Il turpiloquio come (insostituibile) programma elettorale (Ennio Flaiano dixit)

Gli uomini politici raccolgono consensi soltanto in virtù del turpiloquio che sanno sfoggiare. Nelle polemiche si tirano in ballo le famiglie e i parenti. Le ingiurie più sanguinose sono entrare nel dizionario giornalistico: servono per indicare gli avversari, chiunque siano. […] Ecco spiegato perché un tale perde aderenti il giorno che comincia ad esprimersi con una certa correttezza: la sua politica, senza turpiloquio, è capace di farla chiunque.

(Ennio Flaiano, Taccuino 1948 in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.133.)

Millenovecentoquarantotto. Sì, sono passati 70 anni da quando Flaiano scrisse queste osservazioni.
È cambiato qualcosa al riguardo da allora, secondo voi? E se sì, in meglio o in peggio?

(Come dite? Che sarebbe una “domanda retorica”, questa? Beh, certo che lo è. Inesorabilmente, lo è.)

Rimandare a domani è la “vera morte” (Viktor Šklovskij dixit)

L’arte si occupa sempre soltanto della vita. Cosa facciamo nell’arte? Resuscitiamo la vita. L’uomo è così occupato dalla vita che si dimentica di viverla. Dice sempre Domani, domani. E questa è la vera morte.

(Viktor Šklovskij, Testimone di un’epoca. Conversazioni con Serena Vitale, Editori Riuniti, 1979. Citato da Paolo Nori, qui.)

La “vera morte” di Šklovskij è, detta altrimenti, uno dei più netti e inflessibili atti d’accusa all’uomo contemporaneo, incapace di costruire (o costruirsi) un buon futuro nel mentre che è altrettanto incapace di conservare una buona memoria del passato. In tal modo, come già scrivevo qui poco più di un anno fa, restiamo impantanati in un presente totalmente stantio dacché avviluppato su sé stesso, per il quale ci siamo convinti che il vivere alla giornata sia un atto coraggioso e resiliente, quando invece è la prima manifestazione della nostra disconnessione temporale, che per inesorabile conseguenza genera una ancor più grave disconnessione civica. Ovvero, “šklovskijanamente”, una vera e propria “morte” culturale, sociale e antropologica. È l’era dell’Homo Achronicus – ma se vi viene difficile dite pure “zombi”, dacché la differenza non è poi molta.

Se la gente si mettesse veramente a pensare…

A volte mi viene da pensare alla (e parafrasare la) nota affermazione di Voltaire sulla chiesa, e da dire: se un giorno la gente si mettesse veramente a pensare, il mondo finirebbe domani mattina. Ovvero, se comprendesse realmente le tante, troppe cose che non vanno, a questo mondo, i tanti danni che l’umanità gli ha causato (e ha causato a sé stessa), i quali chissà se possano essere bilanciati e in qualche modo “risarciti” dalle cose belle del mondo e da quelle buone degli uomini!

Forse, paradossalmente, è bene che noi si resti in balìa delle nostre “ignoranze”: inevitabili, consapevoli e indotte. In fondo, sapere di non sapere (per dirla socraticamente) è da un lato certezza di avere sempre qualcosa da imparare e dunque costante motivo di ricerca di conoscenza e verità, dall’altro è cognizione che non conoscere tutta la realtà delle cose, a volte, ci salva la mente, il cuore e l’animo da altrimenti inevitabili esacerbazioni e ci consente di continuare a cercarla, la verità, coltivando la speranza costante di trovare cose buone e giuste. Che ci sono a questo mondo, certamente – almeno finché qualcuno non le svanisca.

D’Annunzio, 155 anni

Comunque, oggi sono 155 anni dalla nascita di Gabriele D’Annunzio.
Il quale resta, al di là del bene e del male (lo scrivo in senso nietzscheano, soprattutto), uno dei più grandi italiani di tutti i tempi.

(Consiglio: se non l’avete già fatto, fatevi un giro nel magico mondo dannunziano del Vittoriale degli Italiani. È un luogo unico, sotto ogni punto di vista.)