Dio salvi la Terra dal turista!

[Foto di Dibya Jyoti Ghosh da Unsplash.]

Un gregge di pecore esce dalla Gaglinera. Le pecore vengono e vengono e non finiscono mai, i capibranco davanti e poi pecore e pecore e poi le miserabili che zoppicano. Da qualche parte un cane grida nell’agosto, e da qualche parte lungo un pendio c’è un pastore con un binocolo sugli occhi che guarda attentamente, osserva giù fino all’ultimo dettaglio, lì dove una avrebbe potuto trovarsi.
Alcuni turisti stanno salendo su per la Cresta. Dio salvi la terra dal turista!
Giacumbert guarda con gioia il bestiame lontano, giù nel ricovero e poi scende per lo scoscendimento come se avesse visto il diavolo. Spinge le ultime oltre il ruscello, salta anche lui e gira, seguendo il viottolo, intorno alla collina per scomparire nel buio della bicocca, nel limbo.


[Leo Tuor, Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello, pag,67. A breve potrete leggere la mia “recensione” del libro. L’immagine di Leo Tuor qui sopra è tratta da qui.]

Sculture

Opere di Alberto Giacometti alla Biennale di Venezia nel 1962; immagine tratta dalla pagina Facebook di “Artribune”. Ovvero: quando l’arte genera altra arte, anche “incidentalmente”. Sculture, in questo caso, sia quelle di destra che quella a sinistra, tutte quante a loro modo meravigliosamente “viventi”.

Di Giacometti, uno dei più grandi artisti di sempre – e questo la foto lì sopra lo conferma pienamente, a suo modo – e delle sue terre natali alpine ho scritto di recente, qui e qui.

Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)

Il riposo alpestre del grande Genio

A margine e come affascinante integrazione al mio post di qualche giorno fa sull’Atelier Giacometti a Borgonovo di Stampa, in Val Bregaglia, lungo la trafficata strada che porta i gitanti sciistici italiani verso le piste di Sankt Moritz e dell’Engadina, Dario Sironi dell’interessantissimo sito costruttoridifuturo.com mi segnala e ricorda (con questo suo articolo, dal quale traggo anche le foto che vedete, se non diversamente indicato) che il grande Alberto Giacometti, uno dei più importanti artisti di sempre, riposa proprio nella semplicissima tomba ospitata dal piccolo cimitero di Stampa, a sua volta adiacente alla suddetta superturistica strada poche centinaia di metri oltre la baita in legno e pietra che accoglie l’Atelier familiare.

Leggo peraltro sul sito del Centro Giacometti che le tombe di Alberto e di Diego Giacometti, fratello del primo, nonché dei genitori Giovanni e Annetta Giacometti-Stampa, tutti ospitati nel cimitero di Borgonovo di Stampa, «avevano negli ultimi decenni subito delle alterazioni: le pietre tombali si erano inclinate, e la superficie della stele sulla tomba di Giovanni e Annetta era stata colonizzata da licheni a tal punto da rendere illeggibili i simboli in rilievo, ma anche i rilievi in bronzo sulle tombe di Alberto e Diego avevano subito dei danni. Dopo un’azione da parte di una restauratrice coordinata negli anni 2015-2017, le tombe hanno ora di nuovo un aspetto soddisfacente», rappresentando un ulteriore motivo di pregio per la splendida Val Bregaglia e di sosta per chi transiti di lì e voglia, come ribadisco, “accostarsi” seppur virtualmente e per pochi istanti a uno dei maggiori geni creativi del ventesimo secolo e al suo piccolo/grande mondo primigenio.

[Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]
Ringrazio molto Dario Sironi per la sua segnalazione e per il conseguente stimolo che mi ha offerto.

Un tempo felice

Quello era ancora un tempo felice, senza televisione e senza radio, in cui si leggevano i libri. Mio padre, per esempio, era un lettore appassionato. Mi ricordo ancora dei suoi romanzi preferiti: I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, L’eredità dei Björndal, Il castello di Umberto di Ganghofer, e poi Dostoevskij e soprattutto Gotthelf, il preferito. A casa non avevamo tanti libri ma quelli che non avevamo noi li avevano gli altri. Allora ce li imprestavamo. Bestseller che passavano di casa in casa erano ad esempio La cittadella, Com’era verde la mia valle e soprattutto uno che tutti si contendevano, intitolato I soldati della palude, scritto da un certo Langhof, dove si raccontava quello che il protagonista aveva vissuto in un campo di concentramento. A tavola allora si svolgevano animate discussioni, finché mamma diceva che dovevamo parlare d’altro.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.139. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)