“La Montagna del futuro” e la difesa delle Cime Bianche sul TGR della Valle d’Aosta

L’onda lunga delle impressioni derivate dall’incontro dello scorso sabato 23 maggio ad Aosta dal titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento” sta continuando a fluire: oltre ai numerosi articoli usciti sulla stampa e sui quotidiani on line, anche il TGR valdostano se n’è occupato con un servizio che ha provato a riassumere i temi e le tante considerazioni emerse dalla serata, nel quale trovate anche gli interventi di Nicola Pech e del sottoscritto.

Il servizio è al minuto 13’35” (cliccate sull’immagine per attivare il link):

Ringrazio molto i cronisti della sede RAI di Aosta per essere intervenuti all’incontro e averne dato testimonianza.

Le «bucket lists»? Ma ancora, con tutti i danni che hanno contribuito a fare?

Mi fa abbastanza specie, per non dire altro, constatare sulle pagine social (qui su Instagram, ad esempio) di Svizzera Turismo Italia – cioè la “filiale” italiana dell’Ente turistico federale svizzero – che ancora vengano pubblicizzate mete turistiche tramite la definizione «bucket list», e che lo faccia un paese che già da qualche tempo ha avviato un dibattito su come raccontare e pubblicizzare i propri luoghi turistici al fine di non alimentare i fenomeni di sovraturismo, o overtourism, che già interessano molti di quei luoghi.

[Circolo giallo e faccia inquieta le ho aggiunte io, ovviamente.]
Per chi non lo sapesse, bucket list significa letteralmente «lista dei desideri» o «elenco delle cose da fare prima di morire», ed è stata così utilizzata negli ultimi anni nel linguaggio del turismo di massa da essere ormai considerata una delle peggiori cause di intensificazione dell’overtourism. Infatti, con la diffusione di tali bucket lists sui social network e sui media (soprattutto quelli non tradizionali) alcune destinazioni sono rapidamente diventate, nell’immaginario collettivo, luoghi da visitare assolutamente appena se ne abbia la possibilità. Con il passaparola social (e non solo) che si genera fra i vari utenti, tali destinazioni vengono prese d’assalto da moltissimi turisti (peraltro non sempre responsabili e consapevoli, tocca denotarlo) portandovi pochi reali benefici e di contro notevolissimi disagi a luoghi e comunità locali.

Sconcerto, il mio, che cresce per il fatto che una delle origini conclamate del fenomeno delle bucket lists è proprio svizzera. Come ha denotato Marco Indovino in Overtourism: cause, effetti e soluzioni, «Un chiaro esempio al riguardo è quello accaduto nell’estate del 2017: a luglio è stato postato su Facebook un video che mostrava le bellezze di un fiume in Val Verzasca (in Canton Ticino, Svizzera Italiana) le cui acque cristalline e incontaminate ricordavano quelle delle spiagge tropicali, motivo per il quale la località è stata soprannominata “Le Maldive a un’ora da Milano”. Il filmato, che ha raggiunto milioni di visualizzazioni in pochissimo tempo, rivelava questo piccolo paradiso completamente sconosciuto ai più. Nel corso dell’estate la località è stata letteralmente presa d’assalto da decine di migliaia di persone che hanno trascorso la giornata cercando refrigerio nel fiume. Per i residenti della valle, non abituati ad un tale turismo di massa, sono emerse tutte le già note problematiche legate all’overtourism come l’aumento del traffico, la comparsa di rifiuti e soprattutto la perdita di autenticità del luogo dal momento che, il paradiso incontaminato tanto ricercato, non lo era più.»

[Il cosiddetto “Ponte romano” (in realtà del XVII secolo) o “Ponte dei salti” (per ragioni intuibili) a Lavertezzo, in Valle Verzasca, uno dei luoghi probabilmente più fotografati della Svizzera e parte di innumerevoli “bucket lists” turistiche. Immagine tratta da www.postauto.ch.]
Sono passati quasi dieci anni – ovvero, ribadisco, un decennio di grosse perplessità e ancor maggiori danni originati dalle bucket lists – e ancora in Svizzera insistono con il farne una fonte di attrazione turistica? Per poi magari lamentarsi del sovraffollamento presente in molte località delle Alpi svizzere che, peraltro, non avrebbero proprio bisogno di nulla, tanto meno di un lessico turistico così insensato e pernicioso, per attirare visitatori?

A me, sinceramente, pare una manifestazione di ottusità bella e buona, assolutamente evitabile, e un altro degli aspetti del turismo contemporaneo da mettere in discussione e rettificare al più presto.

Un viaggio nello spazio delle montagne e nel tempo dello sci, questa sera a Calolziocorte (Lecco)

Il primissimo sci sulle montagne italiane, a pochi passi da Milano; un luogo montano speciale, dalla storia millenaria e dall’anima “metro-montana”; una funivia che non fu solo un capolavoro ingegneristico ma che detenne persino alcuni primati mondiali; un turismo di cento anni fa ma che aveva caratteristiche che sarebbero tutt’oggi innovative; un viaggio suggestivo e affascinante nel tempo e nello spazio sull’onda di filmati, foto d’epoca, testimonianze dirette, aneddoti, narrazioni suggestive…

Avrete tutto questo, e molto di più, questa sera 29 maggio, nella sala conferenze del Monastero di Santa Maria del Lavello a Calolziocorte (Lecco), in “Sciare in Valcava. Il primo sci a un passo da Milano”, un evento promosso dalla Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino e dall’Ecomuseo Val San Martino nell’ambito della rassegna “ConoSCIamo. Storie di sci e montagna”.

Io, Giacomo Camozzini e Ruggero Meles vi guideremo in questo viaggio intrigante e vi racconteremo perché, su quelle montagne in vista del Duomo di Milano e sul loro paesaggio peculiare, si scrissero così tante pagine emblematiche e suggestive della frequentazione moderna e contemporanea delle montagne.

Quale trait d’union temporale (e non solo) tra quei tempi e il presente, saranno ospiti dell’evento Federico Pellizzari, atleta paralimpico vincitore di una medaglia d’argento nella combinata alpina maschile categoria standing alle recenti Olimpiadi di Milano Cortina, e altri atleti delle discipline invernali.

Dunque, se siete della zona o in zona, oppure se vi interessa conoscere meglio le montagne e la loro storia, vi invito caldamente a partecipare alla serata: andremo a ri-scoprire insieme un luogo da secoli speciale e ancora oggi assolutamente affascinante, anzi, nella realtà in divenire forse più capace di un tempo di manifestare una relazione tra uomini e montagne equilibrata e vantaggiosa per tutti.

Trovate tutte le informazioni sulla serata nella locandina lì sopra, oppure potete scrivere a cultura.turismo@comunitamontana.lc.itCi vediamo questa sera Calolziocorte!

Le montagne e la complessità nella semplicità

La montagna è meravigliosa e affascina così tanto chiunque perché, io credo, è complessità nella semplicità, in ogni suo aspetto. A partire dalle forme delle sue vette, che si possono definire più o meno piramidali (e così infatti le raffiguriamo, fin da bambini) che in realtà sono ben più ricche di linee, profili, sagome, strutture, conformazioni, alla immensa varietà geologica, alla biodiversità – sembrano “solo” boschi e prati, invece c’è un universo di vita – ai paesaggi, apparentemente simili e invece sempre unici, fino alla geografia umana, fatta di infinite culture, saperi, tradizioni, lingue, identità che sembrano simili e invece non lo sono mai e proprio in ciò si definiscono – e via di questo passo, con mille altri aspetti che fanno la realtà della montagna e la rendono tanto speciale.

Una tale complessità si può ridurre a semplicità solo per due ragioni: per ignoranza, ovvero ignorando tale complessità, non sapendola cogliere per mancanza o carenza di strumenti culturali, e nel caso non sarebbe nemmeno una colpa. Oppure per malizia, per meschina ipocrisia, perché la complessità della montagna finisce per complicare anche le mire particolari di qualcuno. A volte, pure per l’unione più o meno conscia di entrambe le cose. E allora la colpa è anche doppia.

Ecco dunque che parte la semplificazione: perché si crede che insegnare la cultura della montagna è una pratica troppo lungo e complicata, o perché la cose semplici non richiedono mai troppi pensieri e per ciò sono più facilmente governabili, manipolabili, più funzionalmente duttili ai propri interessi.

Così la semplificazione diventa banalizzazione, dunque svilimento, svalutazione, degrado. In altre parole: semplificare troppo la montagna è una manifestazione di disprezzo verso di essa, la sua realtà e le sue specificità.

Eppure, la montagna è “complessa” così come in fondo lo è la vita nei suoi tanti aspetti. Più si ha la volontà e la capacità di comprenderli, più si vivrà meglio e con appagante benessere – e non ci vuole molto per ottenere ciò: a volte è solo una questione di scelte, di desiderio, di visione e di presa d’atto. Viceversa, la banalità e il disprezzo avranno vita facile, inevitabilmente.

(Nella foto in testa al post: acquerelli di Silvia De Bastiani, mirabile artista che sa rendere la complessità delle montagne “semplice” da osservare, ammirare, comprendere, al contempo senza semplificarne nulla, anzi, dandole ancora più “profondità”.)

Nessuna nuova cabinovia su aree tutelate tra la Valfurva e Bormio, «Però lo spopolamento…»

[Veduta della Valfurva da sopra San Nicolò verso Santa Caterina e il Passo di Gavia, con sullo sfondo il Pizzo Tresero. Immagine tratta da www.parrocchiedellavalfurva.it.]
Ieri, nelle “MONTAG/NEWS”, ho dato notizia del parere negativo della Provincia di Sondrio, a seguito della Valutazione d’Incidenza Ambientale, al nuovo impianto tra San Nicolò Valfurva e la ski area di Bormio, a causa delle tempistiche stringenti per ottenere i fondi e, soprattutto, perché l’impianto, le piste di discesa annesse e un nuovo parcheggio interessano «Elementi della Rete ecologica e andrebbero a frammentare un versante integro, proprio al confine con la ZPS» nonché con il territorio del Parco Nazionale dello Stelvio. Per ciò il comune di Valfurva ha dovuto accantonare i vecchi “sogni” di collegamento del proprio comprensorio con quello di Bormio e si è visto costretto a dirottare i fondi disponibili su altri interventi non legati allo sci. Al riguardo un commento del Sindaco di Valfurva mi è parso piuttosto emblematico:

Sul no ai nuovi impianti, aggiungo che il problema più grande della montagna è lo spopolamento. Se i giovani se ne vanno gli effetti si vedono anche in pianura.

Embè?

Obiettivamente, letta così sembrerebbe l’ennesima affermazione di quella convinzione per la quale senza lo sci la montagna si spopola e muore, tanto diffusa tra gli impiantisti e in certa politica quanto sostanzialmente infondata, come dimostrano palesemente i dati demografici delle località sciistiche.

[Santa Caterina Valfurva ha un parco impianti di risalita rinnovato dal 2004 in poi, con l’ultimo intervento nel 2025. Eppure lo spopolamento del comune è costante, segno che l’attività del comprensorio sciistico non sta affatto contrastando l’emigrazione degli locali.]
Cioè, la manifestazione di un bias cognitivo, di un formale “analfabetismo funzionale” per il quale si continuano a sostenere cose ormai insostenibili nonostante la realtà effettiva e i dati analitici che la dimostrano incontrovertibilmente. D’altro canto, e non a caso, lo stesso Sindaco di Valfurva ha dichiarato che i fondi per il nuovo impianto non sono stati sufficienti anche perché

Avevamo anche chiesto alle società di impianti se fossero disponibili a partecipare il progetto al 51% per altri 4,5 milioni di euro, ma nessuna si è fatta avanti.

Ma tu guarda! In pratica, gli stessi imprenditori dello sci, che pubblicamente (e legittimamente, dal loro punto di vista) difendono a spada tratta le proprie attività, sanno invece benissimo che certi progetti non possono più stare in piedi, non solo a causa della crisi climatica ma pure per ragioni prettamente economiche.

[La seggiovia Valbella nei pressi di Cima Bianca, punto più elevato del comprensorio sciistico di Bormio.]
Dunque, ribadisco la domanda fondamentale in queste circostanze: siamo proprio sicuri che sia lo sci ciò che fa vivere le montagne e non spopola le loro comunità, oppure in verità ad esse serve ben altro, di ben più consono alla realtà delle cose, di molto più articolato e organico per lo sviluppo futuro dei territori montani?

Mi auguro vivamente che quelle parole del Sindaco di Valfurva non ne segnalino l’assoggettamento pervicacemente reiterato a quei modelli turistici ormai obsoleti, insostenibili e degradanti per i territori, e che il “no” ai nuovi impianti previsti rappresenti invece una nuova buona occasione per un profondo e articolato ripensamento del presente e del futuro prossimo delle sue e nostre montagne.