Stiamo lavorando per chi?

Se c’è un’espressione invero assai usata che in molte circostanze mi fa non poco innervosire è «Stiamo lavorando per voi», ancor più se nella forma singolare in uso sul web «…per te».

Che a ben vedere non ha nulla di gentile e cordiale, pare quasi che quelli che te la formulano ti stiano facendo un favore del tutto gratuito, che non siano nemmeno stipendiati per farlo, che per colpa tua gli tocca lavorare altrimenti sarebbero andati volentieri a sciare o al mare, che sei tu che hai rotto loro le scatole e sei pure insistente – non che tu lo sia sul serio, anzi, ma loro sembra che te lo vogliano rimarcare preventivamente.
Ma «stiamo» chi, poi e quanti? Due, dieci, trecentocinquanta lavoranti? E servono tutti? Perché, be’, «Sto lavorando per voi» parrebbe un’attestazione di schiavismo e «Sto lavorando per te», singolare per singolare, avrebbe un che di sfida personale, di «Siamo io e te, qui… Fatti sotto, stro**o!»

Fatto sta che ogni qualvolta io me la ritrovi davanti, su un cartello pubblico, su un avviso esposto in un ufficio, come risposta email o altrove, maturo la certezza pressoché automatica che quelli mi stiano bellamente prendendo per i fondelli, percependo a volte un non troppo vago sentore di cialtroneria attiva. Ben sapendo, loro, che ben poco si possa fare per constatare se veramente quelli stiano lavorando, già, e che, probabilmente, sarebbe più sincera un’espressione del tipo «Appena abbiamo tempo / voglia / torniamo dalla spiaggia / lavoreremo per te (se non abbiamo di meglio da fare)». Ecco.

[L’immagine in testa al post è tratta da qui.]

Negare chi nega

[Foto di Ron Porter da Pixabay.]
Dunque, dall’ultimo “Rapporto Italia 2020” dell’Eurispes si evince che il 15,6% degli italiani nega la Shoah, lo sterminio della popolazione ebraica. Analizza tale dato ed altri ugualmente inquietanti del rapporto questo articolo di “Open”, evidenziando una cosa (tra tante) che parrebbe “non credibile” per tanto è assurda, e se non fosse basata su dati inoppugnabili: «Il numero è aumentato negli ultimi quindici anni in modo molto significativo, passando dal 2,7% del 2004 al 15,6% di quest’anno

In ogni caso il rapporto ha suscitato qualche dibattito ma non più di tanto, assuefatto com’è ormai il paese all’imbarbarimento sempre più profondo della sua opinione pubblica in preda a populismi, isterismi, fanatismi e numerosi altri –ismi dei peggiori, un mostro sempre più spaventoso che tuttavia, ogni volta che passa davanti a uno specchio, evidentemente si vede sempre più “bello”, negandosi la propria crescente bruttura.

D’altro canto, sono d’accordo pure io a non tirarla troppo per le lunghe e a perdere tempo in eccessive disquisizioni al riguardo. Si faccia così: la popolazione attualmente residente in Italia è pari a circa 60 milioni e 400mila persone; il 15,6% equivale a circa 9 milioni e 400mila persone, ok? Bene: l’ammontare totali dei residenti sia aggiornato a 51 milioni di persone. Quei 9 milioni e passa che pensano bestialità come quelle evidenziate dal rapporto Eurispes non possono avere il diritto di risiedere in un paese la cui società si voglia definire civile. Oppure se vogliono restare che restino, ma prive di ogni diritto civico. Sarebbe un’onta insostenibile per l’intero paese, altrimenti.
Ecco.

Qualcuno penserà che un tale metodo sia similare a quello che ha dato forma storica alla Shoah? Be’, ma tanto quelli non ci credono, dunque li si sottoporrà a una coercizione sostanzialmente inesistente. Che potrebbero dunque avere da protestare? Loro negano, noi neghiamo loro. Equità assoluta.

Bene, ho finito. E chiedo perdono per lo sfogo.

L’artista vero

L’artista vero è quello che delira ragionevolmente.

(Friedrich Nietzsche, citato da Guy de Portalès in Nietzsche in Italia, Historica Edizioni, 2016, pag.85; 1a ed.orig.1929.)

Quelli che al ristorante urlano

[Immagine tratta dal web.]
Ho già detto che gli avventori di buona parte dei ristoranti italiani, quando ci vanno e sono a tavola, chiacchierano, ridono, schiamazzano, sbraitano a un tono di voce consono ben più a una pubblica piazza durante una sagra se non alla curva di uno stadio quando una delle squadre segna un goal piuttosto che a un luogo di ritrovo e di culinaria convivialità?

Sì, l’ho già detto.

E ALLORA LO RIBADISCO, CRIBBIO!
Non potete essere tanto bifolchi e maleducati, voi maledetti avventori casinisti, da impedire una conversazione civile a chi vive la sfortuna di ritrovarsi con voi al ristorante!

Fate una bella cosa, che sono certo praticate similmente alla caciara di qui sto dicendo: quando siete a tavola, statevene incollati ai vostri smartphone. Così soffocherete la socialità del vostro tavolo e agevolerete la critica di quelli che ce l’hanno con la dipendenza da devices permanentemente connessi al web, ma di contro lascerete chiacchierare gli altri sui tavoli intorno a voi senza provocare raucedini e problemi d’udito, rendendo al contempo il ristorante un luogo più elegante o meno paragonabile a una bettola – dacché altrimenti è così, egregi proprietari dei locali in questione, rendetevene conto.

INTESI?

Ecco. Grazie.

Con l’arte ci vuol pazienza

«Buonasera avvocato, oh scusi, professore».
«Salute».
«Già che la vedo mi permetto di chiederle che cosa pensa di queste sculture. Il posto è bello nevvero?»
«Bello, si, molto. Non tutte son brutte».
«Ma venga qua, mi dica lei che se n’intende, guardi quella roba lì, quel sasso lì. C’è scritto Maternità. Io sarò un tarlucco qualsiasi, ma dico: dov’è la maternità? Mi aiuti lei a vederla».
«A dir la verità non la vedo tanto neanch’io. Ma forse tra un po’. Ci vuol pazienza con l’arte».
«Se è cosi vado in pace. Arrivederci avvocato, eh, professore».
«Arrivederci».
Le sculture stavano nel verde ritrovato e quasi magico di Piazza del Sole, a Bellinzona. All’aperto, dunque, per cui l’autore della Maternità, nel timore che gliela rubassero, di notte se la portava a casa, lasciando nel prato il solo piedistallo, di buona pietra, ben squadrato, un bel ceppo materno.

(Giorgio OrelliPomeriggio Bellinzonese e altre prose, Edizioni Casagrande, 2017, pag.54. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” al libro.)