Ermanno Olmi (1931-2018)

Un altro mirabile personaggio che se ne va altrove, Ermanno Olmi, autore capace di narrazioni cinematografiche intense come poche altre, poetiche e mistiche tanto quanto schiette e profondamente leali nei confronti delle storie e delle realtà narrate.

Tutti quanti ricordano, giustamente, – e ricorderanno, in queste ore – il (non unico) suo capolavoro L’albero degli zoccoli. Io invece voglio ricordare Olmi attraverso la pellicola con la quale esordì e che me lo fece conoscere, che vidi su videocassetta da ragazzino – sarà stata la metà degli anni ’80, più o meno – in un piccolo alberghetto di montagna durante una giornata piovosa nella quale null’altro c’era da fare se non attendere che tornasse il bel tempo per uscire a camminare per prati e boschi, un film (o docufilm, come si definirebbe oggi) il cui titolo pure pareva adatto a quella giornata: Il tempo si è fermato. Un’opera bellissima, spirituale, intrisa di umanità – anzi, umanesimo, nel senso più alto del termine, la quale d’altro canto già seppe “insegnarmi” molto circa quel rapporto (biunivoco) tra l’uomo e la Montagna ovvero la Natura in generale che oggi è parte fondamentale del personale bagaglio culturale, e che è ben presente in numerose opere di Olmi.

Beh, c’è poco da dire d’altro. Un’altra voce illuminante che non ci potrà più illuminare e affascinare, appassionare, emozionare, far riflettere. Un altro vuoto, grandissimo.

La “Festa” del “lavoro”?

Ma poi, scusate… Nel giorno della “Festa della Mamma” o “del Papà” si ignorano madri e padri? E l’8 marzo, nella “Festa della Donna”, vengono forse celebrati gli uomini e magari il 2 giugno, che è la Festa della Repubblica, si inneggia alla monarchia? Oppure, per dirne un’altra ancora, la Giornata degli Alberi del 21 di novembre per caso viene festeggiata a colpi di motoseghe e accette?
No, appunto.
Dunque perché nella Festa del lavoro (o dei lavoratori) del 1° maggio non si lavora*?
P.S.: la mia è una provocazione, certo. Ma, ribadisco, poco apprezzo tali celebrazioni one shot, che finiscono spesso (e loro malgrado) per rendere ambiguo se non ipocrita il messaggio pur importante ed emblematico che vi sta alla base. Piuttosto, al riguardo, ciò su cui io rifletto è altro, ovvero: è il lavoro che nobilita l’uomo, o è l’uomo che deve saper nobilitare il lavoro che fa? (Sempre poi che certi lavori nobilitino ancora, o possano essere nobilitati…) E, in tal senso, aveva forse ragione (con provocazione letteraria, qui, ma tant’é) Sebastiano Vassalli, quando affermava, ne La Chimera, che “Il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni! È l’ultima speranza dei falliti, ricordatene!”? Insomma: ok, lavorare è (forse) giusto e bello, se lo si fa bene, ma oggi, in fin dei conti… cui prodest?

*: salvo chi sia costretto a farlo, ovviamente – il che è già un bel controsenso, in molti casi.

Tutto quel che serve in uno zaino, e basta (Jack Kerouac dixit)

Volevo procurarmi uno zaino completo, con il necessario per dormire, ripararmi, mangiare, cucinare, insomma cucina e camera da letto da portare in spalla, e andarmene chissà dove e trovare una solitudine perfetta e contemplare il vuoto perfetto della mia mente ed essere del tutto neutrale rispetto a qualunque idea e tutte.

(Jack KerouacI vagabondi del Dharma, traduzione di Magda de Cristofaro, Mondadori, 1961-2006.)

La visione di Kerouac è sovente anche la mia, lo ammetto: tutto in uno zaino messo in spalla, tutto ciò che serve per la vita ovvero il proprio mondo da portarsi appresso ovunque e via, nella libertà più assoluta data anche dal sapere di non aver bisogno d’altro, di avere già con sé ciò che serve d’indispensabile per vivere e, se servirà altro, nel luogo o nei luoghi in cui si giungerà, si vedrà il da farsi. E con la mente vuota delle troppe cose inutili e francamente insensate alle quali tocca pensare nella quotidianità, così da poter essere finalmente colmata di pensieri veramente importanti, anche perché veramente liberi.
Un’utopia? Forse sì. Oppure, forse, solo l’ennesima utopia che si ritiene tale perché non si hanno la volontà e il coraggio di realizzarla.

(Nella foto: Jack Kerouac fotografato a Tangeri nel 1957 da Allen Ginsberg. Fonte: qui.)

La vera ricchezza (Pier Paolo Pasolini dixit)

Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.

(Pier Paolo Pasolini, in risposta a una ragazza che gli scrive di voler studiare all’università ma non avere i soldi per farlo, tratto da “Dialoghi con Pasolini” su Vie Nuove, 1965, pag.1077.)

Ecco: lo capissero, quelli che non leggono, quanto sono poveri per tale loro mancanza, e d’una povertà che nessun denaro che non sia fatto di libri e di buone letture può risolvere, e quanto poi sia palese questa loro povertà, quanto si veda, si colga facilmente…

P.S.: citazione còlta da questa pagina facebook.)

Un buonisssssimo motivo per leggere libri

«Perché hai cominciato a leggere libri?» mi chiese d’un tratto, ed è la domanda che reputo la più interessante che mi sia mai stata posta.
«Perché mi sono sembrati più intelligenti delle persone che conoscevo allora.»

(Mariusz Szczygieł nella postfazione a La morte dei caprioli belli di Ota PavelKeller, 2013, pag.147.)

(Ota Pavel / Mariusz Szczygieł)

A volte, per sancire verità assolute che tuttavia troppa gente non vuole capire (appunto!), basta veramente poco. Poche parole, a loro volta assolute perché nella loro chiarezza sanno dire tutto. E se la (stessa) gente non le vuol capire, ne avrà solo di che perderci.