Un paese di lettori, o una città

Leggo di questo simpatico scambio di battute avvenuto ieri al Festivaletteratura di Mantova, sul profilo Twitter di Einaudi:

Marcello Fois: «A vedere il pubblico di Mantova pare che l’Italia sia un paese di lettori.»
Ian McEwan: «Ma lo è, Marcello, l’Italia è un paese di lettori.»
Marcello Fois: «Sì, ma sono tutti qui al Festivaletteratura!»

Lo scambio è divertente tanto quanto emblematico, tuttavia mi permetto di dire che entrambi gli interlocutori esagerano: McEwan pecca di calorosa ingenuità, Fois di desolante ottimismo.

Io qui, invece, pecco di pessimismo, lo so. In Russia si usa dire che «un ottimista è un pessimista male informato», per il principio uguale e opposto io spero proprio di essere un ottimista incompetente. Ecco.

Il turista che osserva ma non vede

Non dovremmo godere passivamente della “natura” (o per meglio dire delle immagini del paesaggio), limitandoci ad acuire i sensi e indirizzando il nostro spirito verso l’osservazione. Uno sguardo mirato, come appunto quello del turista, nota molte cose ma ne vede poche, perché quello del guardare è principalmente un processo spirituale. In primo luogo, è importante che la lastra fotografica destinata ad accogliere l’immagine sia preparata nella maniera giusta, e poi conviene che l’immagine si rispecchi inaspettatamente, senza assecondare i nostri desideri e la nostra volontà.

(Carl Spitteler, Il Gottardo, Armando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.201; orig. Der Gotthard, 1897.)

N.d.s.: già più di 120 anni fa Carl Spitteler aveva compreso uno dei maggiori equivoci indotti nel turista, rispetto al più autentico viaggiatore: quello di visitare i luoghi senza farlo veramente, senza realmente viaggiare, senza la percezione dello spazio in cui ci si trova e della sua essenza storica, geografica, sociale, spirituale. Proprio quello che in molti casi è il turismo, oggi: un’esperienza meramente ludica che non insegna nulla a chi la compie, che si risolve in qualche selfie postato sui social e, dunque, che risulta francamente inutile (se non per i bilanci dei tour operator).

La letteratura semplificata degli scrittori ristretti

Dal suo punto di vista, come scrivono oggi gli scrittori in Italia?
«Secondo me ci sono persone, anche molto capaci, che hanno un poco limitato il loro orizzonte. Si tende a proporre una storia con un contenuto finale positivo, in cui c’è un protagonista nel quale ci s’identifica abbastanza facilmente, che affronta i problemi che assomigliano a quelli della vita quotidiana di tutti, eccetera eccetera. È, per molti aspetti, una banalizzazione di ciò che si può fare con il romanzo. A me queste scritture interessano poco».
[…]
È più che altro una questione commerciale a spingere gli scrittori verso questa “banalizzazione”?
«Non la definirei così. In primis gli editori hanno ristretto il loro orizzonte, ora che sono oggettivamente in pericolo: buona parte di loro in Italia oggi fattura molto meno di quanto si raccoglieva dieci anni fa. A fronte di questo è stata fatta la scelta di scommettere sulla semplificazione di ciò che propongono. Gli autori risentono di questo tipo di scelta. Mi dispiace perché in altre arti funziona diversamente: prendiamo il cinema, per esempio. Anche i prodotti più pop come le serie tv e i film con i supereroi – che sbancano il botteghino – hanno delle complessità narrative che sono molto superiori a quelle di un romanzo ritenuto difficile».

(Brani di un’intervista a Giulio Mozzi, una delle menti più brillanti (da autore e da analista) del panorama letteraria italiano contemporaneo, pubblicata su Tio.ch. Cliccate qui per leggerla nella sua interezza – merita assolutamente – oppure sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Vibrisse, il “bollettino di letture e scritture” curato da Mozzi.)

Più un uomo di Stato è geniale, più è iniquo

Per propria ammissione, gli organismi statali e politici non sono forze sentimentali e morali ma piuttosto organismi di potenza. Non é un caso che gli Stati amino inserire nelle proprie insegne un animale da preda. E in effetti tutti gli ammaestramenti della storia universale si possono riassumere in una sola frase: ogni Stato arraffa più che può, punto e basta. Con pause per la digestione e periodi di impotenza e inappetenza che si chiamano “pace”. I reggitori degli Stati agiscono come un tutore il quale, per eccesso di scrupolo, ritiene lecito tutto quanto potrebbe risultare di giovamento al proprio protetto, non esclusi i misfatti. Più un uomo di Stato è geniale, più è iniquo (e non viceversa, vi prego).

(Carl Spitteler, Il nostro punto di vista svizzero. Discorso sulla neutralità, in Il GottardoArmando Dadò Editore, Locarno, 2017, traduzione e cura di Mattia Mantovani, pag.231; orig. 1915.)

Gente senza scrupoli

«Ma cosa ci si può aspettare da una nazione la cui storia è fatta di violenza e giustizia sommaria? La conquista del West non è altro che un’immensa spartizione storica di cadaveri, non certo un insediamento pacifico di pionieri in un nuovo continente. Quella conquista è la vittoria di un manipolo di gente senza scrupoli, e sono loro che hanno costruito gli Stati Uniti.»

(Arto Paasilinna, Il liberatore dei popoli oppressi, Iperborea, 2015, pagg.55-56.)