Il mistero del formaggio scomparso

[Foto di SplitShire da Pixabay.]

Goderai in Milano il cervelato del Peregallo, cibo re dei cibi, col quale ti conforto mangiar delle offellette e bervi dopo della vernaciuola di Cassano, d’Inzago e d’Avauro; goderai certi verdorini della buona delli arrosti; non ti scordar la luganica sottile e le tomacelle di Moncia, non le trotte di Como, non li agoni di Lugano, non le erbolane e fagiani montanari che dai deserti di Grisoni a Chiavenna capitar sogliono; non anche i maroni chiavennaschi, non il cacio di Malengo e della valle del Bitto, non le truttarelle della Mera.

(Ortensio Lando, Commentario de le più notabili, & mostruose cose d’Italia, & altri luoghi, di lingua aramea in italiana tradotto, nelquale s’impara, & prendesi estremo piacere. Vi si e poi aggionto un breue catalogo de gli inuentori de le cose che si mangiano, & si beuono, nuouamente ritrouato, & da messer anonymo di Vtopia composto, Vinetia, al segno del Pozzo, Andrea Arrivabene, 1550.)

Ortensio Lando, letterato e umanista milanese cinquecentesco, intorno alla metà di quel secolo scrive un breve e gustoso (in tutti i sensi) trattatello enogastronomico nell’Italia dell’epoca (ne trovate una copia qui), delle cui città descrive i principali piatti al tempo evidentemente assai rinomati e apprezzati, mentre di pietanze “rurali” poco si occupa. Al riguardo l’unico accenno a cibi di montagna è lombardo e valtellinese e risulta particolarmente interessante: tra selvaggina, pescato e prodotti della terra e del bosco cita due soli formaggi (gli unici, eccetto un «cacio piacentino», presenti nel suo compendio) che indubbiamente reputa meritori e ben conosciuti ai buongustai di allora. Uno che tutt’oggi è assai famoso ancorché fin troppo “industrializzato”, il Bitto, e l’altro, tale «cacio di Malengo» cioè della Valmalenco (la “g” di «Malengo» è coerente con le ipotesi sull’origine del toponimo della valle), che viceversa risulta scomparso, in un’antitesi di sorti gastronomiche alquanto curiosa posta poi la contiguità territoriale. Che fine avrà fatto dunque il «cacio di Malengo»? Perché l’uno, il Bitto, lo si ritrova (anche troppo, ribadisco) in ogni supermercato mentre dell’altro nemmeno più i locali ricordano qualcosa? Forse che in Valmalenco d’un tratto abbiano ritenuto più redditizio cavare pietre (attività economica assai nota, per la zona) che produrre formaggi pur così rinomati tanto da essere citati in trattati de le più notabili cose d’Italia? E perché, nel caso?

Giro l’arcano agli amici malenchi e al contempo rimarco come questo accenno emblematico all’opera di Ortensio Lando dimostri una volta di più quanto il cibo sia un elemento tra i più referenziali e identitari in assoluto per i territori di produzione, un vero e proprio trattato culturale commestibile col quale nutrire il corpo e la mente di storie, geografie, paesaggi, tradizioni, saperi secolari se non millenari e magari, appunto, di qualche suggestivo e gustoso “mistero” – per la mente e per il corpo, già.

Per saperne di più in generale sul Patrimonio Alimentare Alpino, potete consultare il sito web del progetto AlpFoodway, che tra le altre cose mira a ottenere l’iscrizione dei cibi delle Alpi nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO anche attraverso una petizione pubblica che si può firmare qui.
Altre informazioni interessanti sul tema le trovate nel sito della Cipra – Convenzione internazionale per la Protezione delle Alpi, qui.

P.S.: ho già disquisito sull’importanza del formaggio nella cultura di montagna e dei suoi paesaggi, qui.

Il solengo o solastro

[Foto di Jr Korpa da Unsplash.]

La vita d’alpeggio, al di là delle idealizzazioni che sempre trasfigurano gli scampoli dei ricordi, era vita dura. La responsabilità per l’integrità degli armenti era assai sentita dai pastori e i lunghi momenti di solitudine trascorsi seguendone gli spostamenti alimentavano talora profonde angosce. I confinati, anime che non meritano neppure l’inferno, erano il timore più vivo degli alpigiani. Dimoravano nelle pietraie deserte a ridosso degli alpeggi, sotto rupi corrucciate, e di notte il sordo rumore del loro dar di mazza maledetto per frantumare senza costrutto quel mare di pietre risuonava nelle orecchie dei pastori che dormivano in quei luoghi per curare gli armenti. Guai a voler essere troppo curiosi, guai a cercare fra le pietre scovando qualche mazza: si rischiava di essere condannati a condividere la loro miserevole sorte. E di giorno il pastore isolato poteva cadere preda di una paura ancora più profonda, il “solengo” o “solastro”, quel sentimento di panico smarrimento che prende chi si trovi da solo di fronte alla natura smisurata e potenzialmente ostile.

(Tratto da Massimo Dei Cas, Giugno, il cuore opaco della luce, in “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” n.136, aprile 2018, pag.165.)

Trovo molto interessante questo bel brano di Massimo Dei Cas se messo in relazione a quanto invece ho scritto qui, qualche tempo fa, sul personale godimento della solitudine in montagna (e non solo lì).

D’altro canto «quel sentimento di panico smarrimento di fronte alla natura smisurata e potenzialmente ostile» lo riscontro tutt’oggi in modo molto diffuso, tra i “cittadini” sicuramente ma pure, ancora, tra i montanari: in altre forme rispetto al passato, certamente meno legate a suggestioni sovrannaturali eppure animate dallo stesso principio di ostilità e di soggiogamento verso il monte, che in qualche modo si tramuta in giustificazione per la sottomissione “violenta” della Natura montana e del suo territorio, da “controllare” e imbrigliare a tutti i costi attraverso opere di antropizzazione mal concepite nella teoria ed esasperate nella pratica ma d’altro canto atte a conformare il paesaggio ai relativi immaginari collettivi desiderati e ritenuti “normali” dagli uomini in tema di monti.

Sì, esiste ancora oggi la paura di restare preda del solengo sulle montagne, in ostaggio della loro potente, soverchiante Natura, lontani dalla “civiltà” e dai suoi agi, abbandonati dal progresso, dimenticati da tutti: ecco dunque che, pensando di poter contrastare questa situazione, si fanno e si lasciano fare ai monti cose che sarebbero fuori luogo in città, figuriamoci in ambienti tanto ostici e delicati. Alla fine questo è il modo contemporaneo, simile nel concetto pur inconscio a quello d’un tempo, per scacciare le entità maligne, i demoni e i draghi che popolano i monti il più lontano possibile dalla propria quotidianità, garantendosi il dominio più ampio possibile sul territorio e sulle forze della «Natura smisurata». È un tentare di dar misura e dunque valore, riconoscibilità, acquisire controllo alla/sulla montagna, appunto: un tentativo che, tuttavia, ad uno sguardo attento e sensibile, appare sempre e comunque come pletorico, tanto esagerato nella forma quanto vano nella sostanza.

Forse, come scrivevo in quell’articolo, si otterrebbe di più riuscendo ad accettare la nostra misura nella dimensione della relazione con la montagna e la Natura, armonizzandoci ad essa e semmai su di essa, e non su immaginari sovente artificiosi e falsanti, costruire concretamente lo sviluppo della nostra presenza sui monti, in questo modo non più meramente riferita a noi stessi (dunque assai biecamente autoreferenziale) ma, appunto, ai monti stessi e alla loro autentica realtà geoculturale: un mondo montano da vivere pienamente e consapevolmente, non più da sottomettere prepotentemente e comunque vanamente.

Altrimenti saremo sempre preda del più inconscio eppure pernicioso solengo, lassù sulle montagne, con tutto ciò che di inopportuno ne può conseguire.

 

Claudio Morandini, “Le Pietre”

Lo conoscete sicuramente, ne sono certo, quel celebre motteggio popolare che dice di come a Maometto tocchi andare alla montagna, se la montagna non va a lui. Ovvero, a volte non bisogna aspettare che le cose accadano ma bisogna fare in modo che possano accadere. E se invece ad accadere – anzi, la dico e la scrivo giusta, a cadere – è proprio la montagna? In altre parole: e se nonostante Maometto ci vada, alla montagna, la montagna decida di andare comunque da lui, quasi a voler ricambiare la “cortesia” seppur in modi piuttosto… inquietanti?

Sembra quasi scaturire da questo ragionamento – apparentemente un po’ bislacco, lo ammetto – la storia che Claudio Morandini narra in Le pietre (Exòrma Edizioni, 2017), romanzo il quale fa da seguito al pluricelebrato Neve cane piede che lo ha fatto conoscere a molti come uno dei più originali narratori italiani contemporanei, e a pochi – cioè, per così dire, a quelli che come me hanno un poco più di dimestichezza e conoscenza della letteratura ambientata in montagna e dunque vi ricercano cose più interessanti dell’ordinario, o meno solite  – come uno dei rarissimi scrittori di montagna nostrani nel senso più rilevante della definizione. Come già scrissi nella mia “recensione” al citato precedente romanzo, e come ho rimarcato altre volte in ulteriori testi e contesti, il panorama letterario italiano conosce una produzione notevole di libri ambientati in montagna, sovente di pregevole qualità, ma sostanzialmente non ha (mai, o non ancora) generato una vera e propria “letteratura di montagna”, cioè una produzione peculiare nella quale l’ambiente montano non sia soltanto una scenografia, pur fondamentale per le storie narrate, ma risulti un autentico personaggio di esse, vivo e interattivo, un’entità ben più che metaforica la quale conferisce tutta la propria materialità sovrumana a quelle storie diventandone, per così dire, Genius Loci geografico nonché parimenti espressivo e letterario. Il che deve contemplare che gli autori sappiano far parlare i monti dunque dialogare con essi, cioè ne conoscano la loro lingua che ha parole fatte di terra, legno, roccia, neve, ghiaccio e il cui lessico padroneggiano di sicuro gli animali ma tra gli uomini molti meno. Se la Svizzera – inevitabilmente, qualcuno potrebbe pensare ed è così, in effetti, ma non del tutto e non in automatico – ha saputo sviluppare una “letteratura di montagna” come forse in nessun altra parte del mondo letterario ed editoriale, con numerosi autori veramente interessanti e spesso emblematici (ne parlo nella recensione di Neve cane piede, ribadisco), da noi come altrove c’è più che altro una letteratura dalla montagna, che magari arriva da lassù ma senza portarsi dietro le parole montane suddette se non in minime parti, parlando invece un alfabeto sostanzialmente ordinario, espressivamente comune ad altri generi e non di rado fin troppo ricco di luoghi comuni e convenzionalismi vari. Ciò salvo rare eccezioni, e Claudio Morandini è una di esse […]

(Leggete la recensione completa di Le pietre cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Sapete perché “Milan l’è on gran Milan”? Be’, questa sera alle 21 ascoltate RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 1 aprile duemila19, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 12a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE, intitolata Perché Milan l’è on gran Milan!”.

Milano, Europa. RADIO THULE vuole rendere omaggio all’unica città d’Italia veramente europea, realmente cosmopolita, al passo coi tempi, protesa al futuro, l’unica che possa essere paragonata e rivaleggiare con le altre grandi città d’Europa e del mondo. Ormai è innegabile, e viene rimarcato da chiunque, lo scatto in avanti della metropoli lombarda rispetto al resto del paese compiuto negli ultimi anni; ma, nonostante la sua contemporaneità, Milano conserva ancora tanta parte della sua storia, della sua identità peculiare, del fascino antico e delle tradizioni che hanno fatto da solida base culturale e sociale per lo sviluppo odierno. In questa puntata compiremo una breve ma intensa esplorazione della città, delle sue cose più celebri e celebrate, dei luoghi culturali che la rendono così importante, delle curiosità e dei misteri che nasconde tra le sue vie e tra le pieghe della sua storia, dell’essenza identitaria urbana che è ancora ben presente, nonostante le profonde trasformazioni degli ultimi decenni e la sua natura così cosmopolita. Perché appunto, nonostante tutto, come recita il testo di quella notissima canzone dialettale del 1939 di Alfredo Bracchi e Giovanni D’Anzi, «Lassa pur ch’el mond el disa, ma Milan l’è on gran Milan!».

Dunque mi raccomando: appuntamento a stasera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui. Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 15 aprile, ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Esseri strani, misteriosi, criptici… o forse no! – questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 25 febbraio duemila19, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 10a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE, intitolata Esseri o non esseri, questo è il mistero!”.

Nell’ambito della scienza zoologica esiste una disciplina molto seguita all’estero ma quasi sconosciuta da noi, e sovente trattata in modo ambiguo e folcloristico nonostante la sua base assolutamente scientifica: è la criptozoologia, lo studio degli animali misteriosi, dall’esistenza ipotizzata ma non ancora dimostrata, ritenuti estinti oppure mitologicizzati dal sentire comune, a torto o a ragione. Nata negli anni ’50 del Novecento grazie all’opera del zoologo belga Bernard Heuvelmans, ha i suoi più celeberrimi simboli nello Yeti e nel mostro di Loch Ness, ma la lista di creature misteriose, avvistate da molti testimoni e tuttavia non ancora accertate, è assai lunga e comprende esseri d’ogni genere e sorta. In questa puntata di RADIO THULE andremo alla scoperta di alcuni di essi, sparsi un po’ ovunque sul pianeta, tanto bizzarri quanto a tutt’oggi resistenti ai tentativi di negarne l’esistenza o di bollarla come puro mito, senza mancare di citarne di nostrani. D’altro canto, a suffragare la bontà della ricerca criptozoologica nonostante la sua particolarità, è stato proprio il ritrovamento nella realtà di creature che si ritenevano leggendarie, come il calamaro gigante, il celacanto o l’unicorno okapi. Insomma, ci sarà di che stupirsi e meravigliarsi, in questa criptica puntata di RADIO THULE!

Dunque mi raccomando: appuntamento a stasera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui. Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 11 marzo, ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

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