La morte di un lago

[Foto di Staecker, opera propria, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Come muore un lago? Non è certo una domanda che uno si fa abitualmente. Eppure qui, a Moynaq, hai l’impressione che questa sia una domanda che tanti si sono posti ben più di una volta nella vita. Se potessi andare a chiedere in giro a chi ha più di trentacinque anni, tutti avrebbero una mezza idea e qualche spiegazione. Ma non si possono far domande. Appena ho tirato fuori la macchina fotografica in mezzo al paese, accanto alla stazione dei bus, si è accostata un’auto con due figuri in borghese che ci hanno messo poco a farmi capire che no, meglio non fotografare. Meglio non chiedere come muore un lago. Del resto chi è giovane invece l’acqua non l’ha mai vista, ha sentito solo i racconti.
Dall’inizio degli anni Ottanta Moynaq non è più una citta rivierasca. Dalla scarpata di quello che una volta era il lungolago non si vede nulla di azzurro. Solo sabbia e polvere. Il lago d’Aral, il quarto specchio d’acqua dolce (non troppo dolce) più grande del mondo, oggi è un deserto di polvere salata. E allora per spiegare il perché del disastro dell’Aral torna utile il verso di un poeta uzbeko senza nome, che viene citato da Colin Thubron in uno dei suoi libri sull’Asia centrale: «Quando Dio ci amava ci donò l’Amur Darya. Quando smise di amarci di mandò gli ingegneri russi».

(Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, 2019, pagg.55-56.)

Nel suo Nostalgistan, Tino Mantarro racconta anche dell’assassinio del Lago d’Aral, uno dei più grandi e sconcertanti disastri ecologici e ambientali mai causati dall’uomo sul pianeta, un evento di quelli che mettono seriamente in dubbio la fondatezza del titolo di “civiltà” che il genere umano s’è attribuito. Ora l’Aral è lì, sotto gli occhi del mondo, con tutto il suo carico di morte, di desolazione e di forza ammonitrice: ma alla fine sanno (sapranno) imparare, gli uomini, da un errore pur così gigantesco?

Potete leggere di più sulla storia e la morte del Lago d’Aral qui, mentre qui potete vedere una significativa presentazione slide su quanto è accaduto. C’è da rimarcare il fatto che dai primi anni Duemila è in corso un tentativo di salvataggio almeno parziale del bacino e del suo ecosistema naturale, in verità sostenuto più da varie organizzazioni internazionali che dai governi locali: se ne parla qui.

“IL” monte

[Il Cervino visto dai dintorni di Torgnon. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Torgnon – Valle del Cervino“.]

Sul versante di Valtournenche, il Cervino non era solo identificato con tale oronimo o con quello vernacolare di Gran Becca, ma anche – seppur in forma indiretta – con il nome “Tor”, un termine di origine prelatina e di genere maschile che dunque non c’entrerebbe con l’origine dell’attuale termine “torre” (turris, sostantivo femminile) il quale spesso, nell’oronomastica, indica cime montuose particolarmente slanciate e affusolate. Tor indica genericamente “il monte”, così designato dai montanari in maniera del tutto utilitaristica al mero fine di distinguerlo dagli altri luoghi frequentati dacché di maggior utilità – un po’ come per Gran Becca, nel principio – ma l’abate Joseph-Marie Henry, uno degli ultimi preti-alpinisti-scienziati valdostani, in un articolo del 1938 scrive che

«Il Tor per eccellenza è il Cervino, quello che ha dato il nome a tutta la valle posta ai suoi piedi: Vallée du Tor, Vallis Tornina, Vallis Tornaca, Valtournenche. […] La prima attestazione della parola Tor compare in questa valle all’uscita dalle tenebre, dopo l’anno mille, e si tratta di Tornion.»

così pure rivelandoci la probabile origine del nome della valle, che in effetti fino alla metà del XX secolo veniva chiamata Valtorenche con un riferimento più diretto ed evidente al termine “tor” e alle sue derivazioni locali. D’altro canto bisogna ricordare che un tempo l’alta Valtournenche veniva raggiunta non dal fondovalle, ove corre l’itinerario stradale attuale, ma dal Col de Saint-Pantaléon/Colle di San Pantaleone, in destra idrografica, e appena superato il valico per scendere verso Torgnon il Cervino appariva improvvisamente di fronte ai viandanti dell’epoca in tutta la sua gigantesca maestosità, destando sicuramente una grande emozione e così giustificando la denominazione di Tor ovvero di “monte per eccellenza” per tutta quella parte di territorio valdostano.

(È un estratto dal testo dell’intervento che ho tenuto nell’estate 2020 a Valtournenche intitolato Valtournenche, Breuil, Cervinia, Cervino, Gran Becca: i nomi dei luoghi raccontano la loro storia, nell’ambito dell’edizione 2020 di Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino, la rassegna organizzata a Breuil Cervinia-Valtournenche dall’Officina Culturale Alpes con il patrocinio del Comune di Valtournenche e del Consorzio Cervino Ski Paradise. Lo trovate anche raccontato in maniera completa dallo scrivente in questo video della serie “Cervino’s Tales” sul canale YouTube di Cervino Tourism Management.)

Perdersi è una questione di metodo

[Una strada nel deserto del Kazakistan. Immagine tratta da cyclingelsewhere.com, cliccateci sopra per la fonte originale.]

Perdersi è una questione di metodo, richiede costanza, applicazione e una buona dose di scetticismo: i navigatori satellitari alle volte vanno contro l’evidenza. Per cui se la strada diventa poco più di una traccia nel nulla e lui continua a indicare ostinatamente quella direzione, qualche dubbio te lo devi far venire. Ma forse noi uomini del XXI secolo non siamo più abituati a guardare una mappa e a capire dove è l’Est e dove è l’Ovest, da tempo abbiamo abdicato al nostro senso dell’orientamento per la comodità oggettiva di un navigatore che ci porti da A a B senza badare a quel che sta in mezzo.

(Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, 2019, pag.45.)

Field Recordings

Field Recordings, il nuovo EP di Francesco Garolfi – mirabile e insostituibile compagno di music reading pubblici con i miei testi e la sua musica -, uscirà il prossimo 6 dicembre, su tutte le piattaforme digitali. Contiene tre brani di blues rurale e gospel registrati dal vivo, one take, con un solo microfono d’ambiente, come i dischi classici, in una serra ottocentesca, in piena Pianura Padana.

Di Francesco Garolfi vi ho già detto in questo articolo e chi non lo ha ancora letto può trovare in esso cosa di lui ne penso: ma, se posso fare (auto)spoiler, posso dire che credo sia uno dei più validi e raffinati musicisti italiani. Dunque, se io fossi in voi, farei senza dubbio ciò che farò io e il 6 dicembre mi accaparrerei al volo Field Recordings proprio come me lo accaparrerò io, non fosse altro per soddisfare la gran curiosità che mi suscita anche a prescindere dalla certificata altissima qualità artistica che Garolfi regala sempre.

D’altro canto: e se fare (nonché registrare) musica come “si faceva una volta” con i dischi classici rappresentasse – paradossalmente, o forse no – il futuro della vera arte musicale?

N.B.: chi volesse non solo leggere – come qui, ora – ma pure ascoltare Francesco Garolfi, vada ancora qui oppure qui.

Come un “filosofo del paesaggio”

Sono convinto che un viaggiatore – un viaggiatore autentico, intendo dire – sia una sorta di filosofo del paesaggio, magari estemporaneo e tuttavia appassionato, uno che ricerca costantemente le “verità” che vi si trovano attraverso l’esplorazione meditata e sensibile dei luoghi. Come il filosofo, nel senso ordinario del termine, si pone domande e riflette sul mondo e sull’essere umano, indagando il senso dell’essere e dell’esistenza umana, a suo modo il viaggiatore riflette sui luoghi del mondo indagandone il senso delle loro realtà geografiche e le relazioni umane che le animano, in primis la propria. E parimenti, come la filosofia è l’amore per la sapienza (intesa come conoscenza) e la ricerca, il viaggio è amore per la conoscenza dei luoghi e ricerca costante di nuove mete da indagare.

Anche per questo la pratica del viaggio è così fondamentale, sostanziale e indispensabile per l’essere umano ovvero per dirsi umani, pienamente; d’altro canto, per i motivi appena enunciati, l’autenticità di un viaggio non è cosa ordinaria né facilmente perseguibile, anzi: abbisogna di notevole sensibilità, mente attenta, animo aperto, spirito libero, curiosità costante e fervida volontà di conoscere per imparare, sapendo bene che questa parte immateriale rappresenta a sua volta un paritetico viaggio che, ancor più di quello materiale in giro per il mondo, non avrà mai fine e “impone” al viaggiatore di fare di ogni arrivo una nuova partenza. Ed è il suo bello, questo.