Non saper cogliere la bellezza delle montagne (e così rovinarle) è un’altra forma di analfabetismo funzionale

Forse, tutto ciò che di sbagliato e dannoso arrechiamo ai territori naturali – progetti fuori contesto e logica, cementificazioni, turistificazioni, sfruttamenti eccessivi, ma anche il solo disinteresse alla loro salvaguardia, che non significa non fare nulla ma fare con buon sensoderiva da una sola, “semplice” colpa: la perdita della capacità di vedere e comprendere la bellezza di quei territori. Anche dove essa sia del tutto evidente, come sulle montagne: certi interventi che a volte vengono proposti sui monti sono talmente scriteriati da poter essere spiegati solo in forza di una devianza mentale e d’animo ancor più che dalla pretesa di ottenere interessi e tornaconti personali. Definire quegli interventi una follia, insomma, non è solo un modo di dire.

Quando invece la bellezza del mondo che abitiamo si è in grado di coglierla e comprenderla, si possono fare cose grandi, che giustificano come poche altre la nostra presenza al mondo e quel titolo di “Sapiens” che ci siamo dati in qualità di razza dominante sul pianeta. Anche perché è una bellezza che non scaturisce solo dalla valenza e dall’interpretazione estetiche del territorio ma pure, anzi soprattutto, dalla nostra capacità di viverlo in armonia. Il “paesaggio” è proprio questo, un ambito del quale anche noi siamo parte insieme a ogni altra cosa che lo compone e partecipa a definire la sua bellezza, appunto. Non è qualcosa di “altro” da noi stessi: il paesaggio è noi, riflette ciò che siamo e facciamo e di contro si riflette in noi alimentando di contenuti la nostra identità.

Per ciò, ovvero per il buon senso che ci dovrebbe caratterizzare in quanto Sapiens, dovremmo capire che “fare cose” al paesaggio è farle su noi stessi: metterci cose fuori contesto, brutte, impattanti, soffocarlo con cementificazioni e infrastrutture mal pensate e mal fatte, modificarlo oltre il lecito per renderlo funzionale al mero sfruttamento e a interessi del tutto materiali o, di contro, disinteressarsi alla sua gestione virtuosa e alla più equilibrata tutela, significa fare del male a noi stessi. Viceversa, realizzare cose fatte bene è fare del bene a noi stessi – a tutti noi membri della «comunità terrestre», come diceva Aldo Leopold, non solo al singolo o ai pochi che le fanno.

Non è dunque – lo metto in chiaro a chi ancora non capisse il nocciolo della questione – un problema di fare o di cosa si fa, ma di come si fa. Il territorio è un libro sul quale nel corso del tempo scriviamo la nostra storia con un alfabeto che è fatto di tutto ciò che vi lasciamo: questa scrittura può essere ben fatta, armoniosa, leggibile e comprensibile oppure confusa, ingarbugliata piena di errori, illeggibile. Quale pensate che sia delle due la storia più gradevole da leggere e dalla quale apprendere di ciò che narra? E di conseguenza quale dei due autori sarà quello da considerare più abile, intelligente, capace, che sarà ricordato per la bellezza di ciò che ha scritto?

Ecco.

Poi, ovvio, bisogna anche essere in grado di saper leggere bene ciò che è scritto. L’incapacità di cogliere la bellezza che si ha intorno è in fondo una forma di analfabetismo, ancor più grave di quella propriamente detta: perché non si limita all’incomprensione di ciò che viene scritto ma di tutto il mondo nel quale si vive e sul quale si trova scritta la storia umana. Tanto vale togliersi di dosso l’etichetta di «Sapiens» e buttarla alle ortiche, a questo punto.

N.B.: le immagini fotografiche a corredo di questo articolo ritraggono il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, minacciato da un devastante progetto sciistico-funiviario che ne comprometterebbe totalmente la bellezza più unica che rara, visto che è la sola zona ancora non turistificata tra i comprensori sciistici di Cervina-Zermatt e del Monterosa Ski. Sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

In Svizzera si scia su un altro pianeta?

[Panoramica delle piste di St. Moritz-Corviglia, ubicate tutte oltre i 1800 m di quota. Immagine tratta da facebook.com/@EngadinMountains.]

Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.

Queste che avete appena letto sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie, riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (ad esempio qui).

Il presidente degli impiantisti svizzeri, già.

Quasi in contemporanea la corrispondente associazione italiana degli esercenti degli impianti a fune, l’ANEF, ha presentato uno studio sull’impatto socio-economico a livello locale degli impianti di risalita (ne riparlerò presto), ricco di dati interessanti ma nel quale manca totalmente un elemento fondamentale: il riscaldamento globale. Come se a livello climatico non stesse accadendo nulla, tant’è che mentre in Svizzera si disincentivano in tutti i modi i nuovi impianti sotto i 1800 metri di quota, in Italia impiantisti e politici, in una mescolanza di mire e interessi ormai del tutto confusa, spendono centinaia di milioni e spandono tonnellate di cemento ben al di sotto di quella quota per realizzare impianti, piste, innevamenti tecnici e quant’altro.

Ora, delle due l’una: o i comprensori sciistici svizzeri si trovano su un pianeta che non è la Terra, sul quale invece stanno quelli italiani, oppure in Italia è chi gestisce lo sci a stare su un altro pianeta e a non vedere la realtà dei fatti, con gravi conseguenze per le montagne, le comunità che le abitano e per le casse pubbliche dalle quali vengono tolti decine di milioni di Euro per impianti sciistici destinati a un rapido fallimento.

[Le piste da sci di Aprica-Magnolta, con il resto del comprensorio poste per la gran parte al di sotto dei 2000 m di quota.]
Dunque, sciisticamente parlando chi è più “fuori dal mondo”? Gli svizzeri o gli italiani?

P.S.: come ho già accennato, tornerò presto sul tema con più dettagli e maggior approfondimento.

P.S.#2: preciso ancora una volta: non è una questione politica o ambientale e non c’è da parte mia nessuna pregiudiziale verso l’industria dello sci. Semmai è una pura e semplice questione di buon senso, quello che manca a chi so ostina a proporre e finanziare (quasi sempre con soldi pubblici, ribadisco) impianti a quote dove le condizioni climatiche non permettono più la pratica dello sci.

Perché costruire impianti e piste da sci sotto i 2000 m è ormai assurdo, spiegato bene

Nuovi impianti da sci dove non nevica più: la Regione Lombardia investe milioni, protestano gli ambientalisti

Così recita il titolo di un articolo pubblicato dal quotidiano “Il Giorno” il 30 settembre 2024, firmato da Federico Magni – lo vedete qui sotto; il sottotitolo precisa ancora meglio i contenuti: «Dalle Orobie alle Prealpi si finanziano infrastrutture sotto i duemila metri di altitudine. E le Olimpiadi di Milano-Cortina potrebbero dare un’accelerata. Anche il Cai insorge: “Soldi buttati”». Il tutto su una doppia pagina – nell’edizione cartacea – sovratitolata “Montagna da reinventare”:

Con tali contenuti assolutamente chiari e eloquenti (converrete con me al riguardo), “Il Giorno” sembra voler inaugurare la ripresa del dibattito sull’industria dello sci, su impianti, piste, cannoni eccetera, che con l’arrivo dell’inverno (nonché con le sempre più prossime Olimpiadi di Milano-Cortina) a breve ripartirà e ribollirà come non mai, passando da dibattito legittimo e importante a diverbio forzato e strumentalizzato fino a vero e proprio dissing ideologico-politico da bettola di quint’ordine.

Posto ciò, sarebbe bene per la montagna restarsene fuori da cotanto pantano, evitando di rincorrere gli slogan propagandistici – qualsiasi essi siano – e piuttosto riflettendo sulla realtà oggettiva delle cose, che è poi ciò che fa chiunque sia dotato di ordinario buon senso: il buon senso che parrebbe sancire come palesemente insensato qualsiasi progetto di infrastrutturazione sciistica su certi versanti e sotto certe quote, lì dove non nevicherà più, o non più a sufficienza, e dunque dove sciare in maniera decente e sostenibile (ambientalmente e economicamente) sarà impossibile.

Or dunque, restando lontani – come detto – dagli slogan di chi sostiene l’opportunità di spendere soldi pubblici per realizzare impianti e piste da sci in certi contesti, così come da quelli che si oppongono strenuamente per salvaguardare l’ambiente naturale dei territori coinvolti: perché non si dovrebbero più costruire infrastrutture sciistiche su certi versanti e al di sotto di certe quote?

Ho citato il buon senso, poco sopra. Bene, scrive un buon dizionario che il buon senso è «la capacità di comportarsi con saggezza e senso della misura, attenendosi a criteri di opportunità generalmente condivisi.» Quali sono i criteri più generalmente condivisibili? Ovviamente quelli basati sulla realtà oggettiva, sui dati di fatto scientifici (in quanto tali innegabili, se non volendo negare la realtà stessa entrando nell’ambito delle devianze psico-sociopatiche: come i terrapiattisti, appunto) sui quali costruire la più equilibrata capacità di comportamento con saggezza e senso della misura.

[Le piste del Pian delle Betulle nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022.
Nel periodo che stiamo vivendo i dati di fatto fondamentali sulla montagna, dai quali deriva ogni altra cosa, sono quelli climatici. Qualche tempo fa ho scritto (tra i molti altri) di alcuni progetti di nuovi impianti sciistici in Valsassina (provincia di Lecco), che qui cito ad esempio per mia vicinanza geografica: in particolar modo, all’Alpe Paglio si vorrebbe installare una seggiovia e ripristinare una pista di sci tra i 1430 e i 1780 metri di quota, mentre ai Piani di Bobbio un altro nuovo impianto salirebbe ai Piani partendo da 1000 metri circa. In ballo ci sarebbero un bel po’ di milioni di Euro, in gran parte pubblici. Soldi ben spesi o mal sprecati, come mi chiedevo in uno degli articoli scritti al riguardo tempo fa?

Lontano dagli slogan, ribadisco, e posto che i casi citati sono simili ad innumerevoli altri sulle Alpi e sull’Appennino, ho provato a darmi (e dare) una risposta di buon senso cioè razionale, basata sui dati di fatto rilevati dalla scienza e messi nero su bianco sui report e nelle serie storiche meteoclimatiche. Ho chiesto al Centro Geofisico Prealpino, ente scientifico prestigioso che ha sede in un territorio del tutto affine a quelli sopra citati, un’analisi della realtà climatica storica recente e attuale sulle Prealpi Lombarde. Ecco qui: «La serie di Campo dei Fiori parte dall’inverno 1975 e dice già cose interessanti. Le temperature medie invernali nei 50 anni esatti dal 1975 al 2024 sono aumentate, da regressione lineare, di 2,4 °C. L’ultimo inverno 2023-24 è stato il più mite (media 4,2 °C), e 7 dei 10 inverni più tiepidi si sono concentrati dopo il 2000. La media degli ultimi 10 inverni è di 2,3 °C a quota 1226 m, e lascia supporre una quota media degli 0 °C invernali a circa 1700 m».

Ciò in soldoni significa che sulle nostre montagne sotto i 1700 metri di quota, e a qualsiasi esposizione, già ora la permanenza della neve al suolo non è più garantita. Anche se nevicasse, la temperatura non è quella adatta al mantenimento e comunque gli episodi di pioggia saranno più probabili di quelli nevosi. Questo è un primo innegabile (dacché scientifico) dato di fatto. Ecco, tornate un attimo sopra a rileggere le quote degli impianti progettati in Valsassina (e i numerosi altri proposti in molte località simili) e capirete già bene come stanno le cose.

[La diminuzione delle precipitazioni nevose scientificamente rilevata dal Centro Geofisico Prealpino.]
Ma andiamo oltre: ancora nel marzo 2021 Daniele Cat Berro e Luca Mercalli, della Società Meteorologica Italiana, citando un approfondito studio dell’EURAC Research (entrambi enti scientifici altrettanto prestigiosi, di nuovo), scrivono che «Oltre allo spessore della neve, a ridursi è anche la sua durata: sul versante sudalpino la lunghezza della stagione innevata è diminuita in media di 24 giorni sotto i 1000 metri, e di 34 giorni tra 1000 e 2000 metri, ovvero oltre un mese (all’anno) di suolo innevato in meno». In pratica significa che se pur nevicasse – cosa sempre più improbabile sotto certe quote, vedi sopra – la neve al suolo ci sta per sempre meno tempo, il che rende economicamente insostenibile il costo di esercizio e di gestione degli impianti e delle piste di un comprensorio sciistico posto sotto i 2000 metri di quota, ancor più a quote inferiore. Ecco dunque un secondo innegabile (dacché scientifico) dato di fatto.

Peraltro, le analisi del Centro Geofisico Prealpino e della Società Meteorologica Italiana sono confermate da un altro prestigioso ente scientifico d’oltreconfine, l’Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera, che in un recente report dall’eloquente titolo Inverni poveri di neve, così rimarca: «Gli inverni saranno notevolmente più caldi entro la metà del secolo. Sebbene ci saranno più precipitazioni, cadranno più frequentemente sotto forma di pioggia a causa delle temperature più elevate. In particolare nelle regioni più basse, nevicherà meno spesso e in quantità minori. Le aree nevose della Svizzera si ridurranno quindi notevolmente.» È un terzo innegabile (dacché scientifico) dato di fatto, quindi.

Andiamo ancora avanti. Di recente, “Il T Quotidiano”, organo di informazione indipendente trentino, ha pubblicato un’intervista a Roberto Barbiero, climatologo dell’Agenzia provinciale per la protezione ambientale (Appa) il quale, nel riferire circa l’impatto dei cambiamenti climatici in Trentino, ha rimarcato che «una delle conseguenze più evidenti sarà l’innalzamento della quota di affidabilità della neve (30 centimetri per 100 giorni), che nel giro di 25 anni passerà da 1.750 a 2.000 metri». Era a 1.511 metri di quota nel periodo 1961-1990, oggi è a 1.750 metri (dato conforme a quello determinato dal Centro Geofisico Prealpino per l’area delle Alpi e Prealpi lombarde, vedi sopra) e la velocità di salita in quota si fa sempre maggiore, dunque i 25 anni suddetti potrebbero essere anche meno. Sono dichiarazioni che fanno il paio con quelle rilasciate lo scorso febbraio da Claudio Visentin, storico del turismo di chiara fama, docente da anni al Master in International Tourism dell’Università della Svizzera Italiana (USI) di Lugano, il quale, posta l’attuale realtà ambientale delle Alpi, ha sancito senza mezzi termini che «La stagione degli sport invernali non ha futuro. L’ultimo turista sugli sci arriverà nell’inverno 2040». Due altri esperti accademici di chiara fama da altrettanti enti scientifici prestigiosi che determinano il quarto e il quinto innegabile (perché scientifico, di nuovo) dato di fatto.

Potrei anche continuare ancora a lungo, ma penso a Agatha Christie la quale scrisse che «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»: be’, qui siamo a cinque e non semplici indizi ma dati di fatto su basi scientifiche, rispetto ai quali la sostenibilità e la giustificabilità di progetti come quelli dell’Alpe di Paglio (quota massima 1730 metri) e dei Piani di Bobbio (quota massima 1850 metri, ma i nuovi impianti proposti sono sotto i 1600 metri) svanisce come – fatemelo dire – neve al sole, e parimenti i molti altri progetti di infrastrutturazione sciistica similari presentati negli ultimi tempi sulle montagne italiane (bisogna ammettere che la Lombardia si sta “impegnando” parecchio al riguardo), quasi tutti sotto i 2000 metri di quota. Realizzarli equivale a edificare una grande casa su un terreno già oggi instabile e che nel giro di qualche anno, al massimo di qualche lustro, franerà inesorabilmente, nonostante il netto parere di geologie e ingegneri: secondo voi quale impresario si azzarderebbe a mettere in atto una cosa del genere e a spenderci milioni e milioni di Euro? Certamente non chi, in questo caso, operi in base a buon senso, saggezza, lungimiranza e autentica volontà di valorizzazione di quel terreno, di quel luogo.

Ecco: quelli sopra citati sono progetti scientificamente illogici, insensati, privi di connessione con la realtà delle cose, destinati a fallimento pressoché certo, degradanti i luoghi a cui vengono imposti e dilapidanti risorse pubbliche che potrebbero essere investite in modi ben più redditizi sia per i soggetti direttamente coinvolti che per l’intero territorio e la comunità che vi abita.

[Foto di harzpics da Pixabay.]
Come vedete – e lo ribadisco con forza – qui non si tratta di “ragionare” sulla questione da posizioni di parte (che, sia chiaro, è certamente legittimo manifestare fino a che non vadano oltre la più ordinaria logica, anche per decenza culturale del dibattito conseguente) ma di fondare il ragionamento su dati scientifici oggettivi e innegabili, dai quali ricavare considerazioni, valutazioni e magari decisioni che al riguardo siano le migliori possibili, cioè le più sensate e conformi alla realtà effettiva delle cose. Non impressioni, opinioni, convinzioni, inesorabilmente contaminate dalle idee dei singoli e delle parti ma certezze, ad oggi, dalle quali scaturiscono le oggettività di domani e che contrastano certo negazionismo ideologico e strumentalizzato dei fatti e delle verità che tutti abbiamo di fronte. Ecco, di questo le nostre montagne hanno un assoluto bisogno, oggi ancor più dato che alle già numerose criticità da affrontare si aggiunge in maniera crescente la variabile del cambiamento climatico: certezze, non altro.

N.B.: il presente articolo è stato pubblicato anche su “ValsassinaNews”, contestualizzato alla realtà sciistico-turistica delle montagne valsassinesi. Cliccate qui sotto per leggerlo:

Se il dissesto idrogeologico fa crollare le strade ma non le piste da sci

Il persistente periodo piovoso che sta caratterizzando questa primavera in Nord Italia, soprattutto nelle aree alpine e prealpine, con i suoi fenomeni meteorologici sovente estremi determinati dal cambiamento climatico in corso, ha causato un conseguente esorbitante numero di danni e dissesti idrogeologici che hanno colpito le strade dei territori montani un po’ ovunque, con i relativi disagi del caso, e al contempo ne hanno ben evidenziato la fragilità che, bisogna temere, andrà peggiorando negli anni futuri.

Eppure, non pare che vi sia un grande entusiasmo da parte degli enti politici a favore dello stanziamento di risorse per mitigare gli effetti così diffusi e frequenti del dissesto idrogeologico (nonostante la cronicità del problema) e per assicurare un’adeguata manutenzione alla rete viabilistica montana al servizio delle comunità residenti. Addirittura si è avuta notizia recente di tagli alle risorse pubbliche destinate a questo ambito, mentre a livello regionale i fondi riservati appaiono ben scarsi rispetto alle necessità. Viceversa, sembra rimanere immutato l’entusiasmo per spendere (o forse dovrei già scrivere per sperperare) decine di milioni di Euro di soldi pubblici per progetti sciistici tanto faraonici quanto anacronistici e impattanti: come i 50 – cinquanta! – milioni su 70 totali per il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola (sul quale ho già scritto più volte, si veda qui), ma è solo un caso dei numerosi che negli ultimi anni sono saltati fuori qui e là sulle nostre montagne, quasi sempre al di sotto dei 2000 m di quota e spesso su esposizioni che mettono a rischio la tenuta del manto nevoso, dunque la logica generale di questi interventi paventati.

[Una recente frana in alta Valle Brembana, provincia di Bergamo. Immagine tratta da “L’Eco di Bergamo“.]
In ogni caso, anche a prescindere dalla sostenibilità (ambientale, economica, culturale) di tali progetti, non sarebbe il caso di prestare più attenzione, e dunque più risorse, a mettere in sicurezza le infrastrutture principali al servizio delle comunità di montagna prima di costruirne altre utili solo al divertimento altrui e a pochi altri? Ciò dal momento che, come accennato, il cambiamento climatico in corso mette sempre più a rischio i versanti montani: identificare tutte le criticità presenti e prevenire gli eventuali dissesti è certamente impossibile, ma senza dubbio è ben più possibile intervenire dove quei rischi siano ormai risaputi, soprattutto quando incombenti sulle più importanti strade di collegamento nei territori montani, assicurando in questo modo benefici fondamentali agli abitanti e alla loro quotidianità. Non mi pare che seggiovie e telecabine possano servire a portare gli abitanti della montagna ai luoghi di lavoro o negli ospedali di zona, almeno non quanto una strada sicura e ben manutenuta! Dunque quale dovrebbe essere la priorità di spesa pubblica, tra le due cose?

Insomma: anche stavolta il nocciolo della questione riporta a un semplice ma ineludibile principio di buon senso (generale ma civico e politico in particolare) e di sensibilità nei confronti dei nostri territori, montani e non solo. Cose che, continuo a temere, servono poco per formulare slogan e fare propaganda politica, ecco.

Il “Patto Territoriale” per il turismo in Valsassina: tra milioni di Euro a pioggia, entusiasmi poco giustificati, seggiovie assurde e la (ri)scoperta dell’acqua calda

È certamente apprezzabile la considerazione che Regione Lombardia riserva alla Valsassina, cioè in buona sostanza alle montagne della provincia di Lecco maggiormente interessate dal turismo – il cui territorio comprende un’altra valle prealpina di grande valore, la Valvarrone – attraverso lo stanziamento di 36 milioni di Euro complessivi per la realizzazione degli interventi previsti dal “Patto territoriale per lo sviluppo delle aree montane e dei comprensori sciistici ed escursionistici dei piani di Bobbio-Valtorta e dei piani di Artavaggio in Valsassina  – Strategia locale per lo sviluppo integrato e sostenibile della Valsassina” (fonte qui).

Un po’ meno apprezzabile – a parere di chi scrive – seppur ormai consolidata e triste abitudine della politica nostrana, è l’entusiastica strumentalizzazione propagandistica di questi interventi della quale si può leggere sulla stampa locale (siamo in campagna elettorale, d’altro canto): interventi che comprendono la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio, l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio e una nuova seggiovia a servizio della pista che da Bobbio scende verso Nava, oltre a opere stradali e accessorie.

[La funivia Moggio-Piani di Artavaggio, costruita nel 1961 e rimasta in servizio fino a quest’anno.]
Perché è meno apprezzabile? Perché uno sguardo più obiettivo sulla questione rileverebbe che gli interventi sugli impianti di arroccamento per i Piani di Bobbio e di Artavaggio non sono affatto «emblematici» come sostenuto, al punto da suscitare siffatti entusiasmi propagandistici, ma sono inesorabilmente obbligati, rappresentando infrastrutture giunte a fine vita tecnica o che necessitano gioco forza di rinnovamento e peraltro essendo la funivia per Artavaggio classificata come “Trasporto Pubblico Locale”: non potevano essere evitati e tanto meno negati, in pratica, pena la fine delle due località non solo dal punto di vista turistico. Per essi l’esultanza pur legittima è un po’ come per la scoperta dell’acqua calda, insomma.

[L’attuale cabinovia che da Barzio raggiunge i Piani di Bobbio, costruita nel 1993.]
Parimenti non c’è da felicitarsi, anzi, c’è solo da sconcertarsi per la riproposizione della citata seggiovia tra Nava e i Piani di Bobbio, bocciata già anni fa sia per «l’impossibilità di omologare il tracciato che discende la montagna fino al centro urbano, sia per il sopraggiunto disinteresse delle parti a investire nello sci ampiamente sotto i mille metri» (fonte qui). E se già si manifestava disinteresse tempo addietro per la costruzione di nuovi impianti sciistici a certe quote, figuriamoci oggi e ancor più nei prossimi anni con la crisi climatica che accresce senza sosta i suoi effetti, particolarmente visibili proprio sulle Alpi. Verrebbe quasi da pensare a un atteggiamento da negazionismo climatico bello e buono, ma ovviamente la speranza è che non sia così. D’altronde tutto ciò è reso ancor più emblematico da quanto dichiarato non più tardi di un anno e mezzo fa (settembre 2022) dalla società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio, riguardo questa prevista seggiovia: «Si tratta di una vicenda del passato che nulla ha a che fare con i nostri investimenti a monte in corso attualmente: Itb ha un’altra programmazione e un’altra prospettiva. Al termine dei lavori il ripristino dell’area e la componente naturalistica saranno la priorità» (fonte qui).

Dunque? Dov’è la logica in tutto ciò? E dov’è la coerenza, dove la visione strategica locale a lungo termine che dovrebbe essere propria di un autentico e sostenibile patto territoriale?

[La pista di discesa tra i Piani di Bobbio e Barzio che percorre il versante di Nava, detta “d’emergenza” perché sarebbe dovuta servire per il rientro degli sciatori a valle in caso di fermo della cabinovia e mai entrata ufficialmente in servizio (anche perché quasi mai innevata), nei pressi della quale si vorrebbe realizzare la nuova seggiovia.]
In verità, è arduo non rimarcare quanto risulti sconcertante pensare di spendere milioni di Euro di soldi pubblici (3, a quanto si sa) per una seggiovia quadriposto che nasce già rottame, viste le condizioni nelle quali si realizzerebbe; ancor più lo è al pensiero dei molti investimenti che la Valsassina e la sua comunità avrebbe bisogno per mantenere i propri servizi di base ad un livello accettabile per un territorio di montagna. Investimenti e servizi che, tocca nuovamente constatare, non così sembrano funzionali all’entusiasmo e alla propaganda della classe politica odierna come quelli destinati al turismo di massa, nemmeno di quella che verso le montagne dovrebbe manifestare maggiore riguardo e sensibilità.

Si badi bene: queste mie considerazioni non concernono gli aspetti ecologici o ambientali della questione e tanto meno quelli politici e amministrativi ma la logica, la razionalità, la visione realmente strategica a favore della montagna e delle comunità locali… in breve il buon senso. Questo è, innanzi tutto: una questione di buon senso. Per capire se sia presente e attivo oppure no è indispensabile analizzare, indagare, pensare, riflettere a trecentosessanta gradi sul contesto, porsi domande e richiedere risposte plausibili, se non vi siano. Servono ad alimentare questa dinamica culturale, tali mie considerazioni.

Infine, due appunti personali. Il primo: per la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio è prevista una spesa di 15 milioni di Euro. Temo che non basteranno per la tipologia e le caratteristiche dell’impianto in questione, e che ne serviranno parecchi di più, ma ovviamente spero di sbagliarmi.

Il secondo: peccato che l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio non preveda una nuova linea prolungata con partenza dal fondovalle, qui ambientalmente integrata (ad esempio tramite una stazione semi-interrata e parcheggi sotterranei) e con intermedia dove ora c’è la stazione di Barzio, il che veramente risolverebbe l’annosa questione del traffico tra le vie del comune dell’Altopiano valsassinese e agevolerebbe un sistema di trasporto pubblico integrato dall’area milanese (treno+bus+cabinovia) al servizio del comprensorio sciistico che, per un paese come l’Italia, rappresenterebbe qualcosa di rivoluzionario, consentendo a un vastissimo pubblico di andare a sciare d’inverno o a camminare d’estate in una bellissima località montana senza utilizzare l’auto.

Purtroppo, invece, restiamo ancora qui a entusiasmarci per l’acqua calda. Che serve, sia chiaro, ma sperando che il riscaldamento globale non renda bollente al punto da non potersene servire più.

N.B.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal quotidiano on line “ValsassinaNews“.