E nulla… in buona sostanza, oggi, mostrare intelligenza, assennatezza e buon senso è ormai il modo migliore per farsi dare dei deficienti. Se solo provi a controbattere, pur usando quelle stesse doti e tutta la immeritata diplomazia del caso, ti zittiscono dandoti anche del prepotente. E se porti prove inoppugnabili a sostegno di quanto asserisci, ti becchi del mistificatore, del fanfarone, del bugiardo.
Sono membri della razza Homo Sapiens anche quelli, eh! Il perché lo siano, o perché debbano essere considerati tali, francamente è sempre più un mistero…
Tag: dissonanza cognitiva
Tutto ciò che vediamo è falso

Qualche anno fa, tutto quello che sapevamo era falso.
Oggi, tutto quello che vediamo è falso.
Tuttavia qualche anno fa, ancora, se non vedevamo non credevamo e non pensavamo di sapere. Oggi, invece, non vediamo realmente nulla ma crediamo a tutto e pensiamo di sapere tutto.
Benvenuti nell’era dell’Homo ex Sapiens!
Salviamo il linguaggio! (Lo diceva Calvino, già 35 anni fa – parte III)
Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio. Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine.
(Italo Calvino, “Esattezza“, da Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, 1a ediz. 1988.)
Si dimostra “chiaroveggente” in modo incredibile, Calvino, in questo brano delle Lezioni Americane, che pare una descrizione degli attuali social media scritta oggi, non 35 anni fa. Ma anche più avanti il grande scrittore ci offre un’illustrazione sorprendentemente attuale della nostra civiltà, ove segnala che, in fondo, le immagini sono inconsistenti perché il mondo è inconsistente, perché lo è la vita di molte, troppe persone, per le quali le immagini diventano l’unica manifestazione paradossalmente possibile, invero del tutto virtuale e priva di autentica vitalità se non di vera umanità. D’altro canto cosa sono “le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine” se non, pure qui, una profetica definizione del presente che viviamo, del tutto correlabile al concetto baumaniano di società liquida ovvero della “forma” con cui spesso si manifestano le (non) relazioni sociali odierne?
Sono passati 35 anni, appunto. E non sono passati bene, ahinoi.
Giudicare sempre, giudicarsi mai!
Aaah, questa gran passione che noi tutti abbiamo di voler giudicare gli altri, così utile soprattutto per non dover giudicare noi stessi!
Siamo come bagnanti che in acqua sanno stare a malapena a galla ma pretendono di insegnare a nuotare a tutti gli altri. Perché per non rendere evidente quanto si nuoti male, bisogna che nessun altro possa nuotare meglio.
Il paradosso dell’ignoranza

Il più delle volte gli ignoranti non sanno di essere ignoranti: tale condizione è denominata “effetto Dunning-Kruger”, da David Dunning, professore di psicologia sociale alla Cornell University, e Justin Kruger, suo allievo col quale nel 1999 ha pubblicato Unskilled and Unaware of It: How Difficulties of Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-assessments, da allora un piccolo classico degli studi sull’ignoranza di sé.
In effetti, se cerchiamo di capire che cosa non sappiamo attraverso l’introspezione potremmo non ottenere nulla. Possiamo continuare a chiederci “Che cosa non so?” fino allo sfinimento, e darci delle risposte, ma non esauriremmo mai il campo infinito della nostra ignoranza. Guardarsi dentro non sempre porta risultati soddisfacenti, l’unico modo per uscire dalla propria metaignoranza è chiedere agli altri.
Dunning spiega così il fenomeno: per ogni competenza, esistono persone molto esperte, esperte così così, poco esperte e pochissimo esperte. L’effetto Dunning-Kruger consiste in questo: le persone pochissimo esperte hanno una scarsa consapevolezza della loro incompetenza. Fanno errori su errori ma tendono comunque a credere di cavarsela.
I risultati sono stati raggiunti attraverso una serie di studi su senso dell’umorismo, abilità grammaticali e logiche, studi in seguito estesi anche ad altri campi. Prendendo in considerazione il 25 per cento del campione cha aveva ottenuto i risultati peggiori in ogni prova, si osservava che in media, in una scala da 1 a 100, i soggetti si davano un punteggio di 62, nonostante la loro valutazione effettiva non superasse i 12 punti. Questo accade perché in molti campi l’atto di valutare la correttezza della risposta di qualcuno richiede la stessa competenza necessaria a scegliere la risposta esatta. Sembrerebbe dunque che la tendenza alla sopravvalutazione di sé sia inevitabile.
Questo dovrebbe farci riflettere quando parliamo dell’ignoranza nei termini di una malattia dalla quale si può guarire: se tutti siamo malati, nessuno lo è. “La gente vive all’ombra della propria inevitabile ignoranza. Semplicemente non sappiamo tutto di tutto. Ci sono buchi nella nostra conoscenza, lacune nelle nostre competenze” scrive Dunning all’inizio del suo ultimo saggio. Possiamo consolarci pensando che l’ignoranza riguardi ambiti periferici della nostra esperienza, temi oscuri o irrilevanti, comunque privi di implicazioni nella nostra vita quotidiana. E gli economisti sostengono che gran parte dell’ignoranza è razionale: acquisire determinate competenze potrebbe non portare benefici che giustifichino la fatica fatta per acquisirle. Ma sappiamo anche che non tutta l’ignoranza è periferica o razionale. Parte della nostra ignoranza, forse la parte più importante, è centrale e misteriosa. La nostra ignoranza riguarda aspetti essenziali: riguarda noi stessi.
(Tratto da Antonio Sgobba, Il paradosso dell’ignoranza da Socrate a Google, Il Saggiatore, 2017. Il testo – del quale ho preso solo una piccola parte – è un adattamento curato da Il tascabile, l’originale è qui e siete caldamente invitati a leggerlo nella sua interezza ovvero, ancora meglio – se siete interessati ad un argomento peraltro così attuale -, ad acquistare e leggere il libro. La precisazione su chi siano Dunning e Kruger l’ho aggiunta io – peraltro avevo già parlato del loro “effetto” nel blog, qui. Infine, se servisse dirlo riguardo tali questioni: meditate, gente, meditate! – che già farlo è un ottimo antidoto a qualsiasi possibile deriva ignorantista!)