Be’, in tutta sincerità vi dico che a me i “terrapiattisti” – sì, i seguaci dell’idea che la Terra sia piatta e non sferica, i quali si sono trovati di recente in Gran Bretagna e hanno dato il “meglio” di loro stessi a sostegno della propria “teoria” (ne parla anche Dario Bonacina, qui) – mi stanno simpatici. Già, perché non vorrei che alla base di tutto – di tutto ciò che sostengono, intendo dire – vi sia stato solo un terribile equivoco. Tipo come quando qualcuno senta provenire dalla casa di un vicino degli spari e, sgomento, chiami la Polizia sostenendo che vi sia stata una sparatoria, e della cosa ne venga a sapere la stampa locale e di essa qualche giornalista tanto solerte quanto poco professionalmente deontologico pensi ad uno scoop servito su un piatto d’argento e ci scriva subito sopra un accattivante pezzo sull’ennesima “strage in famiglia” sicché la gente legga tutto quanto e se ne convinca e dalla mattina dopo in poi non si parli che di quello con inesorabile contorno abbondante di commenti, opinioni, giudizi e sacrosante verità, quando invece si trattava soltanto di un televisore sintonizzato su un serial poliziesco col volume troppo alto.
Ecco: non vorrei che un leader terrapiattista – cioè uno dei primi ad aver avviato il relativo “movimento”, intendo dire – per motivi non identificabili e comunque probabilmente futili abbia messo uno accanto all’altro un libro di geografia e l’esito del suo encefalogramma, e li abbia tragicamente confusi. Già.
Che poi, a ben vedere, è un peccato (per la civiltà umana) che non abbiano ragione: nel caso, basterebbe caricarli tutti quanti su un convoglio ferroviario e poi vederli cadere nel vuoto cosmico, una volta oltrepassato il bordo terrestre, giubilanti – se così andasse – per aver dimostrato la loro ragione. Invece no, buon per loro: dopo un po’, ce li vedremmo ritornare dalla parte opposta, sempre analfabetico-funzionalmente convinti delle loro idee, ovvio.
Bah, tanto vale chiuderli in una stanza a giocare perpetuamente a Pac Man. In fondo, a quanto pare e al di là della loro “teoria”, è la sola cosa che hanno in mente. Solo dei teneri e simpatici nostalgici dei primi videogames, insomma, dell’epoca in cui la Terra era quasi più piatta dei televisori in uso per giocare!

Richard Pearson, quarantaduenne pubblicitario, si reca a Brooklands, una cittadina come tante tra Londra e l’aeroporto di Heathrow, chiusa tra autostrade e strade di grande traffico. Alcune settimane prima suo padre, ex aviatore settantacinquenne, era rimasto fatalmente ferito da un cecchino in un enorme centro commerciale di Brooklands, il Metro-Centre, un complesso di magazzini, alberghi, piscine, centri sportivi con una propria televisione via cavo che trasmette pubblicità, dibattiti e partite di calcio, hockey e rugby. Sperando di capire qualcosa di più sulla tragedia, Richard incontra l’avvocato del padre e la giovane dottoressa Julia Goodwin che ha prestato le prime cure al padre dopo la sparatoria. Protetto da un’inquietante rete di omertà, il principale indiziato viene rapidamente rilasciato dai magistrati locali. Richard decide di trovare il vero colpevole. Al centro del mistero è il Metro-Centre. Questo è il tempio del consumismo più sfrenato che, a Brooklands, convive con una passione ossessiva per gli sport e un nazionalismo perverso e violento. Gli attacchi alle comunità d’immigrati sono all’ordine del giorno e gli incontri sportivi sembrano raduni politici.

