Il “DDL Montagna”? È il solito «piuttosto che niente meglio piuttosto»


Dunque, il 10 settembre scorso il Senato italiano ha approvato il cosiddetto “DDL Montagna, ovvero il Disegno di legge per il riconoscimento e la promozione delle zone montane. È la prima legge nazionale che parla di montagna da 30 anni a questa parte e contiene numerose disposizioni a favore di sanità, istruzione, agricoltura e servizi nelle aree montane: ci sarebbe da festeggiare parecchio, a vederla così, e in parte è giusto farlo visti i tre decenni di noncuranza istituzionale nei confronti della montagna finalmente conclusi.

Di contro siamo in presenza di una legge italiana, promulgata dalla politica italiana – e di quale parte politica non importa nulla, visto il panorama generale: ciò fa subito aguzzare vista e mente sicché rapidamente nel testo promulgato si colgono alcuni aspetti primari che non possono non far storcere il naso, inevitabilmente.

Il primo e più palese (infatti è quello che in tanti già rimarcano) è la dotazione finanziaria della legge, 200 milioni all’anno per l’intero paese (nel triennio 2025-2027). Facendo i conti della serva e dividendo la somma per le 20 regioni italiane, ciascuna delle quali comprende territori montani e dunque ne può beneficiare, fanno 10 milioni a regione. Praticamente quanto costa un singolo impianto di risalita e nemmeno dei più grandi, come quelli che a decine vengono finanziati da soldi pubblici in comprensori sciistici spesso prossimi alla chiusura per ragioni climatiche e/o economiche.

Il secondo: l’assoluta assenza, nel DDL, di misure atte a contrastare le conseguenze della crisi climatica in divenire, particolarmente evidenti e impattanti sui territori di montagna.

Il terzo, di carattere generale ma purtroppo inevitabile quando si ha a che fare con la politica e la burocrazia italiche: il passaggio dalle parole (e dalle promesse) ai fatti concreti ed efficaci. Il testo della legge contiene numerosi intendimenti importanti e lodevoli: anche al netto della dotazione finanziaria più o meno scarsa, l’amministrazione pubblica saprà “mettere a terra” quegli intendimenti producendo risultati realmente vantaggiosi per i territori montani? I decreti e le disposizioni attuative necessarie a ciò saranno messi in atto rapidamente ed efficacemente? La burocrazia sarà conseguentemente snellita o finirà di nuovo per rallentare e magari per bloccare le azioni previste?

Fatto sta che, posto quanto sopra e riflettendo in maniera generale sul tema, a me pare che ancora una volta (l’avevo già denotato qui) la montagna venga condannata al principio del «Piutost che nient l’è mej piutost», come si dice nel dialetto milanese: piuttosto che niente, è meglio piuttosto. Una condizione che rinnova il costante stato di precarietà nel quale le nostre montagne giacciono da tempo, che alla fine di realmente concreto e tanto meno «rivoluzionario» non porta niente o quasi, e piuttosto rimarca l’attenzione pervicacemente (nonché deprecabilmente) scarsa nonché l’altrettanto costante assenza di una visione strategica organica da parte della politica italiana per i territori montani, le loro comunità e il miglior sviluppo futuro – economico, sociale, ecologico, culturale – per esse possibile.

Sono troppo pessimista? Può essere, anzi, me lo auguro vivamente.

Una riflessione “laterale” al caso del gipeto morto contro i cavi delle seggiovie di Santa Caterina Valfurva

[Immagine tratta da www.parconazionale-stelvio.it.]
La notizia del gipeto morto per aver urtato i cavi di un impianto sciistico di Santa Caterina Valfurva, nel territorio del Parco Nazionale dello Stelvio è profondamente triste. Il gipeto è una specie a rischio: estinto sulle Alpi all’inizio del Ventesimo secolo, è stato reintrodotto di recente nel Parco dello Stelvio ma ce ne sono solo dieci coppie in totale, delle quali sei nel settore lombardo. Dunque anche la perdita di un solo esemplare rappresenta un fatto grave.

Chiaramente è stato un incidente non prevedibile e poco evitabile: la problematica delle collisioni fra avifauna e cavi di impianti di risalita è ormai risaputa e coinvolge ogni specie che vive nei territori sciistici. Nonostante ciò, immagino che il caso solleverà qualche protesta, legittima tanto quanto sterile, temo: al netto di qualche sistema di protezione non so quanto efficace, o si tolgono i cavi degli impianti di risalita o si tolgono gli uccelli dai comprensori sciistici. Entrambe soluzioni impossibili, ovvio.

Semmai, la questione di fondo che il caso mette in luce, questa sì ben concreta, è se sia accettabile nel principio che il territorio di un parco nazionale possa ospitare degli impianti sciistici come è proprio il caso del comprensorio di Santa Caterina Valfurva oltre a quelli di Solda e di Trafoi, nel settore altoatesino, di Peio nel settore trentino e del Passo dello Stelvio, a cavallo tra Lombardia e Alto Adige. Certamente gli impianti sono lì da decenni e godono di particolari deroghe per sussistere all’interno dei confini del parco: si tratta dunque di un “peccato originale”, dal momento che il Parco era lì da prima degli impianti i quali, semmai, non dovevano essere autorizzati in origine, appunto.

Fatto sta che la questione resta intatta e semmai acquisisce ancora più valore, oggi che la tutela dei territori montani sottoposti più di altri agli effetti della crisi climatica è imperativa e inderogabile: è logico e normale che dentro un parco nazionale, area sottoposta a tutele ambientali variamente stringenti decretate appositamente per salvaguardare fauna e flora di pregio, e a quote alte insistano infrastrutture inevitabilmente impattanti come degli impianti sciistici e le opere annesse?

Non è una domanda retorica, questa mia, ma è certamente – e consapevolmente – provocatoria, funzionale alla formulazione di una valida risposta ma ancor di più, e prima, a provocare (appunto) una riflessione sulla questione e, in generale, sull’impatto della presenza antropica nei territori montani ancora poco o per nulla contaminati – a maggior ragione se sottoposti a tutela – nonché sulla sua gestione concreta e realmente benefica per essi e per i loro abitanti. Una gestione peraltro nelle mani di chi lassù è solo un ospite: un’altra evidenza piuttosto illogica, se ci pensate bene.

P.S.: bisogna rimarcare che in Valle dell’Alpe, proprio dove il gipeto è morto, c’è addirittura un resort di lusso (!) e che nel 2005 l’Italia è stata condannata dalla Corte di giustizia europea in occasione dei mondiali di sci di quell’anno per aver allargato le piste da sci di Santa Caterina abbattendo 2.500 alberi e così aver pregiudicato la Zona di protezione speciale (Zps) del Parco. Di contro, nel 2023 il progetto di nuovi impianti e piste da sci a Solda, nel settore altoatesino, è stato bocciato dal Consiglio di Stato proprio perché le nuove opere risultavano incompatibili con i valori naturalistici e paesaggistici tutelati dal Parco, nel mentre che nel settore lombardo si tentava invece di trasformare il Lago Bianco del Passo di Gavia in un bacino idrico al servizio dell’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva con il silenzio-assenso del Parco, bieca vicenda assai nota e anch’essa fortunatamente risolta con il blocco dei lavori.

Un grazie di cuore al Ministero per le Infrastrutture!

Bisogna ringraziare SENTITAMENTE il Ministero per Infrastrutture, e in particolar modo il “ministro” in carica, per aver tagliato del 70% le risorse destinate alla manutenzione delle strade provinciali – che in quanto tali servono soprattutto le aree rurali e montane – allo scopo di finanziare i costi del Ponte sullo Stretto di Messina, cavallo di battaglia del ministro e opera notoriamente fondamentalissima per le sorti del paese.

Grazie per questa ennesima manifestazione di attenzione per le aree interne e per le montagne italiane!

Posto ciò, non si può dunque che rinnovare anche la gratitudine per quegli enti pubblici, regioni in primis, che nel frattempo spendono centinaia di milioni per finanziare impianti sciistici e opere annesse in zone montane dove ormai non nevica più e fa troppo caldo per sciare, al fine di alimentare gli affarismi locali a scopo elettorale. Zone montane presso le quali nessuno più arriverà, ora, visto che le strade che vi giungono, private di manutenzione, saranno troppo dissestate per essere percorse in sicurezza!

Ma grazie di cuore, proprio!

In Lombardia il clima sta cambiando. Anzi no. Sì. No.

Leggo che Regione Lombardia finanzia un progetto di monitoraggio dei bacini di alta montagna della provincia di Sondrio – la più montana tra quelle lombarde – quale «risposta alle problematiche del territorio montano emerse dopo gli ultimi eventi conseguenti alle precipitazioni intense che si verificano nei bacini di alta quota dove, a causa delle alte temperature, non nevica più». Lo stesso Assessore regionale alla montagna ritiene che «disporre di un monitoraggio della situazione sia fondamentale, soprattutto considerando i cambiamenti climatici che, nel corso degli anni, stanno modificando la situazione».

È un’ottima iniziativa, senza dubbio. Ma allora perché se, a detta della stessa Regione, non nevica più e i cambiamenti climatici stanno modificando la situazione delle proprie montagne, la Lombardia finanzia con centinaia di milioni di Euro impianti sciistici la gran parte dei quali posta proprio a quote e su versanti ove stanno avvenendo quelle modifiche climatiche e nevica sempre meno?

È incoerenza, ipocrisia, dabbenaggine, negligenza o che altro?

 (L’immagine in testa al post, elaborata da me, unisce il titolo dell’articolo dal quale ho tratto la notizia a immagini di bacini idrici sondriesi dell’agosto 2022 tratte da “Il Dolomiti”.)

Non è così che Regione Lombardia può aiutare i territori montani, come invece dice di fare!

[Veduta di Vilminore di Scalve, con la Presolana sullo sfondo.]
Leggo sulla stampa (qui, ad esempio) che Regione Lombardia ha stanziato per l’anno 2025 alle Comunità Montane della regione 11 milioni di Euro, per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano. Grazie alle risorse messe a disposizione proseguiamo l’importante lavoro di valorizzazione delle Comunità montane.»

L’articolo riporta che in Lombardia le Comunità montane sono 23, con una popolazione complessiva di oltre 1,2 milioni di abitanti ripartita in 510 Comuni: in pratica fanno poco più di 9 Euro per abitante.

La stessa Regione Lombardia, nel frattempo, potrebbe spendere almeno 30 milioni di Euro per sostenere il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, avversato da più parti per evidenti ragioni di insostenibilità economica e ambientale nonché per l’obsolescenza di un progetto del genere in un territorio montano nel quale, per le sue specificità, è tanto inevitabile quanto vantaggiosa la transizione a modelli turistici più consoni alla realtà presente e del territorio stesso, dunque ben più funzionali al sostegno generale e durevole delle comunità residenti.

30 milioni di Euro se non di più per un solo comprensorio sciistico, e a diretto vantaggio di una sola società privata, e 11 milioni di Euro per tutte le Comunità Montane lombarde. Senza contare i tanti altri progetti (sciistici, ma non solo) di simile natura e altrettanta incongruenza che vengono o potrebbero essere finanziati da soldi pubblici regionali.

Trovate che vi sia una logica, in tutto ciò?

Magari voi sì. Io no.

Non credo che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» si debba politicamente e amministrativamente agire in questo modo. Infatti i servizi di base nei territori montani continuano a sparire mentre i tralicci dei nuovi impianti di risalita o i tubi dei sistemi di innevamento artificiale continuano a comparire, spesso su versanti e a quote dove le condizioni per sciare non ci sono già più ora, figuriamoci nei prossimi anni.

Credo invece che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» la maggior parte dei finanziamenti pubblici dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo territoriale generale strutturati sul medio lungo termine che mettano in rete tutte le componenti sociali della comunità e sostengano tutte le economie locali, tra le quali certamente anche quella turistica (elemento importante e necessario ma in tali circostanze non più egemonico), con preminenza data a quelle le cui ricadute positive concrete vadano a vantaggio della più ampia parte di comunità residente, oltre che al sostegno dei servizi di base e ecosistemici necessari alla quotidianità degli abitanti e alle loro prospettive future di vita in loco.

[Una veduta della media Valtellina, dominata dalla mole del Monte Disgrazia. Foto di marco forno su Unsplash.]
Sono progetti di certo non semplici da elaborare che abbisognano di volontà politica, visione strategica, competenze tecnico-amministrative e culturali, ma quanto mai indispensabili alle nostre montagne così soggette a variabili e criticità complesse che non possono essere risolte con quelle ingenti elargizioni prive di logica e visione a realtà pressoché insostenibili, lasciando quanto avanza alle cose veramente importanti per le comunità residenti.

Anche perché, in territori tanto pregiati quanto fragili e delicati come quelli montani, gli errori di gestione nella politica locale si possono pagare cari e li paga la comunità residente. Sarebbe bene non dimenticarlo.