Lo scorso venerdì 4 dicembre, in occasione dell’apertura di Più libri più liberi, l’Associazione Italia Editori (AIE) ha presentato l’ultima indagine Nielsen sulla vendita di libri in Italia, relativa ai primi 10 mesi del 2015 e stilata in forma di raffronto tra i dati della grande editoria con la piccola e media (intesa dall’indagine come quella che abbia conseguito un valore del venduto, a prezzi di copertina, di meno di 13 milioni – in pratica tutta l’editoria nazionale eccetto i gruppi principali).
In breve se ne deduce che il mercato del libro nazionale è, a livello di fatturati, ancora in segno negativo, -1,6% per il settore cartaceo, ma in maniera minore rispetto al passato – c’è una positività della negatività, in pratica! – e, rileva l’indagine, “che tende allo zero (se non già in area positiva) se si stimano i canali non censiti e l’ebook” (vabbè!). Di contro, il dato relativo alla vendita di copie segna un assai meno “gaudioso” -4,4%, dal quale si dovrebbe dedurre che si acquistano meno libri ma i venduti si pagano di più. Se però si considera il solo settore editoriale piccolo/medio/indipendente, i dati diventano positivi: +1,7% di copie vendute e +2% di fatturato, contro rispettivamente il -2,8% e -1,1% della grande editoria.
Sono soprattutto questi ultimi dati a far dichiarare a Federico Motta, presidente di AIE, che si può essere “cautamente ottimisti”. Cioè, mi viene da dire e per utilizzare il principio del bicchiere o mezzo pieno o mezzo vuoto, “avventatamente disperati”: la nave editoriale nazionale sta comunque affondando ma un po’ meno rapidamente, ed anzi la poppa (o la prua, fate voi) sta risollevandosi dai marosi, chissà poi se per proprie effettive (e ritrovate) capacità di galleggiamento, o se per un inopinato “effetto bilancia”, posta il costante affondamento della grande editoria e quel dato, -4,4% di copie vendute, certamente angosciante.
Più pragmaticamente Antonio Monaco, presidente del gruppo Piccoli Editori di AIE, sostiene (dunque anche per congruità alla propria “figura istituzionale”) che al di là di certi dati meno preoccupanti del solito, “Tutti sappiamo però che nulla sarà come prima. Di fronte a questo scenario la via “difensiva” o “rivendicativa” non è più sufficiente. Ora dobbiamo riattivare un forte attivismo civile, una maggiore consapevolezza della situazione e nuove formule da parte dei singoli attori della filiera editoriale, ma anche da parte dei lettori e di tutto il sistema politico e istituzionale.”
In questa direzione dovrebbe andare il “Patto civile per i lettori”, ovvero l’appello presentato proprio dal Gruppo dei Piccoli Editori di AIE a Più libri più liberi, con 5 punti programmatici e propositivi sulle azioni da intraprendere per “salvaguardare la ricchezza e la diversità del panorama editoriale” cioè, in parole povere, per rivendicare la sopravvivenza – possibilmente attiva – della piccola e media editoria.
L’iniziativa è interessante e ovviamente da sostenere, senza dubbio: tuttavia è l’ultima di una lunga e, purtroppo, infruttuosa serie, nonché stilata in modo fin troppo politico – anche perché viene da uno degli attori in scena, l’AIE, che rappresenta solo una parte del settore, pur importante. Nell’appello, al punto 1, si dice che “E’ il momento in cui rivedere il modo con cui si è strutturato il mercato italiano e cercare di correggerne eventuali anomalie.” Eventuali? Alla faccia! E continua affermando che “Non è una questione che potrà affrontare un’istituzione regolatrice come l’Antitrust (che pure deve fare il suo mestiere controllando se sono rispettate formalmente le regole) ma dobbiamo affrontarlo tra tutti gli operatori del sistema.” Eh, l’Antitrust, già, che deve fare il suo “mestiere”! A capire quale sia veramente, tale mestiere, che sovente non è parso essere quanto concretamente svolto da tale istituzione – vedremo come finirà con la questione Mondazzoli, ma una mezza idea personalmente l’ho già.
Pregevole inoltre il richiamo a che tutti gli operatori del sistema debbano partecipare alla determinazione delle regole su cui si basa e si baserà il mercato editoriale. Cosa che dal sottoscritto, e non solo, è da tempo rimarcata qui su Cultora. Tuttavia, per fare questo, cosa occorre, di assolutamente fondamentale? Risposta facile: l’unione! Quell’unione che fa la forza, quella coesione di forma, sostanza, intenti e azioni che nel comparto editoriale indipendente nazionale continua a mancare – lo dice pure l’AIE, che pare richiamare un altro articolo apparso su Cultora parecchi mesi fa. E’ per questa mancanza di coesione che altri precedenti appelli come quest’ultimo sono finiti per svaporare nel nulla, o alla meglio sono rimasti in uno stato di costante e sterile stand by, e finché non sarà raggiunta una autentica unione attiva che formi una voce importante e ben udibile da contrapporre a quella soverchiante della grande editoria, beh, temo che la discussione sulle regole del mercato editoriale nazionale continuerà ad essere una specie di impari confronto tra un borioso tenore e una flebile voce bianca.
Nel punto 5 dell’appello – gli altri li lascio alla vostra considerazione – si dichiara che i piccoli/medi editori, e io aggiungerei tutti gli altri elementi della filiera editoriale indipendente – devono “diventare più esigenti” (indicando varie cose verso le quali esigere maggiore attenzione). Ecco, appunto: più esigenti in primis verso sé stessi, però, il che deve significare, a mio parere, il raggiungimento di una presa di coscienza complessiva e profonda sul valore dell’editoria indipendente e sulla forza che può è deve avere nel mercato nazionale, oltre che nella regolazione di esso, nell’inevitabile considerazione che mai la grande editoria – e ribadisco mai – potrà avere intenti comuni e nemmeno simili con gli editori indipendenti. Non solo, pure che mai – come in passato – la grande editoria pare coniugare industria editoriale e diffusione culturale, come invece possono fare, e assai bene, i piccoli/medi editori. Perché anche questo deve contare, nelle considerazioni di qualsivoglia sorta sui libri e sulla lettura: che si sta parlando di cultura, di uno degli elementi fondanti e fondamentali di una autentica società civile ed avanzata.
Vi parrà retorica, questa mia, ma non riesco proprio a non rimarcarlo, ogni volta.
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L’Italia è un paese culturalmente alla deriva? No. S’è già schiantato, e da un bel po’.
Vi riassumo io in due parole ciò che c’è scritto qui sopra: quasi il 40 per cento dei dirigenti e dei professionisti italiani non ha letto un solo libro in tutto l’anno che è appena passato.
Nemmeno un libro.
Niente, ok? Niente.
Guardate bene l’infografica lì sopra, appunto, e considerate il raffronto con Spagna e Francia, i due paesi europei culturalmente più affini all’Italia.
Bene – si fa per dire. Considerato il raffronto, ora, quando sentite parlare di crisi industriale, di stagnazione economica e di recessione, di made in Italy che non funziona più, di perdita della cultura del lavoro, di ristrettezze di vedute strategiche del management nostrano e di mancanza di innovazione, di futuro incerto se non fosco, di cervelli lasciati fuggire all’estero o di cervelli che si rifiutano di restare in Italia e di tutto il resto di affine nonché, in generale, se vi chiedete il perché la società civile italiana sia tanto arretrata, degradata, ignorante, imbarbarita, incapace di risolvere i (gravissimi) problemi che la ammorbano e di non farsi comandare da una classe politica a dir poco ignobile, non guardatevi troppo in giro con fare stupito a pensare e supporre chissà che. La verità è in pochi e certi dati, come quelli lì sopra. Dati che attestano “il capolinea culturale dell’Italia”, come denuncia LINKIESTA dal cui sito ho tratto l’infografica (cliccandoci sopra potrete leggere l’articolo relativo) ovvero, come penso io ormai da tempo e in modo sempre meno dubbio, la sostanziale morte culturale di questo povero paese. Purtroppo per noi tutti.
Diffidate, gente, diffidate!

Humbug ha la facoltà di rendere tutto ciò che tocca lucroso per sé e deleterio per quasi tutti gli altri. E sempre con quella invariabile espressione, appunto, quel sorriso beffardo costantemente offerto al mondo che pare tanto uno slogan di sé stesso, un “non mi frega nulla di nessuno ma solo di me”, la pingue pappagorgia esposta quasi a mo’ di vanto, i capelli brizzolati oleosamente lisciati sul capo e più arruffati dietro, la pelle abbronzata che rende quei suoi denti bianchissimi ancor più simili a una sega affilata… Ma pure con gli occhi perennemente nascosti da un paio di occhiali dalle lenti fumé, che sembrano fatti apposta per lasciar passare lo sguardo tagliente senza che in esso si possa di contro leggere qualcosa che vi stia “dietro” – lo diceva sempre il nonno paterno, ricorda Moped: diffidare sempre di chi porta un paio di occhiali da Sole anche quando il Sole non c’é, anche di sera, anche al chiuso! E’ gente che sta nascondendo qualcosa, quella, così come nasconde lo sguardo che è sempre rivelatore dell’animo autentico di un individuo! (In verità il nonno sosteneva pure, e per motivi diversi ma simili nel principio, che si dovesse parimenti diffidare degli astemi, dei miopi, dei calvi, di chi in inverno si vestisse troppo, di chi usava l’ombrello oppure indossava il cappello, di chi fumava la pipa, di chi andava tutte le domeniche in chiesa e di chi non vi andasse nemmeno a Natale, dei preti – di qualsiasi confessione, di chi usasse i mezzi pubblici, di chi vestiva troppo elegante e delle donne troppo castigate, dei militari in servizio e dei pacifisti, dei dentisti, dei fruttivendoli, di chi disprezzasse il formaggio, di chi masticasse chewing-gum, di chi fosse stato allattato al seno troppo a lungo, di chiunque vedeva uscire da una farmacia e di chiunque vedeva entrare in una banca, dei politici che non avessero mai conseguito qualche pendenza giudiziaria, dei mendicanti, dei fotografi, degli idraulici, degli astrologi e degli astronauti – anche se Moped ritenga tutt’ora piuttosto difficile che il nonno ne abbia mai conosciuto uno, e ben più facile che confondesse queste due ultime categorie.)
In ogni caso, e anche senza le indicazioni del nonno, Humbug gli ha suscitato diffidenza fin da subito, ovvero fin da quando ha avuto a che fare con lui, dal principio dell’indagine.
(E’ un estratto da un testo inedito, ancora in lavorazione, di genere giallo – anzi no, di genere opposto al giallo, se così si può dire. E se non si può dire, allora dico che è/sarà un romanzo ollaig, ecco. Beh, probabilmente tra qualche tempo ne saprete di più, qui e in libreria.)
Tu quoque, lector, emptor mi! (Della serie: “I librai? S’attaccano!”)

“Dobbiamo difendere i librai”… “Le librerie indipendenti sono un patrimonio da tutelare”… “La filiera editoriale è un comparto prezioso e insostituibile”… “Quello dei libri non è un mercato ma è un ambito culturale” eccetera eccetera eccetera… Bla bla bla… Blablablablablabla.
Si leggono così spesso dichiarazioni del genere, sui media e sul web, che se un centesimo di esse venisse effettivamente messo in pratica, vivremmo nel Bengodi dei libri e della lettura!
Eppoi, in mezzo alle suddette lodevoli dichiarazioni, si legge pure altro. Quanto di seguito, ad esempio (da La Stampa del 22 Agosto scorso):
La Feltrinelli ha lanciato sul suo sito un sondaggio on line (“Angeli o diavoli?” è la domanda) dedicato ai giganti del web. Gli scrittori italiani tacciono, d’accordo, ma i lettori no. A quanto pare (la fonte è Antonio Prudenzano sul sito “Cado in piedi”) i lettori votano i massa a favore di Amazon, dei suoi servizi e dei suo prezzi bassi, fregandosene dei rischi di un universo monopolista alle porte, quasi un totalitarismo del consumo. Meglio la gallina oggi. Domani è un altro giorno.
Va bene.
Dunque, se i lettori medi vogliono questo, e a quanto pare lo vogliono senza molti dubbi, vorrà dire che – supponendo di dare ragione alle visione più pessimistiche (o forse solo più pragmatiche) sul tema – quando l’oligopolio editorial-finanziario si sarà definitivamente installato sul mercato, potremo comunque trovare i soldi per comprare libri ed ebook vendendo qualche anello prezioso di famiglia nei “Compro Oro” che avranno preso il posto delle librerie indipendenti e/o di quartiere fallite, oppure sfidando la fortuna nelle sale slot similmente impadronitesi dei locali commerciali di paesi e città. Nessun problema, no?
Ok, ok, sono troppo catastrofista, e in fondo non ce l’ho affatto con Amazon – lo sostengo sempre, quando vado dal mio libraio di fiducia, nella sua minuscola libreria, chiacchierando con lui del più e del meno editoriale e letterario. Amazon è assolutamente utile: se non ci fosse, come potrei più facilmente trovare le migliori edizioni dei libri che poi al suddetto librario ordino con assoluta precisione?
Ribadisco: lode e gloria al gigante del commercio on line statunitense, tuttavia resto convinto che il libro, sia di carta o digitale, non è un oggetto acquistabile come qualsiasi altro. Che poi lo si possa acquistare anche on line mi sta benissimo, ma che possa divenire (suo malgrado) uno strumento di imposizione d’un ennesimo monopolio commerciale come tanti altri ben più futili beni di consumo, per di più sopprimendo un elemento di così alto valore culturale e pure sociale quale è una libreria… beh, no. Non esiste proprio.
Insomma, sarò un povero idealista, ma per quanto mi riguarda la gallina può stare tranquilla, sia oggi che domani. Di mangime da darle ne ho alla grande, e il mio librario di fiducia non mangia nemmeno carne. Ecco.
P.S.: per capire il titolo di questo post (“Anche tu, lettore, cliente mio!“), prima che mi prendiate per un mentecatto con squilibri latinisti, cliccate QUI.
70% di lettori, 2500 librerie indipendenti, 14 miliardi di investimenti in cultura. Siamo sull’isola di Utopia? No, siamo appena dopo Ventimiglia.
Lo rimarco per l’ennesima volta, seppur ormai sia mero esercizio inutile: in Italia lo stato della lettura è sempre più drammatico, lo rileva in maniera lampante l’ultima indagine ISTAT sulla questione, e i timidi raggi irradiati dalla stella Torino – inteso come Salone del Libro, che ha celebrato qualche settimana fa i propri record di vendite e affluenza, e come evento pubblico-mediatico attorno a cui ruota, in tal senso, tutto il comparto editoriale italiano, o almeno quello dei grandi numeri – non scaldano più di tanto un panorama che pare invece raffreddarsi sempre di più.
Eppure, basta andare appena oltre la bella cittadina ligure citata nel titolo di questo articolo – oppure superare il colle del Monginevro o il tunnel del Monte Bianco… beh, ci siamo capiti – per ritrovarci in una situazione radicalmente diversa e persino imbarazzante, per noi, nella sua positività. Ebbene sì: oggi la Francia, per i libri, rappresenta veramente un’isola felice – quasi come quella narrata da Tommaso Moro nella sua celebre opera – che può vantare ben il 70% di popolazione che legge almeno un libro all’anno (contro il nostrano 43%, in calo costante da tempo), e addirittura un 45% che legge tutti i giorni! Sono dati rilevati dall’indagine I Francesi e la lettura condotta da Livres Hebdo e Ipsos (corrispondente transalpina di quella condotta qui da ISTAT) che ha fotografato uno stato della lettura certamente florido, se si considera pure la presenza di librerie sul territorio, 2500 delle quali indipendenti, che non solo non cala, ma in certe zone aumenta pure – lo rilevò pure il New York Times qualche tempo fa.
Ma c’è di più, molto di più (ahinoi). Altra cosa ormai superflua da notare, è che da noi le pratiche di sostegno e di incentivazione delle istituzioni a favore della cultura in generale sono sostanzialmente assenti: non si fa che tagliare, e da anni, bilanci, aiuti economici e fiscali, agevolazioni, in base a criteri politici che considerano i soldi spesi per la cultura una spesa, non un investimento. Viene facile ricordare quella dichiarazione di un noto ex ministro, “con la cultura non si mangia”, che la disse (e la dice) lunga sul pensiero dominante delle classi dirigenti italiche al proposito.
Ebbene, al di là di Ventimiglia, appunto, tutto cambia, anche in tal caso, e per il semplice motivo poco prima citato: in Francia hanno capito che i soldi spesi nella cultura possono rendere, e pure tanto, rappresentando un investimento inopinatamente florido. Nel 2012 (ultimo dato disponibile) lo Stato francese ha investito ben 13,9 miliardi di euro (11,6 miliardi di bilancio (!), 1,4 miliardi di spese fiscali e 0,9 miliardi assegnati a diversi organismi sotto forma di tasse redistributive), ai quali vanno aggiunti altri 7,6 miliardi provenienti dagli enti locali, molti dei quali assegnati proprio al settore editoriale (in senso di produzione e vendita, ovvero editori e librai) da sempre molto sostenuto in Francia. E quanto hanno reso, questi investimenti? Beh, più di 4 (quattro!) volte tanto: 57,8 miliardi di euro di valore aggiunto, secondo i dati ufficiali emersi dallo studio congiunto promosso dai ministeri della cultura e dell’economia. Cinquantasette-virgola-otto-miliardi (no, dico, voglio che sia chiaro, il concetto!), il che significa che gli investimenti nel comparto culturale hanno reso il doppio di quelli per le telecomunicazioni (25,5 miliardi), sette volte quelli per l’industria automobilistica (8,6 miliardi). Oltre. Ovviamente, al ritorno socio-culturale, appunto, con una quantità di lettori, di vendite di libri, di buona salute dell’intero comparto e, ça va sans dire, dicultura diffusa, il che è insostituibile fonte di buona civiltà.
Ecco, c’è poco altro da aggiungere, alla faccia nostra che ci ritroviamo quelle (non)politiche culturali, e coloro che le hanno elaborate e ce le impongono. A noi, che “con la cultura non mangiamo” e che, in tal modo, ci ritroviamo sempre più non solo affamati ma pure ignoranti. Vive la France!