Pensare troppo fa viver male

Non c’è nulla da fare.

Pensare è una gran brutta cosa, già.
Perché il pensiero allena e acuisce l’intelligenza, l’intelligenza aiuta a capire meglio il mondo d’intorno, capire meglio il mondo d’intorno significa troppo spesso constatarne le numerose brutture, e constatare le così numerose brutture – quasi sempre ad opera degli umani – significa inesorabilmente guastarsi l’animo e rodersi il fegato.
Fa vivere male, insomma.

Certo, per quanto sopra il pensiero aiuta pure a percepire, comprendere e godere delle tante bellezze materiali e immateriali che ci sono al mondo: ma che succederebbe se le suddette brutture dovessero accrescersi e diffondersi sempre più e soffocare definitivamente le residue bellezze rimaste ad allietarci la mente e lo spirito?

Ah, si direbbe proprio che facciano bene i tanti, tantissimi, che ormai dimostrano di non pensare più, per attitudine genetica, per menefreghismo indotto o per scelta precisa: moriranno cretini ma vivranno spensierati, senza capire niente di nulla e, dunque, nemmeno la loro inutilità.
Beati gli idioti, già. Perché se dei poveri in spirito sarà il regno dei cieli, evidentemente dei poveri di mente è il regno terreno. Lo sappiano, i Sapiens, almeno questo: sennò che “Sapiens” sono, eh?

Piccoli gesti rivoluzionari

La strafottenza di tante (troppe) persone in circolazione verso le semplici regole del buon vivere civile (e sottolineo strafottenza, non “ribellione” o altro di più consapevole e/o in fondo decoroso) è tale che ormai cose da nulla come, per dirne una, guidare un’auto e mettere la freccia alle svolte – cioè usare gli indicatori di direzione, per dirla correttamente – è diventato un gesto rivoluzionario e sovversivo. Così come tanti altri minimi atti basati sul più semplice e puro buon senso – qualcosa di sempre più raro, al giorno d’oggi, dunque sempre più fuori dall’ordinario.

Ciò, in effetti, mi fa riflettere sul perché questo paese non sappia formulare alcuna autentica e proficua “rivoluzione”: probabilmente perché il limite oltre il quale un gesto lo è, rivoluzionario, è talmente basso che non si concepisce ormai più di andare oltre, verso atti più consistenti. Il che non significa affatto prendere le armi e sparare, anzi, tutt’altro: la vera rivoluzione è quella che – se così posso dire – ribalta lo stato delle cose senza nemmeno che lo stato delle cose se ne renda conto. Qui invece, sempre più col passare del tempo, si diventa bravi nel praticare la più italiana delle “controrivoluzioni”, quella che già Tomasi di Lampedusa ha reso verità assoluta ne Il Gattopardo e riassunto nel celebre “mottotutto cambi affinché nulla cambi.

Per la cronaca, mi è capitato di assistere a incidenti d’auto occorsi anche perché sulle stesse non è stata utilizzata la freccia nelle svolte d’un incrocio: beh, mi sono fermato e ho riso in faccia agli incidentati.

Il “fascino” irresistibile della stupidità (Ennio Flaiano dixit)

Debbo precisare: la stupidità ha un suo fascino, si suol dire persino che è riposante. Difatti succede che le persone e i libri più sciocchi sono quelli che più ci ammaliano, che più ci tentano e ci tolgono ogni difesa. L’esperienza quotidiana mi porta anzi a credere che la stupidità sia lo stato perfetto, originario, dell’uomo, il quale trova buono ogni pretesto per riaccostarsi a quello stato felice.

(Ennio FlaianoLa saggezza di Pickwick in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.99-100.)

Eh… in quanto a stupidità diffusa – anzi, sempre più trionfante, come dare torto a Flaiano?
Il quale poi – ribadisco – scrisse quel passaggio ne La Saggezza di Pickwick più di sessant’anni fa, evidentemente già rilevando allora una realtà ben presente, se non palese. Posto ciò, fate conto a che punto si possa essere arrivati noi, oggi, nell’anno 2018. Forse ad uno stato pure peggiore di quanto si possa immaginare e temere.

“Coerenza” chi?

Scorro i dati dell’ultimo “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” formulato dal Censis (del quale trovate un buon riassunto qui) e, per quanto riguarda il rapporto degli italiani con le istituzioni, leggo che l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni.
Dunque, mi viene da pensare, alle elezioni non dovrebbe recarsi più del 30% (al massimo) degli elettori, no?

Vado allora a cercare i numeri relativi. Nelle ultime elezioni politiche del 2013 (il cui dato è quello maggiormente correlabile alla statistica del Censis) votò più del 75% degli elettori. Per ancora maggior dovizia di cronaca, anche cronologica oltre che statistica, cerco pure gli ultimi dati delle elezioni amministrative: nel 2017 ha votato il 59% degli elettori (il 46% al secondo turno), nel 2016 il 62%, nel 2015 il 55% (i dati sono facilmente rintracciabili qui.) Considerate pure tutte le variabili che volete, materiali e immateriali, ma certamente i dati potrebbero subire delle variazioni di qualche unità in eccesso o in difetto, non di più – idem per quanto riguarda il valore effettivo dei numeri indicati dalla statistica del Censis.

Quindi?

Be’, quindi non può certo essere considerata troppo grossolana (né tanto meno “populista”) la considerazione per la quale, oggi come oggi, almeno un italiano su tre va a votare, ovvero elegge a “conduttori” della sua vita e del suo destino quotidiani, degli esponenti politici e i rispettivi partiti nei quali non ha fiducia.

Ok, mettiamola così: vi proponessero di affidare la vostra casa a un tot di personaggi che vi garantiscono che la custodiranno meglio di chiunque altro ma che, da lungo tempo, dimostrano invece di non esserne affatto capaci, che fareste? Dareste loro lo stesso le chiavi di casa? O cerchereste qualcun altro di più affidabile? Oppure, altrimenti, ci pensereste da soli a custodirvi casa?

Insomma: dov’è la logica, in tutto ciò? Dov’è la coerenza, e dove la consapevolezza civica?

Invece, dove siano i risultati concreti di tale atteggiamento tanto italiota (che ne ricorda molti altri simili, tipo l’”armiamoci e partite”, il “tengo famiglia”, il “chiagni e fotti” e così via, l’elenco è assai lungo) lo si può constatare ovunque, nel paese, giorno dopo giorno.

Ogni popolo ha i governanti che si merita, appunto.