Dalle placche rocciose fra i massi, su cui stesi nei sacchi piuma attendevamo la notte, contemplavamo il Mont Velan, ricoperto dalla caratteristica e favolosa calotta bianca. A ovest, da dove venivamo, si profilava oltre le creste l’intero gruppo del Bianco, dove erano riconoscibili le singole cime a cui eravamo stati così vicini pochi giorni prima. Rivedere i monti lasciati da poche o molte tappe e scorgere in direzione opposta quelli che desideravo raggiungere faceva nascere in me un sentimento molto incoraggiante, che dipendeva dalla familiarità; era come se il viaggio mi permettesse di stringere o arricchire relazioni con personaggi non umani delle Alpi, dove ciascuno di essi testimoniava qualcosa di universale presente nella natura. Il permanere negli spazi aperti risvegliava un’arcaica propensione a percorrere la Terra per stringere alleanze; uno stimolo addormentato, e irriconoscibile, in chi vive protetto da muri e tetti. Le prime alleanze dell’uomo preistorico non potevano che essere con lo spirito presente negli elementi naturali e io sentivo rinascere in me quella propensione.
(Franco Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi, CAI / Ponte alle Grazie, 2020, pag.156.)
Tra le altre cose significative dice una verità ancestrale, Franco Michieli in questo brano: «Il permanere negli spazi aperti risvegliava un’arcaica propensione a percorrere la Terra per stringere alleanze; uno stimolo addormentato, e irriconoscibile, in chi vive protetto da muri e tetti». La stanzialità della razza umana è un “errore” che per ragioni funzionali abbiamo reso “ortodossia”: in realtà restiamo inconsapevoli animali nomadi e, in quanto tali, non possiamo non ricercare continuamente “alleanze” e relazioni con il mondo naturale che abbiamo intorno – anche quando in esso di “naturale” vi sia ormai ben poco. Non fare ciò significa annullare una parte fondamentale di ciò che siamo: qui sta l’errore, quantunque ignorato e incompreso eppure importante per le conseguenze che comporta. Anche se crediamo di essere semidei, assisi sulle nostre solide e inamovibili fondamenta, nel trascurare quella verità e quella pratica ancestrali, così ben evidenziate da Michieli, in effetti ci palesiamo come tra gli animali più ottusi che ci siano, ahinoi.






Uno dei comportamenti che sovente riscontro in numerosi individui e che trovo alquanto bizzarro – con tutto il rispetto, ma tant’è! – è il parlare di se stessi in terza persona. Ci facevo di nuovo caso qualche giorno fa, quando m’è toccato parlare con un tizio il quale, per sottolineare certe sue (presunte) doti professionali e cert’altre conseguenti attività, non faceva che riferirsi a se stesso con cognome e nome. Intuivo e immagino che fosse e sia un sintomo di egocentrismo e irrefrenabile arroganza da un lato o di grande insicurezza e indeterminatezza identitaria dall’altro – in fondo le due facce di una stessa medaglia – ma non arrivavo a supporre che sia addirittura il segno evidente della presenza di una patologia anche molto grave ovvero di una personalità alquanto frammentata che l’individuo adulto