Perché mai l’antifascismo non può essere anche di destra?

Manifestazione antifascista/antinazista a Londra, nel 1935.

Fin dalle sue origini siamo abituati a considerare l’antifascismo un atteggiamento ideologico e politico appartenente in maniera pressoché esclusiva alla sinistra, nelle sue varie componenti e correnti: la cosa è storicamente naturale ovvero in qualche modo “genetica” alla natura di questa componente politica, e dunque ci sta.

Di contro, non capisco affatto perché non ci sia, e non possa esserci, un antifascismo più o meno militante, ma comunque politicamente strutturato, nella destra. La risposta che sovente sento o leggo al riguardo, «perché il fascismo è di destra», a mio modo di vedere ha ben scarso valore reale: perché è vero che le varie forme di totalitarismo fascista che si sono manifestate nella storia sono derivate (e derivano, nelle forme neo- attuali) da estremizzazioni ideologico-politiche di destra (quantunque alle sue origini, in Italia, non mancavano impulsi provenienti pure da certa sinistra rivoluzionaria non marxista), ma è altrettanto e inesorabilmente vero che le estremizzazioni fasciste, di pensiero e d’azione, della destra hanno sempre cagionato immani disastri politici (e non solo) a tale schieramento. Ciò a prescindere dai vari altri elementi politici, culturali, sociali, antropologici eccetera, specifici della realtà italiana o meno, che possono essere considerati al riguardo, assolutamente importanti ma, per il principio qui dissertato, aggiuntivi.

Per questo io veramente non capisco perché la destra, come e più della sinistra, non generi un antifascismo altrettanto naturale di quello dell’altra parte ma, per certi versi, ancor più necessario, proprio per non finire continuamente vittima della natura autolesionista e distruttiva dell’estremismo fascista. Anche perché, in mancanza di questo atteggiamento, viene facile pensare che il fascismo sia sempre e comunque un prodotto inevitabile della politica di destra anche più che il comunismo “sovietico” per la sinistra, la quale se ne è in vario modo svincolata – nel bene e nel male, sia chiaro.

Credo invece sia un atteggiamento indispensabile per la stessa salvaguardia di un autentico e virtuoso pensiero politico di destra il quale, se vuole rivolgersi verso il futuro in maniera costruttiva (per se stesso in primis) deve e dovrà assolutamente fare i conti con il proprio ingombrante e tragico passato, una volta per tutte, e altrettanto eliminare definitivamente dalla propria cultura qualsiasi metastasi fascista, che non può e non deve avere nulla a che fare con nessuna posizione liberale, conservatrice, populista, boghese, sovranista o che altro. Posizione che potrebbe pur essere dura e radicale ma che in ogni caso, se vuole assicurarsi un certo valore politico e culturale, deve essa per prima combattere qualsivoglia deriva fascista e fascistoide. Altrimenti la sorte che si riserva è e sarà sempre quella: tragica, distruttiva, devastatrice rispetto a quegli stessi valori di cui pretende di essere rappresentante e baluardo.
Ciò che in buona sostanza sta già (ri)accadendo ora, in Italia.

Per comprendere meglio la questione, mi permetto di consigliarvi nuovamente un libro recente e assolutamente illuminante, scritto da uno storico (e intellettuale, uno dei pochi che io riesca a definire tale) che trovo imprescindibile per chiunque voglia analizzare e cercare di comprendere la realtà contemporanea, le sue origini storiche – soprattutto moderne – nonché il futuro che probabilmente ci aspetta: Claudio VercelliNeofascismi, uscito per le Edizioni del Capricorno (cliccate sull’immagine del libro per saperne di più). Da leggere, senza alcun dubbio e soprattutto se si è di destra, già.

Tutti montanari, ma di un’altra razza

La mattina presto si sfalcia senza fatica. Di tanto in tanto bisogna affilare la falce con la cote che si porta nel bossolo allacciato alla cintura. La pietra dev’essere bagnata: c’erano bergamaschi, livignaschi o trepallesi che la portavano in tasca, prima di arrotare dovevano sputarci sopra, il che fino mezzogiorno richiedeva una notevole quantità di saliva, ma molti di loro ciccavano e la bocca restava umida; oppure ogni tanti pisciavano sulla cote, cosa che secondo loro la rendeva molto più mordente. Quelli erano appunto dell’altra parte, montanari anche loro, ma un’altra razza. I contadini qui hanno il portacote alla cinta e quando falciano si sente il cloc cloc della cote. Ogni tanto quando non c’è più niente da bere e non ci sono ruscelli in vicinanza, mandano i bambini a prendere l’acqua col bossolo e l’acqua ha il gusto di legno e di terra.

(Oscar Peer, Il Ritorno, Edizioni Casagrande, 2006, traduzione dal romancio di Marcella Palmara-Pult, pag.24.)

Gianni Rodari e il grembiule a scuola

Secondo me una classe non è veramente disciplinata quanto ascolta immobile e impassibile le spiegazioni del maestro, pena un brutto voto in condotta, ma quando sta facendo una cosa interessante, così interessante che a nessuno viene in mente di guardare dalla finestra, o di tirare le trecce alle bambine, o di leggere un fumetto sotto il banco.

(Gianni Rodari su Il Corriere dei Piccoli, 1968.)

Già: se all’indossare o meno un grembiule a scuola si associa un concetto di “ordine” (o meno), allora quel grembiule diventa una mera “uniforme”. Che uniforma, appunto: omologa, normalizza, massifica. Quando invece l’ordine, in una scuola, è una virtù culturale in quanto frutto della qualità del suo lavoro didattico: che non massifica mai, anzi, che esalta le doti individuali degli alunni aiutandoli a trovare per ciascuno la propria strada – accademica, professionale, specialistica, creativa… – nel futuro. Vestiti come si vuole: con gusto, ovviamente, ma come si vuole. Ecco.

Scrivere è come arare la Terra

Scrivere non è che una tappa sul cammino della consapevolezza di appartenere alla Terra. L’atto di scrivere non può essere una semplice reazione, un gesto impulsivo e autoreferenziale per soddisfare mere necessita dell’ego o economiche; e soprattutto non può prescindere dall’interazione profonda con il rilevamento topografico prodotto dalla psiche impegnata a registrare il fare dal nulla. La scrittura è un atto fisico. Scrivere è come arare: abbiamo i semi da sotterrare, da affidare alla Terra, da coprire e poi curare, facendo un patto con la vita che ci ha originato e che ci concede di essere conosciuta e sperimentata nel tempo che ci è dato. Ma prima, questi semi, dobbiamo intercettarli nella brezza che li culla. Senza l’ascolto, senza il silenzio che cammina con noi, sarà difficile coglierne il lieve frullare in quel venticello.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.25.)

Il Salone del Libro, i fascisti e il vero nocciolo della questione

Che ne pensate, colleghi scrittori/autori, di questa vicenda che sta “scuotendo” (se vogliamo metterla così) il Salone del Libro di Torino, prossimo all’apertura della sua 32a edizione?

A prescindere da tutto, a me la vicenda non piace affatto perché sovraccarica l’evento di un fardello politico-ideologico che posso anche capire e condividere ma che trovo non debba mai – e ripeto: mai – zavorrare l’ambito culturale in ogni sua manifestazione. Purtroppo l’Italia è invece un paese che vive di bieche e stupide strumentalizzazioni, spesso funzionali a nascondere nel gran polverone sollevato quei tantissimi cronici problemi che, lo sappiamo bene, affliggono tremendamente anche la produzione culturale, con danni agghiaccianti sulla società civile e sull’opinione pubblica.

Per il resto – parlando pure da autore che ha pubblicato e pubblicherà ancora a breve per Historica, la casa editrice di Francesco Giubilei col quale mai ho avuto problemi, anche in presenza di opinione divergenti – credo che non si possa vietare la presenza a nessuno che non abbia specifiche pendenze giuridiche e penali, anche quando sia palese un legame con entità che invece tali pendenze le abbiano. Altrimenti si darebbe valore a un principio arbitrario che finirebbe per causare danni tremendi alla libera circolazione delle idee: che è e deve sempre restare libera, appunto. E che, di conseguenza, deve liberamente poter agire contro chiunque e qualsiasi cosa operi per limitarne la libertà. Ma non certo preventivamente: semmai sulla base dei fatti diretti concreti e provati, palesati in sede pubblica e qui, se è il caso, messi alla gogna. In tal senso, dunque, la partecipazione di entità editoriali “ambigue” ad un evento come il Salone del Libro può pure diventare (dovrebbe, mi viene da dire) motivo di ancor maggiore analisi critica, pure di matrice duramente oppositiva, delle loro produzioni.

La posizione assunta dal direttore del Salone, Nicola Lagioia, mi pare dunque ottima e totalmente condivisibile. Giustamente Lagioia ha scritto: «Il Salone si basa sulla condivisione. È il motivo per il quale, ora, farei parlare il Salone e basta. Ed è il motivo per il quale, da ora in avanti, sarà il Salone a parlare per noi – i suoi incontri, i suoi dibattiti, le sue presentazioni, la sua comunità.» Nulla da eccepire, appunto.

C’è poi un problema a mio modo di vedere ben maggiore, ahinoi, al di sopra di tutto ciò: ovvero la minima, se non nulla, capacità dell’opinione pubblica italiana di contrastare, culturalmente, politicamente e giuridicamente, gli estremismi ideologici e politici che in essa si sviluppano, troppo spesso sottovalutati e pure troppe volte giustificati, sostenuti, approvati per mera ignoranza nonché mancanza di memoria (la storia nazionale agli italiani proprio non insegna nulla, purtroppo) e senso civico. I quali estremismi, per essere chiari, vanno sempre perseguiti fino a ottenere la loro eliminazione giuridica e materiale. Non si possono censurare dei libri ritenuti (anche giustamente) “pericolosi” se prima non si è capaci di contrastare la causa di tale pericolo: sarebbe come pretendere di spegnere l’incendio di un bosco con il piromane che davanti a tutti continua liberamente ad accendere le micce. Altrimenti vivremo continuamente tra le fiamme e inesorabilmente finiremo per ustionarci gravemente, prima o poi – e non certo per colpa dei libri.