I Bergamini che “inventarono” la montagna

[Albert de Meuron, Le col de la Bernina. Bergers bergamasques gardant leurs troupeaux (Il passo del Bernina. Pastori bergamaschi a guardia del loro gregge), 1860-64. Fonte: SIK, Zürich.]
L’opera ottocentesca di de Meuron che vi propongo qui sopra è una delle testimonianze più interessanti della presenza in tutta la fascia delle Alpi centrali e su entrambi i versanti dello spartiacque alpino dei pastori transumanti bergamaschi, i famosi bergamini. In effetti si può ben dire che i bergamini – sorta di particolarissima “tribù alpina” dalle caratteristiche socioculturali peculiari – siano stati tra i fondamentali colonizzatori di questa parte delle Alpi ovvero i primi e principali territorializzatori delle alte quote montane tra il basso Medioevo e l’inizio del Novecento, e non solo: furono i più rinomati pastori e allevatori di bestiame in circolazione (tanto da essere molto richiesti anche fuori dai territori italici, appunto), imprenditori agricoli ante litteram, formidabili casari inventori di alcuni dei più noti formaggi norditaliani – il Taleggio, il Gorgonzola, gli stracchini, i vari formaggi d’alpeggio e lo stesso Grana (Padano), fautori di una cultura alpina peculiare ormai scomparsa ma il cui retaggio è ancora visibile in molteplici aspetti, materiali e immateriali, del vivere in montagna contemporaneo.

Con le loro transumanze stagionali – dalle montagne alla pianura padana in inverno e viceversa in estate – non hanno solo trasportato grandi greggi e mandrie ma per molti versi hanno saputo generare una relazione costante di natura economica, culturale, sociale, antropologica, tra i territori rurali alpini e quelli della pianura che nei secoli si facevano sempre più antropizzati e industrializzati, una relazione che nei decenni successivi si è sostanzialmente rotta e non solo per l’evoluzione dei costumi e dei modi di vivere, semmai per più profonde e perniciose devianze culturali (e politiche, poi). Oggi quelle transumanze con tutti i loro annessi e connessi non sarebbero più possibili, inutile dirlo – salvo in occasioni che tuttavia assumono un valore sostanzialmente folcloristico e di riproposizione simbolica della tradizione – eppure la secolare esperienza dei bergamini può ancora offrire numerosi spunti di riflessione e di analisi intorno al mondo della montagna, alla sua cultura e al rapporto tra monti e città, sulla cui realtà di fatto corre ancora il possibile buon destino futuro dei territori alpini (e delle città di rimando, non bisogna dimenticarlo) ovvero la loro infausta sorte.

Un paese di lettori, o una città

Leggo di questo simpatico scambio di battute avvenuto ieri al Festivaletteratura di Mantova, sul profilo Twitter di Einaudi:

Marcello Fois: «A vedere il pubblico di Mantova pare che l’Italia sia un paese di lettori.»
Ian McEwan: «Ma lo è, Marcello, l’Italia è un paese di lettori.»
Marcello Fois: «Sì, ma sono tutti qui al Festivaletteratura!»

Lo scambio è divertente tanto quanto emblematico, tuttavia mi permetto di dire che entrambi gli interlocutori esagerano: McEwan pecca di calorosa ingenuità, Fois di desolante ottimismo.

Io qui, invece, pecco di pessimismo, lo so. In Russia si usa dire che «un ottimista è un pessimista male informato», per il principio uguale e opposto io spero proprio di essere un ottimista incompetente. Ecco.

Tra i due litiganti il terzo gode. Anzi, i terzi!

Milano-Torino-bohSarà che invecchiando divento acido, ma a me ‘sta questione del Salone del Libro tirato qui e là tra Torino e Milano, col contorno di inchieste giudiziarie, scontri tra protagonisti del panorama editoriale, interessi vari più o meno nobili, campanilismi da solito rozzo provincialismo italico e quant’altro, sta già assumendo contorni piuttosto buffi, se non già ridicoli.
Da un lato c’è un evento che potenzialmente sarebbe (ovvero lo era, forse, fino a qualche tempo fa) fondamentale per il mondo del libro e della lettura nostrani ma che, ormai, è più simile a un morto che cammina che ad altro. Dal lato opposto c’è una città – Milano – che da sempre si ritiene il fulcro del panorama editoriale nazionale e che sempre ha mal digerito (soprattutto per ragioni meramente politiche) un Salone del Libro fatto altrove, la qual città di contro non ha mai saputo creare una valida alternativa – BookCity non ha lo spessore, nonostante tutto, del Salone torinese ma neanche di altri eventi similari fatti altrove nel paese, e Bellissima è stata un flop parecchio clamoroso (o forse tutto sommato prevedibile?). E infatti, a tal proposito, verrebbe da chiedersi se vi possa essere un pubblico locale interessato ad un evento come il Salone, che a detta di molti vorrebbe imitare – se fatto a Milano, intendo appunto dire – il successo di altri eventi cittadini (Salone del Mobile in primis, col suo Fuori Salone) i quali a loro volta però hanno impiegato decenni per consolidarsi e conseguire quel loro successo – ferma restando un’altra evidenza, ovvero che per nostra mancanza culturale un evento pur grande dedicato ai libri e alla lettura mai potrà raggiungere l’importanza e il valore culturale e industriale in genere come la Buchmesse di Francoforte, la quale è da sempre “la” manifestazione europea per eccellenza dell’editoria, esempio per tutti da nessuno eguagliato.
Dunque, come potrebbe finire ‘sta buffa querelle? Al momento è difficile da dire, anche perché la situazione è ancora in evoluzione – nel bene e nel male. Tuttavia, riflettendoci sopra, in questi giorni, m’è venuto da pensare che questo pare il tipico caso nel quale, tra i due litiganti, alla fine a godere potrebbero essere altri. Altri, sì, al plurale. E vi spiego perché al plurale – con due ipotesi sostanziali.
La prima: tra Torino e Milano potrebbe finire che a godere sia Roma con la sua Più libri più liberi. Fiera dal grandissimo potenziale – fin dal fatto di essere organizzata nella città più grande d’Italia, la quale ne è pure capitale, eh! – ma che, per così dire, si è sempre un po’ autolimitata, e non solo perché la propria “mission” ufficiale è mirata verso la piccola e media editoria ma, ad esempio, per essere ospitata da una location inadatta che ne riduce, appunto, le possibilità di espansione – di spazi, di target, di coinvolgimento settoriale.
La seconda: come ha ben denotato Andrea Coccia su Linkiesta in questo articolo – punto di vista dal quale dunque derivo la mia riflessione –  e se la questione non fosse che un Salone del Libro si faccia a Torino, a Milano o chissà dove ma che semplicemente ci sia? Ovvero: e se un evento del genere che, come ribadisco, forse dei suoi scopi originari e potenziali non ha più quasi nulla, rappresentasse (paradossalmente, ma solo all’apparenza, vista la situazione generale) un’autentica zavorra per il bene del mercato dei libri nostrano e di rimando della lettura? Se piuttosto – posto il nostro essere l’inguaribile paese dei piccoli campanili, di nuovo ribadisco – di un unico grande (e tronfio e sostanzialmente banale e obiettivamente fallimentare nel senso e nella sostanza) evento, l’ideale fosse una rete sinergica di tante piccole e/o più mirate manifestazioni come le tante già organizzate in giro per il paese, sul modello assolutamente vincente di una delle migliori iniziative attuate in Italia a favore dei libri, cioè la rete sarda di Liberos? Una rete, insomma, che unisca Torino, Milano, Roma, Pisa con la sua Fiera, Chiari e Modena con i loro eventi dedicati alla piccola editoria e poi Mantova, Pordenone e così via – potrei continuare a lungo, appunto! – e che in tal modo amplifichi i singoli successi distribuendone i benefici sull’intero territorio nazionale anche grazie all’inclusione effettiva, e non solo d’immagine e/o di mera convenienza – di tutti gli attori della filiera editoriale, dall’alto in basso e viceversa compresi dunque librai, biblioteche, circoli di lettori, eccetera. Una rete capillare, assolutamente democratica – nel senso che il grande editore così come il piccolo dovrebbero vedersi garantiti gli stessi diritti e le stesse possibilità, senza ghettizzazioni, marginalizzazioni commerciali o quant’altro di traviante il non a caso detto libero mercato: tanto il grande editore sarà sempre più visibile, ma almeno che non oscuri e soffochi il piccolo! – coinvolgente in modo ecumenico dacché capace di giungere ovunque, dal centro della grande metropoli fino al paesino sperduto nella più remota vallata alpina o appenninica.
Utopia? Forse, viste appunto le tante ombre che gli altrettanti campanili proiettano un po’ ovunque. D’altro canto, cosa facciamo? Il mercato editoriale, nonostante qualche zero-virgola di ripresa, permane in stato comatoso; il Salone del Libro, così com’è – e che resti torinese o vada a Milano o chissà dove – è ormai cadaverico; di cultura diffusa, di contro, c’è un bisogno pressoché disperato, qui, anche per contrastare il sempre più dilagante analfabetismo funzionale… Anche per questo la disfida tra Torino e Milano sul Salone mi pare quanto meno stucchevole. La questione piuttosto è: cosa serve al mondo dei libri e della lettura italiani per riprendersi e per tornare ad essere fonte di preziosa cultura diffusa? Un Salone del Libro come quello finora realizzato? Oppure serve altro? E quest’altro che può servire, c’è già, va realizzato, va adattato, riconfigurato?
Serve lavorare nel presente per costruire il futuro, insomma, e non viceversa. Altrimenti, tra due, tre o mille litiganti, alla fine nessuno mai potrà godere qualcosa.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Éntula, la via sarda (targata Lìberos) per la riconquista dei lettori perduti

logo_entula2015Più volte nei miei articoli qui e altrove ho fatto cenno a Lìberos, la comunità dei lettori sardi che riunisce professionisti del settore editoriale, librai, bibliotecari, associazioni culturali, media e location partner, festival, amministrazioni locali e, ovviamente, appassionati di libri in una rete che sostiene numerose proprie attività di promozione della lettura e promuove, nonché qualifica con le sue competenze, tutte le realtà sane esistenti sul territorio sardo che aderiscono al suo circuito. Accenno spesso a Lìberos perché la ritengo la migliore e più efficiente esperienza di promozione del libro e della lettura esistente oggi in Italia, dunque un modello al quale altre zone del paese, a livello più o meno locale, possono e potrebbero ispirarsi – naturalmente con l’intento finale di una sola rete nazionale che sostenga l’editoria indipendente in modo definitivamente efficace, appunto, oltre che politicamente importante.
Ora torno a occuparmi di Lìberos per un’ennesima ottima ed emblematica iniziativa, che ritengo tale sull’onda della personale convinzione che, per far tornare a leggere quella troppo grossa fetta di italiani che non leggono, bisogna in primis rimettere nel loro campo visivo il libro come oggetto, come “gadget” (ciò che non sarà mai nel concreto, ma giusto per riportarlo in un’area di interesse nazional-popolare) ordinario, invitante e intrigante – quanto già indicavo un paio di articoli fa, insomma. Sto parlando di Éntula, il “festival letterario diffuso” che, giunto quest’anno alla terza edizione, da aprile a novembre animerà le piazze, le biblioteche e i teatri dei piccoli e grandi centri della Sardegna. In pratica (leggo dalla presentazione), “Un suggestivo tour letterario costruito su misura per l’isola, per portare gli autori più conosciuti nei centri meno conosciuti, e gli autori esordienti sui palchi più ambiti. Autori sardi, italiani e internazionali che per sette mesi attraverseranno l’isola guidati da Lìberos e dagli animatori della nostra comunità culturale: lettori, bibliotecari, librai, associazioni, scrittori stessi.” E più oltre: “Un festival permanente spalmato sull’intero territorio, perché la festa del libro, come quella della donna e degli innamorati, come il giorno della memoria, o è tutti i giorni, o non è. Raggiungere anche i paesini più piccoli, lontani dai grossi centri e dalle spiagge, quelli dove “non succede mai niente”, dove l’unico sogno dei giovani è scappare, perché la vita è altrove. Rendere ognuno di questi paesi protagonista per un giorno, attrazione di un pubblico di lettori che vengono dai paesi vicini o dalle città per ascoltare l’autore preferito, ma anche di abitanti del luogo che spesso non sono lettori, ma partecipano perché è un evento della comunità.
Credo non serva rimarcare come queste parole contengano l’essenza di una pratica a dir poco fondamentale per la diffusione della lettura (e dell’interesse culturale in senso generale) nonché un concetto che, traslato in altro ambito ma con identico senso, sarebbe altrettanto fondamentale per il comparto editoriale indipendente italiano: comunità. Fare comunità ovvero di molti interessi affini, se non equivalenti, farne uno solo; coordinare gli sforzi di vario genere che mirino a quell’interesse comune e farli convergere; generare energia culturale diffusa, per il semplice motivo che la cultura e tutto quanto è ad essa conforme è un valore civico, importante nella grande città come nel borgo sperduto, e oggi in Italia è certamente la filiera editoriale indipendente a poter soddisfare tale bisogno, quando invece la grande editoria dimostra di aver sempre meno considerazione di quel valore civico e culturale per conferire sempre più importanza al mero tornaconto commerciale della vendita di libri – come se l’esercizio della lettura fosse cose secondaria, trascurabile, irrilevante.
Torno a leggere la presentazione: “Éntula è momento visibile di relazioni invisibili, di collaborazioni e combinazioni, il punto di arrivo di mesi passati a trovare punti in comune e strade da battere insieme a strutture pubbliche e private. (…) Il primo passo per far diventare il consumo culturale da evento a consuetudine irrinunciabile, per rendere ordinario lo straordinario e accessibile l’inaccessibile.” Ecco, esattamente il concetto che ho sostenuto in principio d’articolo e in tante altre occasioni: purtroppo, in Italia, il libro è stato trasformato in qualcosa non solo di non necessario, ma anche di fuori ordinario. Tempo libero? C’è la TV, i social network, i centri commerciali; il libro, nel modus vivendi imposto dalla società contemporanea e da chi la plasma, non è più stato considerato – strategicamente, ne sono fermamente convinto. Certo, ci sono i grandi e più celebrati eventi dedicati alla lettura, da Torino in giù – che siano benedetti e ben vengano e proliferino eccetera eccetera. Tuttavia, sarà per interesse divergente, per lucido pragmatismo o che altro, ma gli organizzatori di Éntula non sbagliano a segnalare il dubbio che quei grandi eventi alla fine dei conti – ovvero dati statistici alla mano – non apportino quei preziosi vantaggi al mercato editoriale e alla promozione della lettura che sarebbero sperabili e auspicabili. O forse sì, forse senza di essi la situazione sarebbe pure peggiore, ma certamente la loro durata limitata e la concentrazione in un certo luogo – generalmente una città a volte grande, e intendo concentrazione di persone e di attenzione – non agevola una larga fetta di pubblico la quale, se non è motivata a visitare tali eventi, certamente rischia di non godere dei relativi vantaggi. In parole povere: chi non legge non va a Torino, a Roma o a Mantova – giusto per citare tre location di eventi tra i più noti. Per questo trovo che Éntula sia un’idea assolutamente rimarchevole e da imitare altrove il più possibile: se il lettore non va al libro, che i libri vadano ai lettori, ovunque essi siano, e ci vadano in  modo convincente e allettante, innescando quel meccanismo di appagamento suscitato dall’essere parte di un gruppo socialmente riconoscibile, di una comunità, appunto – una comunità viva e articolata come dovrebbe essere quella che riunisce chiunque nutra la passione per una cultura viva e articolata come quella del libro e della lettura. Viva, anche come in fondo segnala lo stesso nome del festival sardo, Éntula da entulare: “Separare il grano dalla pula, fare una scelta di valore, raccogliere quel grano che poi diventa pane e fare della cultura un pane quotidiano che abbia il sapore del pane della festa.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Rimettere in testa alla gente l’oggetto-libro per tornare a leggere. L’esempio di “Libri sotto i portici” a Castel Goffredo

librisottoiportici_high1Ogni qualvolta vengano pubblicate statistiche e dossier di varia natura sullo stato della lettura di libri in Italia – inesorabilmente fotografanti una situazione sempre più tetra, come sapete bene – ci si interroga sui vari possibili perché e sul come poter invertire una tale tragedia culturale. E’ palese che – io continuo a credere per precisa strategia, almeno per certi aspetti – si sia fatto di tutto per disabituare la gente alla pratica della lettura, imponendo una versione moderna e ben “dopata” del panem et circenses di epoca romana, rivelatosi assolutamente efficace anche oggi.
In ogni caso, al di là di tali inevitabili considerazioni, credo anche che non solo manchi un buon e diffuso esercizio della lettura, nel nostro paese, ma manchi pure il libro, ovvero l’oggetto in quanto tale, simbolo culturale per eccellenza per possibilità di diffusione e per economicità (l’ho più volte rimarcato, anche qui). Temo, insomma, che a molti italiani manchi proprio la presenza mentale, mnemonica, intellettuale o che altro di simile del libro, manchi l’attenzione e la considerazione primaria verso di esso, quella che te lo fa balzare in mente come qualcosa di bello, di gradevole e ancor più di ordinario, di normale, e che dunque per diretta conseguenza ti generi la voglia di leggerlo.
Riportare i libri in mezzo alla gente, e nel modo più diretto, meno mediato e più fruibile possibile, in pratica. Qualcosa del genere da ormai più di quattro anni a questa parte lo fa Castel Goffredo, comune in provincia di Mantova già noto in qualità di “città della calza”, ovvero centro di riferimento di un distretto industriale della calzetteria di rilevanza mondiale ma, appunto, dal 2011 organizzatore di “Libri sotto i portici“, evento con cadenza mensile il cui nome, nella sua semplicità, è del tutto programmatico. Ne parlo qui dacché, nonostante sia una manifestazione dall’esistenza già consolidata, ho potuto riscontrare che non sia ancora così nota tra gli appassionati di libri e lettura quanto meriti, e perché – ribadisco – trovo sia un’iniziativa tanto semplice e “popolare” quanto preziosa e proficua, stante ciò che poco fa ho rimarcato.
“Libri sotto i portici” è nata il 6 febbraio 2011, giorno della prima edizione, con grandi ambizioni: fare di Castel Goffredo uno dei maggiori mercati italiani del libro usato (ma non solo), se non il maggiore, nonché un punto di riferimento nazionale per le pratiche pubbliche di agevolazione della lettura. Gli organizzatori (ovvero il “Comitato Libri Sotto i Portici” che riunisce in una notevole ed esemplare “rete” la onlus Gruppo San Luca, la Pro Loco Castel Goffredo, l’Associazione Commercianti, il Circolo Collezionisti Castellani e gli Amici delle Biblioteche Comunali di Mantova) hanno affidato le proprie ambizioni a più di un fattore: l’ospitalità ai librai gratuita, poiché non si paga plateatico; la manifestazione a prova di maltempo, perché “Libri sotto i portici” ha come palcoscenico l’ampia rete dei portici, tra antichi e contemporanei, oltre quattrocento metri protetti dalla pioggia e dalla neve, che possono accogliere dalle 100 alle 150 bancarelle e relativi librai; ogni appuntamento contraddistinto da un fil rouge che mette in evidenza temi di interesse comune: ad esempio, per quello appena trascorso del 5 aprile, erano protagonisti Natura, fiori, frutti, giardini, erboristeria, farmacopea, medicina e cura naturale del corpo (qui, poi, trovate il calendario degli altri appuntamenti per l’anno in corso).

Insomma: all’apparenza un normale mercato di libri usati e non, come ce ne sono parecchi altri in circolazione. Tuttavia, la manifestazione di Castel Goffredo, nella sua semplicità, riesce a mettere in pratica ciò che indicavo in principio di articolo come cosa più che necessaria: riportare il libro in mezzo alla gente, ridonarvi il valore di oggetto culturale comune, rimetterlo nel campo visivo – e dunque nella percezione mentale – di tutti, peraltro con costanza e frequenza redditizie e senza alcun filtro di mezzo. Sia chiaro (e dico quanto di seguito per prevenire pure eventuali diffidenze al riguardo): lode e gloria imperiture alle fiere, ai saloni e alle rassegne varie di tipologia classica; ma certamente e inevitabilmente sono eventi, questi, di più mirata partecipazione e con effetto per così dire culturalmente concentrato, data la loro cadenza tipicamente annuale – oltre che di diversa natura, inutile rimarcarlo. Necessari, essi, per fissare pubblicamente lo state dell’arte della lettura e della produzione editoriale, così come altrettanto necessari sono gli eventi del genere di “Libri sotto i portici” per la loro potenziale dote di “imposizione programmatica” dei libri tra la gente. E sono fermamente convinto che, se girando per i nostri paesi e le nostre città, avessimo le stesse possibilità di trovarci di fronte l’immagine e la visione di un libro tanto quanto quelle degli smartphone più alla moda, tanto per dire, la lettura sarebbe cosa assolutamente più diffusa e praticata. Magari non come i selfie o le chat sui social network, ma quasi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.