E con la questione del voto ai sedicenni, rieccoci negli ambiti della più viscida e ipocrita politicaggine itaGliana, alla quale non importa affatto che i ragazzi votino due anni prima della maggiore età ma interessa che votino per la propria parte, magari passando prima per un bell’indottrinamento web-social-mediatico che li renda “eroi” se il voto è quello preteso ovvero li tacci di immaturità se il voto va agli altri.
Una questione assolutamente falsa, anzi falsata, insomma: ne è prova lampante il fatto che, negli anni, tutti i partiti hanno proposto una tale riforma del sistema elettorale, da “destra” a “sinistra” (virgolette necessarie, già), nel contempo scandalizzandosi quando la proposta veniva dalla parte opposta. Eh no, “cari” (virgolette quanto mai necessarie!) politici, in verità a voi non frega nulla di conoscere il parere dei sedicenni e di lavorare anche in base alle loro indicazioni, a voi interessa solo di usare i sedicenni per preservare il più possibile il vostro sistema di potere, punto. E siete talmente arroganti da credere che vi possano votare, voi che in modalità assolutamente bipartisan da lustri non fate nulla o quasi per garantire un mondo e un futuro migliore a quei ragazzi, a partire dal presente – dalla scuola, ad esempio: di come il paese spenda sempre meno per l’istruzione ne ho parlato giusto qualche giorno fa, qui.
Alla fine, dunque, non è nemmeno una questione di far votare o meno i ragazzi già dai sedici anni – il dibattito presenterebbe numerosi aspetti considerabili e controversi, dal fatto che, qualcuno sostiene, non si possono far votare studenti che a quell’età, nel normale ciclo di istruzione scolastica, non hanno ancora studiato nemmeno la Costituzione Italiana, all’evidenza che, desolatamente, sovente si dimostrano più maturi i ragazzi di sedici anni dei loro genitori di quaranta e più anni, come sta dimostrando bene anche il movimento Fridays for Future. Ma, appunto, il problema non è farli votare o meno: il problema è (e resta sempre) chi votano, quali personaggi e di quale caratura politica che poi pretendono di rappresentarli in Parlamento.
È questo il problema fondamentale, e grave visto lo stato di fatto. Irrisolvibile, forse.
(L’immagine in testa all’articolo è tratta da https://www.avlive.it/article/voto-ai-sedicenni-al-via-il-dibattito)



Ma, voglio dire, se uno da tanto tempo e a fronte di prolungate ponderazioni non si sente più affine in senso culturale alla società in cui si ritrova a vivere, se non si riconosce più (e riguardo alcuni non si è mai riconosciuto) nei valori che la società dichiara per sé stessa “fondanti” – i valori storici ma soprattutto i “valori” contemporanei -, se non si ritrova in buona parte dei comportamenti, costumi, usanze, modus vivendi della maggioranza dei connazionali, se il più delle volte non ne condivide le idee, le opinioni, i giudizi, le convinzioni, se ritiene di non poter e voler avere assolutamente nulla di che spartire con alcuni di essi che invece da tanti altri vengano ritenuti “esemplari”, se i suoi princìpi si palesano radicalmente differenti da quelli della “maggioranza”, se non si sente rappresentato dalle istituzioni pur accreditando il massimo e indiscutibile rispetto a esse, se si riconosce (antropologicamente) nel mondo che ha intorno ma non riconosce molti che in quel mondo si ritrova a fianco, se si sente straniero in patria o, ancor più, alieno tra tanti “umani” giuridicamente connazionali… se persino quando gioca la nazionale di calcio del paese in cui vive, da sempre portata a elemento di coesione dello stesso, vi tifa contro… Ecco, se uno elabora consapevolmente per se stesso tutto ciò e per giunta, last but non least, se la patria non si può scegliere ma la si ritrova “attaccata” addosso, insomma, perché deve essere obbligato a dichiararsi cittadino di quella patria e del relativo stato? Se pur la suddivisione geopolitica del mondo in cui viviamo è basata quasi sempre (nel bene e nel male) sul concetto di “