L’aria incattivita

Qualche politicante sloganista, di quelli che vanno tanto “di moda” oggi, ogni tanto vaneggia di una possibile uscita dell’Italia dalla UE, sostenendo che restando nell’Europa unita il paese avrebbe più svantaggi che vantaggi.

Semmai, il politicante suddetto e tutti i suoi simili (sovente travestiti da “avversari”) farebbero bene a chiedersi se non debba essere l’Europa unita a valutare se sia il caso di avere con sé un paese talmente in decomposizione. Decomposizione istituzionale, politica, socio-economica, culturale, morale, psicologica. E dotato di un’aria ormai tanto cattiva o “incattivita”, per giunta, di nome, d’animo e pure di fatto.

Io non credo che convenga, all’Europa. Ma auspico di sbagliarmi, per il bene futuro del paese* – sempre che il paese un “futuro” lo voglia, sia in grado di costruirlo e lo meriti, ovviamente.

*: dal quale io ormai mi sono totalmente dissociato se non per mera anagrafica, ci tengo a dirlo.

Tempo (nuvoloso?) di Libri

Ah.
Dunque questo giovedì comincia la seconda edizione di Tempo di Libri, la fiera dell’editoria di Milano “avversaria” del Salone del Libro di Torino?

M-mm.
E com’è che non ne sta parlando quasi nessuno?

Che i “milanesi” stiano preparando un altro bel buco nell’acqua, a tutto (e rinnovato) vantaggio del Salone torinese?
Uhm…

In ogni caso, continuo a pensare che due saloni dell’editoria pressoché speculari, in Italia, hanno lo stesso “senso” di due motoscafi lunghi 50 metri in un piccolo lago di montagna. Uno è già troppo o quasi, insomma, visto pure la tendenza costante di quel laghetto a perdere acqua, quando invece dovrebbe colmarsene ben di più… figuriamoci due!

La “nave” dell’editoria italiana, e gli scogli sempre più vicini

Scrivo queste riflessioni a poche ore dalla chiusura di Tempo di Libri, la nuova fiera dell’editoria di Milano anti-Salone del Libro di Torino. Su di essa ho mantenuta ferma l’opinione personale formulata fin dall’inizio: una spacconata dell’AIE, alla quale non ho voluto partecipare. Tuttavia, tali riflessioni prescindono da come sia andato l’evento milanese e dalle testimonianze (piuttosto significative) degli amici che, da addetti ai lavori o da visitatori, vi sono stati.
Sono riflessioni, semmai, legate a ciò che si può effettivamente cogliere da una visione generale del comparto editoriale nazionale la quale, lo dico da subito (mi) regala sempre più panorami assai foschi, e senza che niente e nessuno riesca o sappia accendere una minima luce che li possa rischiarare. L’impressione personale, insomma, è quella di un comparto che, a fronte di una situazione del mercato dei libri sempre più “drammatica” – rimarcata per l’ennesima volta dall’ISTAT proprio durante Tempo di Libri, continui ad andare avanti come se nulla fosse, anzi, come se il mercato suddetto sia sempre più prospero. Al punto da creare due eventi fieristici del tutto simili l’uno all’altro a nemmeno un mese di distanza e in due città praticamente contigue, una delle quali un evento sui libri ce l’ha già: follia pura, e totale dissonanza cognitiva dalla situazione reale dell’editoria in Italia!
Ma questo sconcertante – e parecchio irritante, per lo scrivente – doppione fieristico non è che la più macroscopica prova di una sempre più sconcertante ottusità e cecità del comparto editoriale, che continua “allegramente” lungo la strada intrapresa anni fa verso la quantità al posto della qualità, verso la produzione continua di libroidi senza alcun valore letterario presentati come grandi successi ma che poi, puntualmente, si rivelano boomerang commerciali (e culturali), verso il folle meccanismo della sovrapproduzione di titoli e copie al fine di finanziare e tenere in piedi i bilanci aziendali – ma in realtà affossando sempre più le case editrici e allargando a dismisura i “buchi” dei suddetti bilanci (si veda al riguardo questo illuminante articolo di Antonio Tombolini), verso l’oligopolio dei canali distributivi (i quali ormai sono diventati i veri controllori del mercato, gusti del pubblico inclusi) e con la costante incuria nei confronti delle librerie, il cui valore culturale e sociale continua a non essere riconosciuto né tanto meno supportato – istituzionalmente o meno, come accade in altri paesi: Francia, ad esempio.
Nel frattempo, di azioni realmente efficaci, almeno in potenza, per cambiare le sorti del mercato editoriale che, di questo passo, paiono sempre più segnate, non se ne vedono. Si reclamano iniziative più di principio che di concretezza come la revisione della legge Levi – tanto, da che è stata varata, è stata pure puntualmente ignorata dalle grandi catene di distribuzione -, non ci si adopera per creare finalmente una rete che abbia forza “politica” contro la deriva “industrialistica” dei grandi editori, i quali sempre più trattano i libri come meri oggetti di consumo, non si mettono in atto azioni di promozione della lettura di sostanza più che di immagine, ad esempio riguardo le scuole: è inutile portare in “gita” le scolaresche nelle grandi fiere del libro, sono semmai i libri – e tutto ciò di affine a loro, scrittori compresi – che devono entrare nelle scuole!
Sono troppo pessimista, dite voi? Può essere… spero di esserlo, sul serio. Ma da un comparto editoriale che per contrastare l’ormai cronica emorragia di lettori (il che significa inevitabilmente emorragia di cultura diffusa, lo ricordo sempre!) si mette a litigare a colpi di fiere-fotocopia per mostrarsi più bello e più bravo dell’evento concorrente, beh, in tutta sincerità, non mi aspetto nulla di buono, ma proprio nulla. La verità è che sono tutti imbarcati – quelli dell’editoria italica, con poche eccezioni – su una nave piena di falle che si sta dirigendo su una rotta drammaticamente dritta e diretta verso gli scogli, ma tutti quanti guardano dall’altra parte quanto è bello il tramonto sul mare. O qualche anima pia che abbia veramente a cuore il futuro dei libri e della lettura si decide finalmente a mettere mano al timone e cambiare rotta al più presto, o per lo schianto finale è solo questione di tempo. Poco tempo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Le persone intelligenti dicono parolacce?

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Stronzate!

(Fosse solo per come tanti, leggendo cose del genere, nella propria rozza ottusità si crederanno ancora più intelligenti di quanto già non pensino e dicano di essere, e lo annunceranno al mondo intero nel modo più triviale possibile, sancendo nuovamente e stavolta in modo irrefutabile – se ce ne sarà bisogno – l’esatto opposto. Amen.)

Se la cultura fa PIL – e non solo in senso economico…

9402316437_9ca1ddc96d_bDue notizie – o, meglio, due serie di dati statistici commentati – uscite sui media di recente (cito titoli e link relativi presi tra i primi che il web propone): Eurostat, l’Italia si riprende lentamente dalla crisi: è la peggiore tra i big Ue; Quell’Italia che non legge libri e giornali, non va al cinema, al teatro e alle mostre…
Due notizie all’apparenza disgiunte, l’una che rimanda a dati economici legati all’andamento dell’industria e dei consumi, l’altra allo stato del comparto culturale nazionale, certamente di segno simile – viste le situazioni che delineano – ma formalmente non correlabili.
O no? E, lo dico da subito, senza considerare le usuali riflessioni su quanto la cultura sia poco sfruttata in termini economici e di generazione di PIL
Sì, perché mi viene da pensare ad altre considerazioni che trovo assolutamente imprescindibili nel merito, di natura culturale ma in senso sociologico… Ovvero, a come credo sia del tutto inevitabile che un paese che ormai da tempo abbia abbandonato la cura della propria matrice culturale, con tutti gli annessi e connessi, risulti pure ultimo in termini di crescita economica, di produttività industriale, di creatività imprenditoriale così come, più pragmaticamente, di capacità di reazione e ripresa.
Per qualsiasi società politicamente strutturata, l’obiettivo di una crescita equa e generante benefici diffusi (al di là dell’evidenza che la crescita “infinita”, che parrebbe un caposaldo del distortissimo capitalismo contemporaneo, sia una scempiaggine bella e buona) non può esimere dal poggiarsi su una base culturale altrettanto diffusa e attiva. Ciò per innumerevoli motivi, primo tra i quali il fatto che una nazione culturalmente avanzata e dinamica è inevitabilmente dotata di molti più strumenti intellettuali per comprendere la realtà nella quale si muove, reagire agli ostacoli e alle crisi che in essa si presentano e progettare vie alternative che le consentano di progredire in avanti nel tempo oltre quegli ostacoli piuttosto che rimanervi impantanata se non, peggio, di regredire.
Purtroppo una tale lampante evidenza risulta da tempo cronicamente ignorata (volutamente o meno) dalla politica italiana e, per bieca e sconcertante pandemia, da ampie parti della società nazionale, fin dalle sue più ovvie basi concettuali. Ovvero fin dalla constatazione che quella cultura così mancante dalle nostre parti si genera e si coltiva a partire dalle azioni culturali più minime, come il leggere un buon libro. Pensare che, appunto, la cultura letteraria (per restare nell’esempio) sia altra cosa rispetto alla cultura sociale, industriale, politica o che altro è una superficialità del tutto insensata. D’altro canto e per lo stesso motivo, ogni piccola o grande azione culturale – di matrice letteraria, artistica, umanistica e così via – ha sempre una valenza politica, ovvero di “supporto” (intellettuale ma non solo) alla gestione della cosa pubblica. Meno le si praticano, tali azioni culturali, meno la società potrà godere di una buona amministrazione, di un buon governo, di un funzionamento “fruttuoso”, per così dire – senza contare che, di contro, in loro assenza la cattiva (e magari pure malandrina) gestione politica avrà campo libero per i propri maneggi.
Alcuni commentatori, in altri articoli correlati a tali questioni, hanno segnalato che le solite messi di dati fotografanti lo stato comatoso della fruizione culturale in Italia – con sempre meno lettori, meno visitatori dei musei, meno spettatori nei teatri e così via – siano diventate inutili se non dannose alla percezione dell’opinione pubblica, ormai così abituata ad averne notizia da non farci più nemmeno caso. Forse costoro hanno ragione (anche se mi verrebbe da pensare che il silenzio su di essi, al contrario, potrebbe far credere che tutto vada bene) tuttavia, anche seguendo il loro ragionamento e in un certo qual modo sviluppandolo, sarebbe probabilmente il caso di cominciare a contestualizzare e rendere concreti nei loro effetti pratici quei dati, ovvero a ragionare non tanto e non solo (o non più, se si crede) sui meri numeri ma sull’effetto di questi numeri nella realtà quotidiana, e sul rapporto indubitabile, a mio modo di vedere, tra essi e tanti altri dati statistici ovvero comunque rappresentativi dello stato della nazione. Perché, la storia lo insegna, non s’è mai vista una società infarcita di zotici privi di cultura che abbia goduto di un grande e duraturo benessere, sociale in primis. E guardandoci intorno possiamo già avere, nel bene e (purtroppo più) nel male, una significativa conferma di questo storico insegnamento.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.