Clima, il piano “B” e il piano “C”

23 Ottobre, anno 2018.

Qualche giorno fa è stato pubblicato il rapporto quinquennale dell’IPCC sui cambiamenti climatici e sulle azioni da mettere in atto per prevenirne e contenerne quanto più possibile gli effetti. Un rapporto a dir poco allarmante ma, al solito, trattato in molti casi con sufficienza dai media, in primis da quelli italiani – nonostante qualcuno lo giudichi addirittura troppo prudente – con il risultato che buona parte delle persone comuni sostanzialmente si disinteressano della questione.
Intanto, siamo quasi a novembre e le temperature raggiungono ancora tranquillamente i 25° se non di più ma, stando alle norme ordinarie, dallo scorso 15 ottobre si sarebbero potuti attivare i sistemi di riscaldamento domestici: cosa che assume i contorni del grottesco, similmente alle circolari che ricordano come già da ora ed entro il prossimo 15 novembre si debbano montare gli pneumatici invernali, quando ancora si vede in giro gente in t-shirt e bermuda (io stesso qualche giorno fa ero vestito così, giocoforza visto il caldo, in montagna a quasi 1.500 m di quota!). D’altro canto, mentre il suddetto rapporto quinquennale dell’IPCC chiede di contenere l’aumento delle temperature globali a 1,5-2°, in Europa l’estate appena trascorsa ha fatto registrare +2,16° sopra la media storica, risultando essere la più calda dal 1910, anche più di quella “memorabile” del 2003.

Posto tutto ciò, e posto che – riguardo al clima e all’influenza antropica su di esso:

  • Il piano “A”, quello instaurato dalla rivoluzione industriale e basato sullo sfruttamento dei combustibili fossili e delle risorse naturali, è palesemente e miseramente fallito;
  • Il piano “B”, quello che considera le azioni da mettere in atto per contenere l’aumento delle temperature globali a 1,5-2°, potrebbe già essere in ritardo ovvero non sufficiente a conseguire tale risultato,

una domanda, composita, sorge spontanea e inesorabile:

ce l’abbiamo, noi genere umano, un piano “C”?

Sì, insomma: se tutto quanto stiamo facendo non dovesse bastare a “salvarci” da una situazione che si dovesse rivelare peggiore di quanto ipotizzato, che si fa?
Costruiamo una flotta di astronavi interstellari e ce ne andiamo a colonizzare qualche altro mondo abitabile? Beh, nel caso dobbiamo darci una mossa, non credo sia un’impresa attuabile in solo qualche anno (e, per inciso, non mi pare nemmeno che possediamo la tecnologia necessaria per realizzarla!)

Insomma, non è un mero esercizio di catastrofismo ultrapessimistico, questo, ma semplicemente è fare qualcosa che fino ad oggi non è mai stato fatto, in tema di clima (e non solo): programmare il futuro in ogni sua possibile eventualità, dalla più positiva a quella maggiormente drammatica. Perché, appunto, salvo la soluzione poco plausibile delle astronavi intergalattiche, di pianeta su cui vivere ne abbiamo uno, non è che se le cose vanno male possiamo semplicemente buttarlo via avendone uno nuovo; e ipotizzare un futuro comune che abbia punti tanto oscuri e ignoti (a parte le cose totalmente imprevedibili, ovvio) non è esattamente una bella cosa. Proprio per nulla.

Reddito di cittadinanza? Ok, ma a una condizione…

Silvestro Bossi, “Lazzari giocano a carte”, 1824.

Io non sono mica poi così contrario al cosiddetto “reddito di cittadinanza”, eh!
Sì, può essere assolutamente utile e giusto. A una condizione, però: che sia riservato non tanto a quelli che non lavorano, semmai a quelli che “lavorano” passando la giornata lavorativa a scaldare la sedia, a dimostrare costante imperizia e indolenza, a combinare danni che tanto saranno altri a dover sistemare, a tirar sera portandosi a casa, a fine mese, un emolumento del tutto immeritato. E sono tanti, tantissimi, ne ho riscontro quotidiano e crescente.
Se volessi essere scurrile, potrei riassumere quanto sopra in “a tutti quelli che lavorano col culo” ma non voglio affatto esserlo, dunque fate conto che non abbia scritto nulla. Ma che lo abbia pensato sì, assolutamente.

Ecco: sia riservato a questi, cotal “reddito di cittadinanza”, sì che possano lasciare il posto a tanti altri che – non ci vuole granché! – possano e sappiano lavorare molto meglio di essi e che magari ora risultano disoccupati per colpa della natura utopico-fantastica, al solito qui, della meritocrazia. Un concetto che è come il mostro di Loch Ness: in tanti da tempo ne dicono e dibattono ma nessuno mai l’ha veramente visto.

Il “capitalismo” di oggi, spiegato rapidamente

Ovvero così:

Ecco.

E fate attenzione a quel di oggi che ho inserito nel titolo del post: così voglio intendere che, per quanto mi riguarda, il capitalismo in quanto sistema politico-economico (e la sua base filosofica) non può e non deve essere considerato il “male assoluto” – tanto più che lo stesso termine “capitalismo” possiede numerose accezioni interpretative a volte pure antitetiche. Semmai, “male” lo è certo “pseudo-capitalismo” contemporaneo totalmente deviato dalle sue origini concettuali e storpiato al fine di trasformarlo in strumento di potere iniquo e per molti aspetti destabilizzante, asservito al controllo di una minoranza che ne ha accentuato a dismisura un (invero paradossale) carattere oligarchico – forse anche in conseguenza di una sorta di inesorabile “difetto genetico” insito nel concetto stesso di capitalismo.

Cambiamenti (del clima) e immobilità (dell’uomo)

Mi viene molto difficile non percepire la brutta sensazione che buona parte delle persone, un po’ ovunque nel mondo, non si rendano veramente conto del rischio ambientale che il nostro pianeta sta correndo, dei danni che la nostra civiltà ha già ampiamente causato, della situazione reale in merito ai cambiamenti climatici e al futuro prossimo che ci potrebbe aspettare, se le previsioni più negative dovessero avverarsi.

Senza dubbio negli ultimi anni la sensibilità sul tema è aumentata, i media ne parlano – seppur con troppo frequente superficialità – il tema sembra (sembra!) essere nell’agenda di molti governi. Tuttavia, ribadisco, ancor più del poco impegno dei politici se non del disimpegno di qualcuno di essi, mi preoccupa il sostanziale disinteresse di ancora tanta gente: come se tutt’oggi bastasse un buon condizionatore d’estate, un efficiente riscaldamento d’inverno oppure una per ora normale disponibilità di acqua (per chi gode di tali fortune) a farci credere al sicuro, non toccati dal problema o solo sfiorati, a farci pensare che sì, forse quello che dicono è vero ma la situazione non è così grave, ce la possiamo cavare, tutto sommato.

E se invece fosse già ora ben più grave di quanto sia constatabile? Se, come sostengono molti studiosi, il grosso del cambiamento climatico, che deriva dall’alterazione di meccanismi naturali i cui effetti si sviluppano nel lungo periodo, dovesse ancora realizzarsi e quelli che constatiamo ora è solo l’inizio? Se quello che i vari paesi stanno cerca di attuare – contenimento dei gas serra e degli altri inquinanti, diffusione delle energie rinnovabili, impegni di mantenimento dell’aumento delle temperature entro certi limiti, eccetera – non dovesse fin d’ora essere sufficiente a porre riparo ai danni giù causati? Siamo (saremmo) pronti – non solo scientificamente e tecnologicamente ma pure culturalmente e socialmente – ad affrontare un tale scenario? Siamo capaci di concepire quali conseguenze potrebbe avere, su scala globale? Oppure il nostro bel condizionatore e la doccia di casa col suo abbondante getto di acqua ci continueranno a illudere ancora per lungo tempo? In effetti, ci vantiamo di abitare in un mondo totalmente conosciuto e iperconnesso ma le calotte polari in scioglimento restano ancora così lontane, e lo stesso per le acque oceaniche ricoperte di rifiuti plastici,

Tante domande, certo, ma ben poche risposte, al momento. E a fronte di una domanda – fondamentale, peraltro – se si vuole trovare una buona risposta bisogna pensarci bene, riflettere, ponderare ogni cosa, ogni elemento al meglio, e fare in modo che quella risposta sia la migliore possibile, e non un ennesimo sbaglio. Potrebbe essere quello finale.

(Immagine in testa al post: Jorge Gamboa, “The tip of an iceberg“)

Se sul futuro della montagna i bambini imparano mentre gli adulti vaneggiano…

(Articolo pubblicato su altavita.com il 20/11/2017):

In tempi di sempre più profondi cambiamenti climatici, di imminente estinzione dei ghiacciai alpini (la principale riserva di acqua potabile a nostra disposizione, è bene ricordarlo), di palesi gravi problemi di siccità, e posto lo stato di fatto del mercato turistico invernale attuale, credere di poter rilanciare stazioni sciistiche (in passato già fallite, peraltro) attraverso nuovi impianti di innevamento artificiale è un po’ come affannarsi a nuotare in una piscina priva di acqua sperando di riuscire ad arrivare dalla parte opposta prima di sfinirsi inevitabilmente per l’inutile sforzo. La prova di una dissennatezza profonda nonché d’una grande mancanza di cultura, insomma.

Veramente c’è da riporre ben poca fiducia in siffatti amministratori pubblici, membri di una fin troppo numerosa fazione alla quale evidentemente nulla interessa del proprio territorio e della sua autentica salvaguardia e tutto interessa di propri personali tornaconti – ovvero, in alternativa a ciò, ai quali amministratori pubblici la testa non deve più tanto funzionare bene da parecchio tempo, ormai.

E veramente, di contro, c’è da porre la massima fiducia (e l’altrettanta speranza) in una nuova generazione di cittadini-montanari civicamente consapevoli dell’importanza, del valore e delle potenzialità dei propri monti sui quali, sia chiaro, si potrà pure praticare lo sci su pista ma solo in modo totalmente sostenibile, sia ambientalmente che economicamente, ma in primis ove possano finalmente nascere nuove (o rinnovate) forme di turismo in virtuosa armonia con l’ambiente montano le quali, se ben concepite e messe in atto, saranno senza alcun dubbio ben più remunerative di quelle fino ad oggi praticate e stoltamente perseverate. Con l’aggiunta di avere una montagna nuovamente e veramente viva, vitale, salvaguardata e valorizzata al meglio, e non il solito, vile e dannoso divertimentificio alpino: quello che la montagna la svilisce, la soffoca e, inesorabilmente, la uccide.

P.S.: ennesimo grazie a Michele Comi, che sulla propria pagina facebook ha pubblicato i due articoli ripresi nell’immagine in testa al presente post, rimarcandone la sconcertante contraddizione.