Un futuro senza inverno

[François-Auguste Biard, Il fiordo di Magdalena, 1840; immagine tratta da “Doppiozero.com”.]

Le eruzioni vulcaniche più violente hanno sempre esercitato un’influenza decisiva sulla vita del nostro pianeta e sui cambiamenti climatici. È il caso dell’eruzione del Monte Tambora nell’aprile 1815 in Indonesia, tale da mutare l’atmosfera dell’emisfero nord per quasi tre anni. Temperature basse, piogge, inondazioni, abbondanti nevicate: il fenomeno passa alla storia come l’Anno senza estate. […]
Se allora, nel 1815 – anno funesto ma culturalmente fecondo –, ricorreva l’Anno senza estate, oggi, come ha osservato acutamente la curatrice e filosofa della natura (così si definisce) Dehlia Hannah, «la nostra bussola è invertita: non abbiamo di fronte un anno senza estate, ma un futuro senza inverno» (Hopeless Utopia. Enchantment and contradiction in the first Antarctic Biennale, in “Frieze”, 188, June-August 2017).
Da un anno senza estate a un futuro senza inverno. Partiamo dal primo evento. Per i poeti romantici è chiaro di cosa il ghiaccio è l’immagine: la quiete, l’immobilità, la morte ma anche la purezza di spirito che è in qualche modo generatrice di vita. Minaccia di morte e promessa di rinascita si sfiorano, alla stessa stregua dell’ambiente ostile e del paesaggio sublime, assieme sito da conquistare e paradigma della wilderness. Una doppia natura che si riflette anche nel fatto che l’Antartico veniva considerato, a seconda delle occasioni, delle letterature e delle fasi storiche, come un paesaggio femminile (ad esempio nella letteratura gotica), o maschile se non virile.
Riguardo al secondo evento – quello di un futuro senza inverno – non sappiamo di cosa il ghiacciaio, o quello che ne resterà, sarà l’immagine. Quali Frankenstein produrrà questa situazione inedita nella brevissima (geologicamente parlando) storia dell’umanità? Di certo, ne sono convinto, bisognerà mobilitare un complesso eterogeneo di approcci che includa la scienza, glaciologia e paleoclimatologia in primis, ma anche la letteratura, la fantascienza, le arti visive, l’antropologia. Senza dimenticare generi ibridi come i diari di viaggio degli esploratori, che affidano alla parola scritta le loro scoperte e le loro disfatte, i loro stati d’animo e, in molti casi, le loro ultimissime volontà.

Sono brani tratti da Ghiacciai: un futuro senza inverno di Riccardo Venturi, docente di Teoria e storia dell’arte all’università Panthéon-Sorbonne di Parigi, articolo pubblicato su “Doppiozero.com” il 21 luglio 2022, nel quale Venturi disserta sul futuro climatico che ci attende da una prospettiva particolare, cioè quella storica delle esplorazioni delle terre artiche e della relazione antropologica tra uomini e ghiacci che anche grazie ad esse è nata e si è sviluppata fino alla nostra contemporaneità, nella quale i ghiacciai di molte zone del pianeta stanno svanendo con conseguenze ambientali e climatiche tanto quanto culturali.

Un testo molto interessante, da leggere: cliccate sull’immagine lì sopra per la versione completa su “Doppiozero.com”.

A Corte Grande, navigando sul paesaggio

L’alpe di Corte Grande, sopra Albaredo nel ramo omonimo delle Valli del Bitto, è uno di quei posti che, nel giungerci, nell’attraversarlo e nell’osservarlo, ogni volta mi dona una sensazione di armonia veramente rara. O, forse potrei dire meglio, di equilibrio, di concordia naturale, di eufonia geografica. L’ampia schiena prativa che si protende dal versante sudoccidentale del Monte Baitridana, placidamente bombata fin lungo i suoi bordi boscosi che poi piuttosto repentinamente precipitano verso i solchi della Valle del Bitto e delle laterali Val Fregera e Valle Piazza, sembra galleggiare sul paesaggio, come un’enorme zattera che naviga tranquilla verso l’altro versante della valle, a ponente, e poi oltre, in direzione delle vette rocciose dominate dal Pizzo dei Tre Signori. A tale pontone luminosamente erboso, al quale il Sole regala quasi sempre una fremente festa di luce e calore, fanno da “casseri” due filari di baite armoniose e ben tenute, una prospiciente la “prua” dell’alpe e l’altra di poco arretrata, la cui posizione potrebbe far invidia anche al tenutario d’una villa su chissà quale prestigiosa costa marina.

Peraltro, da Corte Grande ricordo di esserci transitato, anni fa, in una mattina autunnale di fitte brume che ingolfavano il solco vallivo fino a una quota appena inferiore a quella del piano prativo, mentre al di sopra il cielo terso brillava di azzurra magnificenza. In una tale situazione sembrava veramente di stare sulla coperta di un grande bastimento in navigazione su quelle nebbie dense e uniformi se non, correndo ancora più sulle inesorabili ali della fantasia, direttamente in cielo, a chissà quale quota d’altro canto indeterminabile vista la mancanza di visibilità sottostante, un volo soave e sereno in equilibrio sull’impalpabile superficie nebulosa nell’attesa di “attraccare” posandosi sul paesaggio alpestre una volta ricomparso grazie allo svanimento di quelle brume.

Ecco, insomma, un posto di rara grazia, non sfacciata e spettacolare o monumentale… equilibrata, appunto, d’un equilibrio innanzi tutto naturale ma che con pari intensità si manifesta nel viandante che da Corte Grande transita, regalandogli una simile sensazione di equilibrio, misura, armonia, e di concordia con il paesaggio d’intorno – quello che percepisco io ogni volta che passo di lì.

Se ci siete stati, se il luogo lo conoscete o se magari ci passerete, un giorno, mi saprete dire se anche voi afferrate qualcosa del genere – ma se non ci siete mai stati andateci, nel caso poi continuando per l’Alpe Piazza o per la facile e spettacolare vetta del Monte Lago. Forse, saprete intuire altre particolari doti che questa zona delle Alpi Lombarde offre in modi ben più significativi che altrove, e che ne fanno un territorio di raro pregio e di autentico, intenso nonché, appunto, armonioso valore alpino.

Sta rinascendo la “Cà di Sciùur” del Lago Palù, finalmente!

[La Cà di Sciùur nel contesto naturale della conca del Lago Palù in veste autunnale, qualche anno fa.]
Una delle cose che ultimamente ho constatato con maggior piacere, vagando per terre montane in quest’estate per altri versi angosciante, è l’avvio dei lavori di ristrutturazione della Cà di Sciùur, conosciuta anche come Cà di Ladér, suggestiva costruzione in stile rustico alpino edificata nel 1878 a quasi 2000 metri di quota sulle rive del Lago Palù, in Valmalenco.

Avevo già scritto tempo fa, qui sul blog, di quanto fosse triste osservare lo stato di perdurante abbandono dell’edificio, ogni volta che tornavo lassù, che lo poneva sempre più a rischio di crollo e comunque lo rendeva una presenza desolante in un paesaggio altrimenti meraviglioso. Ne avevo dunque auspicato e perorato un rapido recupero, quale impegno simbolico che chiunque frequenti il luogo e ne apprezzi la bellezza avrebbe dovuto assumere nei confronti dei proprietari dello stabile e di ogni altro soggetto pubblico e privato che potesse fare qualcosa al riguardo. Perché, avevo scritto allora, vedere la Cà di Sciùur crollare e così sparire per sempre dalle rive del Lago Palù sarebbe come perdere una vecchia amica, dal passato assai particolare seppur poco conosciuto dai più (testimoniato fin dalla sua doppia denominazione, bizzarramente antitetica), presenza tranquilla e silente ma in fondo sempre avvenente e di piacevole compagnia, alla quale ci si era ormai affezionati.

Per quanto sopra devo dunque ringraziare la Funivie al Bernina – FAB Spa, società che gestisce il comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco e proprietaria dello stabile, per aver compreso l’importanza del recupero della Cà di Sciùur – ridenominata nella pratica edilizia “Casa del Palù” – e averne avviato la ristrutturazione, con il necessario avvallo della Soprintendenza ai Beni Culturali che mi auguro sia garanzia di lavori ben fatti anche dal punto di vista filologico rispetto alla storia dell’edificio. Noto che una delle prime operazioni compiute è stata la messa in sicurezza dei pittoreschi affreschi presenti sulle facciate, e questo mi pare un buon segno rispetto a quanto appena rimarcato.

[La Cà di Sciùur qualche inverno fa.]
Non so ancora quale nuovo uso o nuova funzione verrà affidata alla casa, oppure se ciò debba essere ancora stabilito. Nel mio articolo di qualche tempo fa avevo provato a immaginare alcuni utilizzi a mio parere interessanti e soprattutto consoni al luogo e alla presenza in esso della casa. Perché senza dubbio la Cà di Sciùur rappresenta per diversi aspetti un prezioso valore aggiunto al luogo, una ritrovata presenza dal cui fascino peculiare si possono certamente ricavare numerose potenzialità d’uso attrattive e contestuali al paesaggio d’intorno oltre che una altrettanto rinnovata vitalità per il luogo stesso e per l’intero territorio dell’alta Valmalenco.

N.B.: le foto dei lavori in corso sono state effettuate dal sottoscritto lo scorso 11 settembre.

 

Nel frattempo, sulle montagne bergamasche…

…ovvero, nelle immagini: sopra, al Monte Pora (Val Seriana), immagine di metà agosto scorso; sotto a Piazzatorre, (Val Brembana), articolo del 31 agosto.

Evidentemente, a pochi km di distanza, da una parte c’è pochissima acqua da utilizzare e dall’altra ce n’è tantissima da sfruttare. Che cosa strana, vero?

Per la cronaca, anche sul Monte Pora esistono bacini idrici di alimentazione (vedi sopra, immagine del 3 settembre) degli impianti di innevamento artificiale del comprensorio sciistico presente. Con quota massima appena superiore a 1800 m., già.

P.S.: cari consueti criticoni, so bene che carenza stagionale di acqua e alimentazione dei bacini per la neve artificiale non sono cose direttamente correlate, ma senza alcun dubbio sono aspetti conseguenti di un’unica questione che negli ultimi mesi si è presentata come problematica e lo potrebbe diventare sempre di più, negli anni futuri. Dissociarli, come qualcuno pretende funzionalmente di fare, è una cosa tanto infondata quanto pericolosa, per le montagne in questione innanzi tutto.

Il paradossale rapporto odierno tra l’uomo e la Natura

[Quando a fine Ottocento si pensava di poter arrivare in treno fino in vetta al Cervino… Immagine tratta dal sito web del Club Alpino Svizzero.]
Si può identificare una sorta di particolare paradosso – se così lo si può definire – nella relazione tra l’uomo e l’ambiente naturale per come si è sviluppata in maniera crescente nell’era moderna, ovvero dall’industrializzazione in poi e fino ai giorni nostri.

Il paradosso è il seguente: fino a un certo punto l’uomo ha pensato che, con la tecnologia sviluppata grazie al galoppante progresso industriale, avrebbe potuto dominare in maniera concreta e (quasi) assoluta la Natura, soggiogandola ai propri bisogni come mai prima aveva potuto. Lo ha fatto, per certi versi, realizzando spesso opere notevoli e impressionanti ma, tutto sommato, in un modo francamente risibile rispetto alla presenza e alla potenza naturale con le quali si è rapportato. Anzi, a pensarci bene la sua sfida si è rivelata una bella illusione e un frequente sostanziale fallimento, con eccezioni assai rare che col senno di poi non possono certo giustificare qualsivoglia pretesa di “dominazione di successo” sulla Natura come l’uomo credeva e pretendeva in origine, quando pensava di poter giungere ovunque coi propri mezzi di trasporto (vedi l’immagine lì sopra), di colonizzare e costruire città in qualsiasi territorio, anche il più ostico, di controllare i fenomeni meteorologici e i cicli biologici adattandoli alle proprie esigenze, di poter sfruttare e industrializzare le risorse naturali a proprio piacimento e senza limite alcuno, né materiale e nemmeno morale… Be’, invece ecco che la Natura domina ancora e praticamente come secoli fa sulla civiltà umana e la sua tecnologia: basta un nubifragio in un territorio antropizzato/urbanizzato con modalità molto tecnologiche ma poco ecologiche, cioè tramite una forma mentis spadroneggiante e non conciliante, e la suddetta evidenza diventa palese, inutile rimarcarlo. Senza contare che se l’umanità s’è messa da sola nelle grane, climaticamente e non solo, in forza della propria impronta antropica sul pianeta e delle relative conseguenze, la Natura sa e saprà rinnovarsi sempre e come mai l’uomo riuscirà a fare, anche in condizioni che per il cosiddetto Sapiens risulterebbero consone a una potenziale estinzione del suo genere.

Oggi l’uomo contemporaneo, dotato d’una tecnologia ovviamente ben più avanzata che nel passato che parimenti lo potrebbe rendere più dominante d’un tempo, ha piuttosto l’opportunità di rimettersi in equilibrio con la comunque insuperabile dominanza dell’ambiente naturale, di (ri)armonizzarsi meglio che una volta con le sue potenti manifestazioni fenomeniche. Il vero successo odierno del progresso umano sarebbe proprio quello di adattarsi alla Natura senza più pensare di poterla soggiogare, tanto più che l’ambiente naturale di oggi presenta varie criticità ecologiche e climatiche che un tempo non c’erano, o non erano così evidenti, e verso le quali è evidente l’impreparazione umana sia tecnologica che culturale, almeno al momento. Invece, paradossalmente (appunto), l’uomo contemporaneo crede ancora di poter dominare la Natura, di poter vincere sui suoi fenomeni climatici, di poterne ignorare le manifestazioni e gli effetti come se nulla potessero, essi, contro la tecnologia umana, quando invece è del tutto palese che accade il contrario – e sarà ancor più palese, tale realtà, nei prossimi anni.

Se è progredito tecnologicamente, l’uomo, non altrettanto ha saputo fare culturalmente e intellettualmente, almeno in questo ambito. O forse sì, lo avrebbe saputo fare, lo ha fatto, ma non se ne rende conto e, nonostante il suddetto progresso, nei confronti del mondo naturale continua sostanzialmente a ragionare come faceva due o più secoli fa – paradossalmente, ribadisco – convinto di saper sfidare e poter vincere sulla Natura piuttosto di trovare con essa il più proficuo (per l’umanità in primis) e vitale equilibrio. E le conseguenze di questo regresso che l’uomo riesce assurdamente a coltivare nel suo “progresso” le stiamo già vedendo e le vedremo sempre più, nel futuro.