Il DDL montagna e la caccia sui valichi montani: cui prodest?

[Foto di jacqueline macou da Pixabay.]
Uno dei passaggi – in forma di emendamento – più controversi del recente “DDL Montagna” approvatolo scorso 11 settembre in montagna è quello che riapre la caccia su 475 valichi montani lombardi, bypassando le sentenze dei tribunali (TAR e Consiglio di Stato, per la precisione) che l’avevano precedentemente vietata.

Ovviamente l’emendamento è stato calorosamente festeggiato dai cacciatori e duramente contestato dagli animalisti nonché, in particolar modo, dal Centro Italiano Studi Ornitologici, la principale associazione scientifica nazionale, che negli stessi giorni cui si approvava il DDL Montagna curava a Lecce il XXII Convegno Italiano di Ornitologia, elaborandovi una specifica risoluzione critica sulla questione votata all’unanimità. Al netto di ciò ovvero di questo tema in generale, è comunque vero e risaputo da anni che la situazione dell’avifauna in Italia è problematica: dei 250 uccelli che nidificano nel Paese, il 30% è in stato di conservazione “cattivo” e il 33% in stato “inadeguato”; alcune specie un tempo del tutto “ordinarie” come la rondine, l’allodola e il saltimpalo hanno subito perdite drammatiche, rispettivamente del 51%, 54% e 73%.

Da persona che non farebbe (e non fa) del male a una mosca, come si usa dire, tanto più con un’arma da fuoco, e che non coglie nessun raziocinio nell’attività venatoria praticata per svago, ma di contro – al netto di quanto appena rimarcato – conoscendo cacciatori più assennati di certi “ambientalisti” e consapevole del fatto che, ad esempio, sulle “mie” montagne la manutenzione residua di certe zone sono rimasti solo i cacciatori a eseguirla (per loro interesse, certo, ma intanto la fanno, contribuendo a mantenere transitabili molti sentieri e agibili le zone attraversate altrimenti dimenticate da tanti “amanti della natura”) nonché da studioso dei paesaggi e delle culture montane, trovo parecchio bizzarro se non assurdo che attraverso un emendamento a una legge si consenta la caccia su ben quattrocentosettantacinque valichi montani ove prima era vietata. Non su qualche valico in più di prima ma su quasi cinquecento, cioè pressoché ovunque – restano interdetti all’attività venatoria 23 valichi, praticamente solo quelle compresi in aree protette e salvaguardati da specifiche tutele normative.

Per come l’emendamento è stata promulgato, più che una concessione o un’apertura alla caccia mi pare un vero e proprio “liberi tutti”, ma forse mi sbaglio; tuttavia mi chiedo, senza alcuna retorica: veramente la caccia ha bisogno di avere accesso a tutti quei valichi prima interdetti per poter essere praticata in modi «responsabili e sostenibili» (come le stesse associazioni venatorie sostengono della loro attività)? Forse prima erano troppi quelli vietati? E ora, a situazione ribaltata?

Un’altra questione di frequente citata sul tema venatorio, è che certa politica – di quale colore sia non importa – approvi tali risoluzioni favorevoli all’attività venatoria per sostenere o per compiacere la “lobby” della caccia e delle armi. Questione plausibile, visto il comportamento di quella certa politica, d’altro canto mi chiedo: ma esiste veramente una “lobby” della caccia ed è realmente così potente nella sua influenza sui politici?

[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]
In verità, il numero dei cacciatori in Italia è da decenni in costante forte calo: oggi se ne stimano tra i 5 e i 600mila attivi (alcune fonti ritengono siano ancora meno) peraltro con un’età media sempre più elevata; nel 1980 erano più di 1,7 milioni, nel 2000 già calati a 800mila circa. Se questo trend dovesse continuare anche nel prossimo futuro, in pochi anni la categoria si estinguerebbe, quasi. Ciò determina che il giro d’affari del settore armi e munizioni per uso civile subisca da tempo una altrettanto forte contrazione: ormai dati quali i fatturati complessivi delle industrie del settore, il giro d’affari stimato o il numero degli addetti rappresentano degli “zero-virgola” rispetto ai macrodati economici e industriali nazionali.

Sia chiaro: so bene che possa fare lobbying anche un piccolo gruppo di individui particolarmente potenti, ma in presenza di determinate circostanze che alimentino la loro influenza e, di contro, le più adeguate contropartite. Circostanze che tuttavia io qui non vedo e non colgo.

Dunque, perché tale vibrante sensibilità da parte di quella certa politica a favore della caccia, al punto da andare contro sentenze giuridiche e infilare emendamenti a leggi già definite pur di sostenere l’attività venatoria (giusto o sbagliato che sia, ribadisco)? Si tratta di pura ideologia di parte legata a convenienze elettorali (ma quali, posto quanto sopra evidenziato)? Forse che tutti gli esponenti di quella certa parte politica siano cacciatori praticanti? (Possibile ma invero assai improbabile.) Oppure c’entra il fatto che l’attività venatoria è comunque parte, seppur in abiti “civili”, dell’industria bellica militare, da sempre legata a triplo filo al potere politico e dunque dotata di una irresistibile influenza al riguardo – non fosse altro per le montagne di denaro che vi sottendono? O ancora è solo perché i politici odiano gli animali eccetto soltanto quelli domestici personali? (Possibile anche questo, ma mi auguro altamente improbabile). Oppure ancora c’è sotto dell’altro, lecito tanto quanto spinoso?

Insomma: la questione, al netto delle sue evidenze concrete, mi pare possegga una “logica” – se di logica si può parlare – alquanto ambigua e sfuggente. D’altro canto, proprio per questo, mi appare assolutamente emblematica rispetto a ciò che oggi è la politica (tutta, non solo certa), sempre parecchio attenta e impegnata – sovente con motivazioni scarsamente logiche e sostenibili – su questioni molto poco utili alle comunità sulle quali governa e quindi assai svagata sulle reali problematiche che determinano la quotidianità dei cittadini, nonché perennemente distaccata, se non alienata, dalle realtà materiali e immateriali dei territori governati – in ambito economico, sociale, culturale, ecologico, ambientale, eccetera.

Rimarco tutto questo, ribadisco, senza retorica e non essendo di principio contro la caccia, semmai essendo sempre favorevole e alla ricerca del buon senso, in tutto ciò che viene compiuto nel mondo in cui tutti viviamo e dei cui eventuali danni – ove le cose siano fatte senza buon senso ciò accade sempre – tutti possiamo subire le conseguenze.

P.S.: gli ultimi aggiornamenti sulla questione – variamente inquietanti – li ha elencati l’amico Alberto Marzocchi con questo articolo sul “Fatto Quotidiano” del 28 settembre.

Il “DDL Montagna”? È il solito «piuttosto che niente meglio piuttosto»


Dunque, il 10 settembre scorso il Senato italiano ha approvato il cosiddetto “DDL Montagna, ovvero il Disegno di legge per il riconoscimento e la promozione delle zone montane. È la prima legge nazionale che parla di montagna da 30 anni a questa parte e contiene numerose disposizioni a favore di sanità, istruzione, agricoltura e servizi nelle aree montane: ci sarebbe da festeggiare parecchio, a vederla così, e in parte è giusto farlo visti i tre decenni di noncuranza istituzionale nei confronti della montagna finalmente conclusi.

Di contro siamo in presenza di una legge italiana, promulgata dalla politica italiana – e di quale parte politica non importa nulla, visto il panorama generale: ciò fa subito aguzzare vista e mente sicché rapidamente nel testo promulgato si colgono alcuni aspetti primari che non possono non far storcere il naso, inevitabilmente.

Il primo e più palese (infatti è quello che in tanti già rimarcano) è la dotazione finanziaria della legge, 200 milioni all’anno per l’intero paese (nel triennio 2025-2027). Facendo i conti della serva e dividendo la somma per le 20 regioni italiane, ciascuna delle quali comprende territori montani e dunque ne può beneficiare, fanno 10 milioni a regione. Praticamente quanto costa un singolo impianto di risalita e nemmeno dei più grandi, come quelli che a decine vengono finanziati da soldi pubblici in comprensori sciistici spesso prossimi alla chiusura per ragioni climatiche e/o economiche.

Il secondo: l’assoluta assenza, nel DDL, di misure atte a contrastare le conseguenze della crisi climatica in divenire, particolarmente evidenti e impattanti sui territori di montagna.

Il terzo, di carattere generale ma purtroppo inevitabile quando si ha a che fare con la politica e la burocrazia italiche: il passaggio dalle parole (e dalle promesse) ai fatti concreti ed efficaci. Il testo della legge contiene numerosi intendimenti importanti e lodevoli: anche al netto della dotazione finanziaria più o meno scarsa, l’amministrazione pubblica saprà “mettere a terra” quegli intendimenti producendo risultati realmente vantaggiosi per i territori montani? I decreti e le disposizioni attuative necessarie a ciò saranno messi in atto rapidamente ed efficacemente? La burocrazia sarà conseguentemente snellita o finirà di nuovo per rallentare e magari per bloccare le azioni previste?

Fatto sta che, posto quanto sopra e riflettendo in maniera generale sul tema, a me pare che ancora una volta (l’avevo già denotato qui) la montagna venga condannata al principio del «Piutost che nient l’è mej piutost», come si dice nel dialetto milanese: piuttosto che niente, è meglio piuttosto. Una condizione che rinnova il costante stato di precarietà nel quale le nostre montagne giacciono da tempo, che alla fine di realmente concreto e tanto meno «rivoluzionario» non porta niente o quasi, e piuttosto rimarca l’attenzione pervicacemente (nonché deprecabilmente) scarsa nonché l’altrettanto costante assenza di una visione strategica organica da parte della politica italiana per i territori montani, le loro comunità e il miglior sviluppo futuro – economico, sociale, ecologico, culturale – per esse possibile.

Sono troppo pessimista? Può essere, anzi, me lo auguro vivamente.

Il “Patto Territoriale” per il turismo in Valsassina: tra milioni di Euro a pioggia, entusiasmi poco giustificati, seggiovie assurde e la (ri)scoperta dell’acqua calda

È certamente apprezzabile la considerazione che Regione Lombardia riserva alla Valsassina, cioè in buona sostanza alle montagne della provincia di Lecco maggiormente interessate dal turismo – il cui territorio comprende un’altra valle prealpina di grande valore, la Valvarrone – attraverso lo stanziamento di 36 milioni di Euro complessivi per la realizzazione degli interventi previsti dal “Patto territoriale per lo sviluppo delle aree montane e dei comprensori sciistici ed escursionistici dei piani di Bobbio-Valtorta e dei piani di Artavaggio in Valsassina  – Strategia locale per lo sviluppo integrato e sostenibile della Valsassina” (fonte qui).

Un po’ meno apprezzabile – a parere di chi scrive – seppur ormai consolidata e triste abitudine della politica nostrana, è l’entusiastica strumentalizzazione propagandistica di questi interventi della quale si può leggere sulla stampa locale (siamo in campagna elettorale, d’altro canto): interventi che comprendono la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio, l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio e una nuova seggiovia a servizio della pista che da Bobbio scende verso Nava, oltre a opere stradali e accessorie.

[La funivia Moggio-Piani di Artavaggio, costruita nel 1961 e rimasta in servizio fino a quest’anno.]
Perché è meno apprezzabile? Perché uno sguardo più obiettivo sulla questione rileverebbe che gli interventi sugli impianti di arroccamento per i Piani di Bobbio e di Artavaggio non sono affatto «emblematici» come sostenuto, al punto da suscitare siffatti entusiasmi propagandistici, ma sono inesorabilmente obbligati, rappresentando infrastrutture giunte a fine vita tecnica o che necessitano gioco forza di rinnovamento e peraltro essendo la funivia per Artavaggio classificata come “Trasporto Pubblico Locale”: non potevano essere evitati e tanto meno negati, in pratica, pena la fine delle due località non solo dal punto di vista turistico. Per essi l’esultanza pur legittima è un po’ come per la scoperta dell’acqua calda, insomma.

[L’attuale cabinovia che da Barzio raggiunge i Piani di Bobbio, costruita nel 1993.]
Parimenti non c’è da felicitarsi, anzi, c’è solo da sconcertarsi per la riproposizione della citata seggiovia tra Nava e i Piani di Bobbio, bocciata già anni fa sia per «l’impossibilità di omologare il tracciato che discende la montagna fino al centro urbano, sia per il sopraggiunto disinteresse delle parti a investire nello sci ampiamente sotto i mille metri» (fonte qui). E se già si manifestava disinteresse tempo addietro per la costruzione di nuovi impianti sciistici a certe quote, figuriamoci oggi e ancor più nei prossimi anni con la crisi climatica che accresce senza sosta i suoi effetti, particolarmente visibili proprio sulle Alpi. Verrebbe quasi da pensare a un atteggiamento da negazionismo climatico bello e buono, ma ovviamente la speranza è che non sia così. D’altronde tutto ciò è reso ancor più emblematico da quanto dichiarato non più tardi di un anno e mezzo fa (settembre 2022) dalla società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio, riguardo questa prevista seggiovia: «Si tratta di una vicenda del passato che nulla ha a che fare con i nostri investimenti a monte in corso attualmente: Itb ha un’altra programmazione e un’altra prospettiva. Al termine dei lavori il ripristino dell’area e la componente naturalistica saranno la priorità» (fonte qui).

Dunque? Dov’è la logica in tutto ciò? E dov’è la coerenza, dove la visione strategica locale a lungo termine che dovrebbe essere propria di un autentico e sostenibile patto territoriale?

[La pista di discesa tra i Piani di Bobbio e Barzio che percorre il versante di Nava, detta “d’emergenza” perché sarebbe dovuta servire per il rientro degli sciatori a valle in caso di fermo della cabinovia e mai entrata ufficialmente in servizio (anche perché quasi mai innevata), nei pressi della quale si vorrebbe realizzare la nuova seggiovia.]
In verità, è arduo non rimarcare quanto risulti sconcertante pensare di spendere milioni di Euro di soldi pubblici (3, a quanto si sa) per una seggiovia quadriposto che nasce già rottame, viste le condizioni nelle quali si realizzerebbe; ancor più lo è al pensiero dei molti investimenti che la Valsassina e la sua comunità avrebbe bisogno per mantenere i propri servizi di base ad un livello accettabile per un territorio di montagna. Investimenti e servizi che, tocca nuovamente constatare, non così sembrano funzionali all’entusiasmo e alla propaganda della classe politica odierna come quelli destinati al turismo di massa, nemmeno di quella che verso le montagne dovrebbe manifestare maggiore riguardo e sensibilità.

Si badi bene: queste mie considerazioni non concernono gli aspetti ecologici o ambientali della questione e tanto meno quelli politici e amministrativi ma la logica, la razionalità, la visione realmente strategica a favore della montagna e delle comunità locali… in breve il buon senso. Questo è, innanzi tutto: una questione di buon senso. Per capire se sia presente e attivo oppure no è indispensabile analizzare, indagare, pensare, riflettere a trecentosessanta gradi sul contesto, porsi domande e richiedere risposte plausibili, se non vi siano. Servono ad alimentare questa dinamica culturale, tali mie considerazioni.

Infine, due appunti personali. Il primo: per la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio è prevista una spesa di 15 milioni di Euro. Temo che non basteranno per la tipologia e le caratteristiche dell’impianto in questione, e che ne serviranno parecchi di più, ma ovviamente spero di sbagliarmi.

Il secondo: peccato che l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio non preveda una nuova linea prolungata con partenza dal fondovalle, qui ambientalmente integrata (ad esempio tramite una stazione semi-interrata e parcheggi sotterranei) e con intermedia dove ora c’è la stazione di Barzio, il che veramente risolverebbe l’annosa questione del traffico tra le vie del comune dell’Altopiano valsassinese e agevolerebbe un sistema di trasporto pubblico integrato dall’area milanese (treno+bus+cabinovia) al servizio del comprensorio sciistico che, per un paese come l’Italia, rappresenterebbe qualcosa di rivoluzionario, consentendo a un vastissimo pubblico di andare a sciare d’inverno o a camminare d’estate in una bellissima località montana senza utilizzare l’auto.

Purtroppo, invece, restiamo ancora qui a entusiasmarci per l’acqua calda. Che serve, sia chiaro, ma sperando che il riscaldamento globale non renda bollente al punto da non potersene servire più.

N.B.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal quotidiano on line “ValsassinaNews“.

Lo sci è un’attività “esclusiva”? Sì, nel senso che esclude tutti gli altri frequentatori delle montagne. Una chiacchierata con Michele Castelnovo, Guida Ambientale Escursionistica

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 16 marzo 2024.)

Michele Castelnovo (Lecco, 1992), laureato in filosofia, è giornalista e comunicatore per lavoro nonché Guida Ambientale Escursionistica professionista. Con il suo progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta «della bellezza più autentica delle montagne lecchesi», come scrive nel proprio sito: un’attività che sulla base di una grande passione per la montagna lo rende un profondo conoscitore dei territori montani lecchesi – in effetti per molti versi tra i più emblematici delle Prealpi lombarde posta la loro prossimità alla iper antropizzata area dell’hinterland di Milano – e non solo di quelli.
Qualche giorno fa sulla stampa locale Castelnovo ha espresso alcune considerazioni alquanto significative, in forza della loro peculiarità, sull’impatto culturale della presenza dei comprensori sciistici sulle montagne che li ospitano e vengono attrezzate di conseguenza (ne scrissi anche qui). È da queste importanti riflessioni che si sviluppa una chiacchierata con Castelnovo sugli aspetti culturali della frequentazione turistica delle montagne, còlti e analizzati attraverso la sua esperienza professionale sul campo oltre che, come detto, dalla personale appassionata conoscenza delle terre alte.

Recentemente, scrivendo dei Piani di Artavaggio, in provincia di Lecco, ex stazione sciistica a 1600 metri di quota oggi rinomata meta ecoturistica ma nella quale si vorrebbe ripristinare lo sci su pista con la realizzazione di nuovi impianti, ha espresso una considerazione parecchio significativa: «Dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.» Cosa intendeva dire?

«Credo che questo aspetto venga preso poco in considerazione quando si parla di impianti sciistici. Sui regolamenti dei comprensori leggiamo che è vietato percorrere le piste da sci con mezzi diversi da sci, motoslitte e tavole, e che parimenti è vietato percorrere a piedi le piste. Giustamente, certo, per ragioni di sicurezza. Ma così facendo si impone una limitazione alla frequentazione di uno spazio che per sua natura è libero: la montagna. In un certo senso è una privatizzazione di uno spazio pubblico, perché solo una precisa categoria ha accesso a quella porzione di territorio: gli sciatori paganti. Tutti gli altri? Esclusi. Parlo di ciaspolatori, scialpinisti, ma anche semplici escursionisti. Loro non hanno diritto di frequentare quella parte di montagna? Si potrebbe obiettare che potrebbero andare altrove. Ma ci sono territori interi (penso ad alcune zone dell’Alto Adige, ad esempio) dove è praticamente impossibile trovare versanti liberi da impianti.»

Spesso si sostiene che alla montagna contemporanea, anche più di una virtuosa gestione politico-amministrativa, occorra un cambio dei paradigmi e degli immaginari culturali – se non proprio monoculturali, vedi sopra – in base ai quali le persone la frequentano. Da professionista della montagna cosa ne pensa al riguardo, e a suo parere è in corso questo cambio oppure certi modelli elaborati nel passato resistono ancora?

«Come accade ogni volta che c’è un cambiamento significativo, c’è sempre una certa resistenza nell’accoglierlo. Eppure, credo che qualcosa si stia muovendo. La richiesta di attività outdoor sostenibili, dalla pandemia in poi, è in crescita costante e continua. Le persone oggi sono molto più attente alla sostenibilità, sia ambientale che sociale. Ci sono territori in cui anche le istituzioni si sono dimostrate virtuose e lungimiranti nel cogliere e accompagnare il cambiamento in corso. Mi spiace constatare invece che nella mia regione, in Lombardia, siamo ancora molto indietro: la quasi totalità degli investimenti pubblici per promuovere il turismo in montagna va a finanziare l’innevamento artificiale nei comprensori sciistici. Alle altre attività arrivano giusto le briciole.»

In qualità di Guida Ambientale e Escursionistica, con il progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta di alcuni degli angoli più interessanti delle montagne lecchesi. A proposito di immaginari, cosa vede negli sguardi delle persone che accompagna, e quali emozioni e idee intuisce che elaborino, nel mentre che si trovano a stretto e non mediato contatto con l’ambiente naturale montano?

«Vedo innanzitutto felicità. Ed è la cosa più bella, come una luce speciale che si accende negli occhi delle persone quando sono in montagna. Anche nelle piccole cose. In una delle ultime escursioni abbiamo trovato una salamandra a bordo del sentiero. Le persone che erano con me sono rimaste entusiaste, perché non ne avevano mai viste prima e sono sicuro che rimarrà il ricordo per molto tempo. In un’altra occasione ho chiesto di scrivere su un foglietto, in forma anonima, cosa significasse per ciascuno l’andare in montagna. C’è chi ha scritto che è in montagna trova se stesso, chi ne apprezza il senso di libertà e chi il silenzio, chi ama la sensazione di sentirsi piccoli davanti a un paesaggio maestoso. È stato un momento di condivisione molto intenso. Le persone che partecipano alle mie uscite di solito arrivano dalla Brianza o da Milano e dopo una settimana di lavoro hanno bisogno di staccare dai ritmi forsennati del lavoro in città; oppure si tratta di persone che si sono trasferite qui da poco, che vogliono scoprire il territorio che li ha accolti e al tempo stesso vogliono incontrare persone nuove. Questa cosa mi piace particolarmente: la montagna crea relazioni, da sempre.»

(⇒ L’intervista continua su “L’AltraMontagna”: cliccate qui. Le immagini presenti nell’articolo sono tutte di Michele Castelnovo.)

In Lombardia l’assistenza familiare alle persone malate vale quanto un paio di seggiovie?

Ditemi pure che quanto leggerete di seguito sia “populista” o qualcos’altro del genere, ma constatare che in Lombardia lo stanziamento di risorse pubbliche regionali per tutto l’anno 2024 a favore dei caregiver, cioè i familiari che accudiscono persone malate e non autosufficienti, corrisponda al singolo finanziamento per il rilancio di un comprensorio sciistico che per caratteristiche geografiche e in forza della realtà climatica non ha futuro, trovo che sia a dir poco sconcertante. Oltre che profondamente significativo riguardo la qualità e gli intenti della classe politica che ne è fautrice.

Non me ne voglia la comunità oggetto del finanziamento sciistico – che qui prendo ad esempio per la corrispondenza della cifra: il problema non è tanto questo (seppur da mio punto di vista, per come si vogliono investire in questi come in altri numerosi casi, siano soldi buttati via – l’ho già rimarcato qui) quanto il rapporto tra le due cose e, appunto, ciò che se ne ricava dal punto di vista politico, morale, civico. Cioè quanto se ne può dedurre rispetto al futuro del contesto lombardo e della sua società civile con un tale modus governandi regionale.

Evidentemente, in Lombardia, la politica persegue priorità sovente antitetiche alla quotidianità dei cittadini, i quali non avranno a disposizione risorse sufficienti per accudire i loro cari in difficoltà ma seggiovie e cannoni sparaneve sì, a iosa.