Le Tre Cime di Lavaredo imbruttite dall’iperturismo e la politica che finge di interessarsene e invece no

[Immagine tratta da www.drei-zinnen.bz.]
Le Tre Cime di Lavaredo: uno dei luoghi più belli delle Dolomiti e delle Alpi, uno di quelli più imbruttiti dal turismo di massa, così come Misurina o Braies. Da anni diversi soggetti, politici e non, parlano, prevedono, promettono di porre limiti veri a tale situazione degradante, ma al solito è un blablabla che nei fatti si risolve in nulla. Guai a toccare interessi e tornaconti che la cronica mala gestione del luogo ha ormai consolidato nel disinteresse pressoché totale della Fondazione Dolomiti Unesco, una scatola vuota il cui senso francamente sfugge ormai a quasi tutti.

È una realtà che di recente Mountain Wilderness Italia ha nuovamente denunciato in un comunicato stampa firmato dal Presidente Luigi Casanova (lo trovate qui oppure in calce al presente articolo), invocando l’elaborazione di «un piano attuativo partecipato dell’accessibilità alle Tre Cime di Lavaredo anche dal versante bellunese. Ogni altra iniziativa, partendo dai pedaggi e da divieti locali, non ha senso. Se chi si è mosso oggi ha veramente a cuore la tutela del paesaggio e delle alte quote deve agire diversamente, non certo in modo localistico visto che il patrimonio da tutelare è dichiarato valore universale. E come tale va gestito.» Parole sacrosante, inutile rimarcarlo.

[Immagine tratta da qui.]
D’altro canto a tanti di voi torneranno in mente le parole che il grande Dino Buzzati scrisse sulle Tre Cime nel 1952 (!) per il “Corriere della Sera”:

Lassù dunque passerà la strada. Ciò che oggi costa ore di fatica, si avrà con qualche litro di benzina. I «motorizzati» si fermeranno ad osservare con ironici sorrisetti di pietà – e non avranno bisogno di binocolo data la minima distanza – quei pochi disgraziati senza senno che ancora si ostineranno a inerpicarsi su per le muraglie spaventose. […] Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. E’ vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?

Parole che ovviamente rimasero da subito inascoltate, come se venissero da un tizio noiosamente disfattista, pessimista, un rompiscatole contro il progresso e lo sviluppo delle montagne, un catastrofista (più tardi, nel 1998, subì la stessa sorte Giovanni Cenacchi). Esattamente ciò che oggi si dice di quelli – mi ci metto orgogliosamente anche io, nel mio piccolissimo – che denunciano molti dei progetti di turistificazione dei territori montani spacciati per “grandi opportunità”, “sviluppo sostenibile”, “occasioni da non perdere” eccetera, come invece delle azioni di distruzione, svilimento, impoverimento e degrado dei monti e delle comunità locali ormai ben oltre ogni limite accettabile.

[Immagine tratta da www.corriere.it.]
Alle Tre Cime di Lavaredo ora sappiamo bene tutti come è andata a finire e quanto le parole di Buzzati furono profetiche. Ma ancora qualcuno ne ignora il senso, il portato, chiude gli occhi e la mente per aprire ancora di più il portafogli, promette che bisogna fare qualcosa, che non si può più andare avanti così. Sarà la volta buona per passare dalle parole ai fatti concreti? La storia passata e recente non lascia molte speranze ma, lo sapete, la speranza è l’ultima a morire. Già, perché comunque prima di essa, di questo passo, saranno le Tre Cime a morire, soffocate dall’iperturismo e dall’ipocrisia di chi dice di amare e “sviluppare” le montagne e invece punta solo a consumarle con immane disprezzo fino a che non ne resti più nulla per nessuno.

Contestualizzare le cose per capirle meglio (anche in montagna)

Bisogna sempre trovare la più consona e obiettiva contestualizzazione alle cose che accadono. Perché nulla avviene per caso, neanche in montagna, almeno quando c’è di mezzo l’uomo.

Dunque, a quanto pare c’è un grosso e grave problema di impatto turistico, alle Tre Cime di Lavaredo:

E dove ha avuto origine questo problema? Ecco qui:

Cliccate sulle due immagini per leggere i relativi articoli.

Ora capite meglio chi e cosa hanno generato il problema?

Be’, al riguardo mi tornano in mente le parole di Maurizio Maggiani (fonti qui e qui) circa ciò che di simile sta accadendo alle Cinque Terre: parole perfette anche per le Tre Cime di Lavaredo e per molti altri luoghi iper turistificati senza che sia stata sviluppata alcuna gestione dei flussi turistici e nessuna cura per il (proprio) territorio:

Le Cinque Terre soffocate dal turismo? È la giusta nemesi per le loro scelte, hanno pensato solo ad arricchirsi. […] Per anni non si è fatto che cercare di vendere le Cinque Terre in tutto il mondo, senza pensare alle conseguenze per un territorio dall’equilibrio ambientale e sociale così fragile. Hanno voluto farne una Disneyland ed è stata un’idea da criminali. Con quelle premesse oggi parlo di una giusta nemesi rispetto ad una scelta che fu coordinata dall’alto ma collettiva, appoggiata da buona parte della comunità con poche eccezioni.

Ecco, nulla da aggiungere se non la speranza che ad Auronzo la smettano di pensare solo ai record  di introiti nelle casse comunali e piuttosto cerchino il miglior equilibrio possibile tra frequentazione turistica e tutela ecoambientale del territorio locale. Ce la faranno, considerando l’imminente mega specchietto per le allodole delle Olimpiadi invernali 2026?

Me lo auguro proprio, per il bene di quelle montagne e di chi le voglia vivere il più possibile integre ancora a lungo.

Le mappe del mondo che abbiamo dentro di noi

[Alba su Lucerna, luglio 2021. Foto di Simon Infanger su Unsplash.]
«La mappa è il ricordo più antico che può essere scritto nel codice umano». Ha ragione Davide Sapienza (è sua, la citazione, tratta da Camminando, Lubrina Editore, Bergamo, 2014), forte della sua esperienza di viaggiatore della Terra, dello spirito e dell’ultratempo, la dimensione dove l’unica legge in vigore è il coraggio di ascoltare l’intelligenza dei piedi. Appena l’uomo ha imparato a camminare in modo umano, per così dire, ovvero facendo del moto un esercizio consapevole e didattico – e a ben vedere è stato primario anche più del vedere, del sentire o dell’afferrare qualcosa per farne strumento – ha subito preso a memorizzare il paesaggio che aveva intorno al fine di ritrovarsi in esso, per non sentirsi smarrito, per contestualizzarsi in forza del suo essere creatura potenzialmente dominante il paesaggio stesso – in senso virtuoso, intendo dire, al di là dunque di tutte le successive e deleterie devianze. Ha costruito nella propria mente, appunto, la mappa del mondo intorno a sé, dotandola di coordinate di principio ovviamente improvvisate, elementari, primordiali eppure già geo-grafiche nel senso moderno del termine, al fine di riconoscerlo e riconoscersi in esso: un atto fondamentale, questo, nella formazione dell’identità antropologica e poi, più tardi, sociologica e politica.
Sono certo che da subito l’uomo primitivo si sia reso conto di quanto fosse importante questo processo di identificazione olistica col territorio vissuto, e di come fosse necessaria la tracciatura d’una mappa di cammini, percorsi, itinerari lungo i quali a muoversi erano (e sono) tutte le molteplici forme dell’io: emozionali, intellettuali, istintive, animali, eccetera – capite bene che in fondo è da qui che nasce il concetto stesso di “viaggio” inteso come esercizio di esplorazione cognitiva del mondo. È grazie a questo processo, assolutamente valido anche oggi, che l’uomo ha generato il concetto di luogo, con accezione emotiva prima che geografica ovvero identificandolo su quella mappa inscritta nel codice umano e riconoscendo in esso la fonte e il fine di emozioni, ricordi, sensazioni, suggestioni, idee, visioni e quant’altro di affine e altrettanto profondo – al punto da far decidere all’uomo di scegliere un certo luogo come residenza permanente e propria sfera vitale nei cui orizzonti paesaggistici determinare i personali confini antropologici. Naturalmente, poi, tutto questo vale anche per il forestiero che si ritrova in quel dato luogo, rispetto al quale il processo è uguale e opposto: egli vi giunge seguendo una geografia (su di una mappa o semplicemente lungo una strada) e, una volta in loco, vi elabora il proprio valore emotivo, inscrivendolo in modo più o meno profondo negli stessi orizzonti.
I luoghi sono dunque riferimenti, sono input, stimoli, ambiti che identificano antropologicamente il moto verso di essi e poi in essi: d’altro canto sono espressioni del reale movimento metafisico, quello che muove fuori (nel mondo) il viaggiatore perché lo spinge a muoversi dentro (sé stesso).
Non è un caso, in fondo, se le parole normalmente utilizzate in tema di determinazione del patrimonio genetico umano siano mappa, mappatura (del genoma o quant’altro, appunto). Una coincidenza linguistica, forse, o forse no, semmai una inevitabile concordanza.
Per questo mi trovo totalmente d’accordo con quell’affermazione di Davide Sapienza citata poco fa: il concetto di luogo determina l’inevitabile necessità per l’uomo di costruirsi una mappa identificante di esso da imprimere “geneticamente” in sé, per così dire, e di contro lo stesso luogo è frutto della determinazione geo-mentale di quella mappa. Un processo virtuoso di causa-effetto dal quale, ribadisco, si generano poi la forma e la sostanza del legame che unisce l’uomo a quel dato luogo: in buona sostanza, si generano le coordinate antropologiche e culturali di esso, grazie alle quali l’uomo non solo lo può ritrovare facilmente sulla propria personale cartografia vitale, ma altrettanto facilmente si può ritrovare in esso, riconoscersi, identificarsi ogni volta come la prima volta ovvero, forse, ogni nuova volta un po’ di più.

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Questo è un brano tratto dal mio libro
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

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Dino Buzzati e le folle motorizzate sulle Tre Cime di Lavaredo

[Foto di Alessio Furlan su Unsplash.]
A proposito della citazione, che ho pubblicato qui, di quel sagace brano di Giovanni Cenacchi tratto da Dolomiti cuore d’Europa nel quale ipotizza a modo suo la sparizione delle Tre Cime di Lavaredo “consumate” dal turismo di massa, a qualche lettore sarà tornato alla mente un altro brano celeberrimo con protagoniste le Tre Cime – icone dolomitiche assolute, d’altro canto – firmato dal grande Dino Buzzati e pubblicato sul “Corriere della Sera” il 5 agosto 1952, dunque ancor più profetico rispetto a certi impatti del turismo contemporaneo sulle montagne, il cui senso peraltro è valido in generale rispetto alla frequentazione turistica che i territori montani subiscono.

Vi ripropongo di quell’articolo il passaggio che Buzzati dedica in particolar modo alle Tre Cime e per ciò risulta parecchio affine allo scritto di Cenacchi (che risale al 1998), affinché possiate convenire con me su quanto sia premonitore, emblematico e da meditare per bene. L’intero articolo originale lo potete trovare in questo editoriale nel sito di Mountain Wilderness.

Lassù dunque passerà la strada. Ciò che oggi costa ore di fatica, si avrà con qualche litro di benzina. I «motorizzati» si fermeranno ad osservare con ironici sorrisetti di pietà – e non avranno bisogno di binocolo data la minima distanza – quei pochi disgraziati senza senno che ancora si ostineranno a inerpicarsi su per le muraglie spaventose. All’attacco della parete nord della Grande, sotto lo strapiombo smisurato, ci sarà un caffè con sedie a sdraio perché i turisti possano seguire i rocciatori senza la necessità di un torcicollo. Tra i ghiaioni, nel cuore del santuario, risplenderanno le colonnette di benzina, cartelloni giganteschi a gloria di dentifrici e carni in scatola rallegreranno gli occhi intimoriti dalla solennità cupa delle rupi, e non c’è dubbio che Forcella Lavaredo sarà il clou della tappa dolomitica del Giro, con premio di traguardo e sesquipedali scritte in minio inneggianti a Fausto Coppi (se ci sarà ancora).
Evviva dunque! Si lamenta, ed è voce sacrosanta, che le genti alpine siano abbandonate. Fatta eccezione per Cortina, il Cadore fa una vita grama. Una delle popolazioni più sane e belle del nostro Paese non sa come campare. E la strada delle Cime di Lavaredo – si afferma –, questa strada che diventerà famosa in tutto il mondo, porterà migliaia e migliaia di turisti. Al paragone, gli altri percorsi dolomitici spariranno addirittura. Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. E’ vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?

Massimo Mila + Cesare Martinato

C’è infatti un modo di conoscere che è puramente mentale, una faccenda dell’intelligenza e basta. E c’è un modo di conoscere con i propri muscoli, con la propria carne, con la propria esperienza. Questo è quel “conoscere” che è assieme un “fare” e che è proprio di Dio il quale, come dicevano teologi e filosofi, conosce il mondo in quanto l’ha creato, l’ha fatto.
L’alpinismo è appunto una delle forme di conoscenza dove più inestricabilmente si uniscono il conoscere e il fare. Dove il soggetto si impadronisce anche materialmente dell’oggetto conosciuto.
Le montagne che non abbiamo ancora salito sono qualche cosa di esterno a noi. Materia grezza non ancora illuminata dalla luce dello spirito. Le montagne che abbiamo già “fatto” sono diventate parte di noi stessi, condividono la nostra natura umana. Non son più materia, ma spirito.

[Massimo Mila, Scritti di montagna, Einaudi, 1992, pagg. 26-27.]

La fortuna di conoscere persone variamente interessanti si manifesta anche negli ottimi spunti, contributi, opinioni, idee, opere, altrettanto variamente intriganti, che mi sanno offrire. Quando poi si manifestano quasi in contemporanea, per una di quelle “coincidenze” che non viene da ritenere tali ma fenomeni più attinenti alle cosiddette congiunzioni astrali (se mai se ne possano identificare al punto da credervi ma facciamo che sì, si possa), tali spunti diventano ancora più interessanti e intriganti.

Così ieri Federica Baldelli ha richiamato la mia attenzione su quel passo del celebre scritto montano di Massimo Mila (che fu musicologo di fama mondiale ma pure ottimo alpinista) e, poco dopo, Cesare Martinato, fotografo di gran pregio, ha pubblicato l’immagine che vedete lì sopra. E l’un e l’altro contributo dei due amici mi sono subito sembrati del tutto armonici. Ecco.