a 2.200 metri di quota, lontano da impianti e piste da sci e da altre cose rumorose, con tutt’intorno un paesaggio soavemente innevato e cime maestose a non finire e c’è pure, lì, sulla terrazza del rifugio di montagna, la signora di mezz’età con l’amica che parla parla parla e parlano parlano parlano e dicono della vacanza in corso e delle vacanze che faranno e le passeggiate e i sentieri più o meno belli e più o meno faticosi ma c’è pure la seggiovia che sale se non vuoi faticare troppo e la vicina che sbaglia sempre il giorno dei ritiri della raccolta differenziata e non la capisce ma proprio no e comunque c’è un ballo quell’altra storia con l’amministratore e ne verranno fuori delle belle, garantito, ma per gli scarponi da montagna hanno parecchio assortimento in quel posto nuovo che hanno aperto, oddio, che se ti fanno male poi camminare sui sentieri è una tragedia e non vedi l’ora di toglierteli – con quello che costano, poi – la polenta è molto buona il brasato un po’ meno, prendiamo anche la torta? Che sai che hanno aperto una nuova pasticceria, sul corso, l’altro venerdì c’è stata l’inaugurazione e c’era pieno così, non riuscivi nemmeno a entrare e alla fine non abbiamo preso niente, una coda infinita a proposito, speriamo che stasera non ci sia troppo traffico che devo passare anche da mia sorella a ritirare la giacca che m’ha portato in sartoria e tu sei lì che vorresti non ascoltare ma non puoi non ascoltare dacché invero desidereresti un po’ di tranquillità, visto dove ti trovi, ma la terrazza non è così grande e meno male che non c’è tanta gente e allora mi metto dalla parte opposta ma tanto quelle le senti comunque che parlano parlano parlano parlano ridono parlano parlano di ogni cosa interessante a loro e solo a loro finché d’un tratto improvvisamente, inopinatamente, incredibilmente, per due secondi restano in silenzio

Poi quella a destra dice: «Certo che la montagna è bella anche perché c’è una gran pace, qui

Altri due secondi di silenzio…

E poi ricominciano come prima a parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare parlare e parlare.

Così, a me, viene in mente quella cosa che disse Hans Arp ormai parecchio tempo fa:

Presto il silenzio diventerà una leggenda. L’uomo ha voltato le spalle al silenzio. Giorno dopo giorno inventa nuove macchine e marchingegni che accrescono il ruomore e distraggono l’umanità dall’essenza della Vita, dalla contemplazione e dalla meditazione. Suonare il clacson, urlare, strillare, rimbombare, frantumare, fischiettare, rettificare e trillare rafforza il nostro ego.

Mica si può fare sport tanto per “sport”… nemmeno in RADIO THULE, con due prestigiosi ospiti questa sera su RCI Radio!

Questa sera, 26 marzo duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 9a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata “Non si può praticare lo sport tanto per fare sport!

La nostra società contemporanea vive nei confronti dell’attività sportiva una specie di stato “bipolare”: da un lato moltissima gente pratica sport, spesso in chiave agonistica e soprattutto certe discipline oggi particolarmente in voga; dall’altra si susseguono gli allarmi per la scarsa (o nulla) pratica degli sport da parte dei più giovani (ma non solo di essi), con tutti i problemi che ne conseguono – e che non sono solo quelli relativi all’obesità diffusa. Sopra tutto ciò ci sono poi i media, in Italia tradizionalmente calciomani ovvero spesso impegnati a imporre certe “mode sportive” (in chiave fitness, più che altro) con frequente superficialità. Dunque, in fin dei conti, qual è la reale situazione? Cosa significa veramente praticare sport, e farlo con autentico impegno fisico e mentale? Quanto è importante che la pratica sportiva sia abitudine diffusa in tutta la popolazione? Cosa può fare la scuola in tal senso, e cosa invece non fa? Insomma: l’antico adagio mens sana in corpore sano vale ancora oggi, nell’era della realtà sempre più virtuale e dei social sempre più “network”?

Ne parleremo con due atleti agonisti, allenatori, promotori di eventi sportivi calolziesi, Valeria Vergani e Christian Mandelli: perché, in effetti, dire che “praticare sport non è mica uno sport” non è solo un divertente gioco di parole!

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

La neve, il disagio, la meraviglia


Ha ragione Luca Radaelli, quando sulla propria pagina facebook scrive che c’è stato un tempo, meno impazzito di questo, in cui la neve non era solo pericolo, ostacolo alla viabilità, fastidio, disagio, ma fonte di gioia, fascino e bellezza. È verissimo: ci stiamo talmente straniando dalla realtà, dalle cose importanti, dalla bellezza, dalla capacità di meravigliarci, dal piacere di godere dei momenti di incanto, dalla curiosità di recepire il senso e l’essenza di ciò che abbiamo intorno, dalle percezioni emotive più genuine e dalla sensibilità che ne è fonte ed è peculiarità di ogni creatura senziente… e solo per inseguire frivole superficialità, futilità, scempiaggini, sconcertanti miserie intellettuali e spirituali, eccitazioni artificiose, ipocrite, false, illusioni prive (ovvero private) d’ogni logica e d’ogni valore… che stiamo perdendo, oltre al legame con la realtà, il senso stesso della vita. Non solo una dissonanza cognitiva, non solo un fenomeno di alienazione e uno smarrimento di logica culturale sempre più simile a un vero e proprio disagio psicosociale, ma ancor più una perdita di autentica umanità.

Anche perché, perdendo la capacità di meravigliarci, perdiamo pure la facoltà di pensare: già Aristotele, nel primo libro della Metafisica, sottolineava questo aspetto affermando che “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia”. In fondo è per questo che i bambini imparano tutto così rapidamente e non smettono mai di essere curiosi. Noi adulti invece – continuamente lamentosi, stizzosi, irosi, collerici ma quasi sempre per riflesso indotto o pedissequa imitazione e quasi mai con cognizione di causa e ponderata consapevolezza – non lo sappiamo quasi più essere, finendo per perdere non solo il legame col mondo d’intorno ma pure con noi stessi. Come tanti pupazzi di neve su una spiaggia a fine luglio, insomma.