Di questi tempi dalle mie parti abbiamo a che fare con un tempo meteorologico “bipolare”, che prima ti sorride e ti culla con condizioni serene e piacevoli e solo dopo pochi minuti s’incattivisce scatenandoti contro venti tempestosi e nubifragi violenti, che inesorabilmente provocano danni diffusi in quantità. Poi le nubi si diradano e il sole che spunta ti sfianca e arrostisce, ma basta una mezza giornata perché tutto cambi e sembri autunno inoltrato. Si va da un estremo all’altro, anche geograficamente: nel nord Italia pioggia come non se ne vedeva da lustri e al sud – una distanza in fondo breve, sulla scala globale – una siccità drammatica e inquietante.
Abbiamo pure constatato la neve che d’inverno non è caduta ma è arrivata quando era primavera e ora, fondendo rapidamente nei giorni più caldi, ingrossa i fiumi già gonfi per le piogge a loro volta mai così intense nelle quantità d’acqua scaricate al suolo aggravando le conseguenze delle possibili – ma più spesso inevitabili – esondazioni, nel mentre che di contro già si annunciano giorni prossimi roventi come non mai a fronte dei mesi precedenti da primato assoluto in quanto a temperature medie registrate, le più alte dall’era preindustriale.
Insomma: l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici dovuta al cambiamento climatico è palese, non solo nelle loro manifestazioni quanto più nella frequenza. Il che, inesorabilmente come il loro accadimento, cagiona conseguenze ben materiali e concrete ai nostri territori e al modo con il quale li abitiamo e ci adattiamo alle loro geografie. Il problema che abbiamo tutti quanti non è solo quello, ineludibile, di tentare di frenare il cambiamento climatico nel lungo termine ma – con ancora più impellenza, per molti versi – di sviluppare un’adeguata resilienza nel breve se non nel brevissimo termine, a beneficio delle nostre comunità e per i territori che abbiamo antropizzato in modalità non più adeguate alle condizioni in divenire e ai loro effetti più complessi.
Ce la faremo, secondo voi, a elaborare queste contromisure, oppure sia nel breve termine che nel lungo finiremo per subire le peggiori conseguenze di questa realtà in costante e all’apparenza inarrestabile evoluzione?
(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 9 luglio 2024.)
Viene da pensare che a qualsiasi autentico appassionato di montagna la visione di attrazioni come il “tubing” appena inaugurato a 1550 metri di quota sui prati dell’Alpe Giumello, bellissima località montana dell’alta Valsassina (provincia di Lecco), equivalga a un violento schiaffone in pieno volto. In questo come in casi simili si parla sempre di “valorizzazione” della montagna, ma veramente non si capisce come la possa valorizzare quella che a tutti gli effetti è una giostra di plastica (non si denuncia da tempo che pure sui monti c’è pieno di microplastiche?), la quale, peraltro, fatta un tot di volte poi inevitabilmente annoia. Come tutte le cose banali, d’altronde, che finiscano per banalizzare pure ciò che hanno intorno – cosa perfettamente dimostrata dalla “panchina gigante” dell’Alpe Chiaro, posta a una manciata di minuti a piedi dal Giumello. Inoltre, queste installazioni fanno sempre pensare a cose tipo – per dire – un biliardino piazzato dentro un museo ricco di capolavori artistici: lì ci si va per ammirare l’arte e educarsi alla bellezza o per giocare e schiamazzare?
Poste tali premesse, da subito sono comparsi sul web numerosi commenti critici verso l’installazione dell’Alpe Giumello e ben pochi favorevoli. Sono i «soliti ambientalisti che dicono sempre di no» i primi e quelli che «avranno da guadagnarci qualcosa» i secondi? Nel caso specifico è forse il caso di andare oltre queste prese di posizione tanto legittime quanto semplicistiche.
Ormai da tempo e da più parti si invoca e sostiene la necessità di un cambio dei paradigmi alla base della frequentazione turistica delle montagne, innanzi tutto dal punto di vista culturale e poi per ogni altro. I territori montani stanno cambiando, in primis per i motivi climatici e ambientali ben noti, così come stanno cambiando gli immaginari diffusi e la sensibilità generale verso l’ambiente – nonostante a volte verrebbe da pensare l’opposto, ma come sempre le buone pratiche fanno meno notizia di quelle becere. Quei paradigmi non si possono cambiare di colpo, anche se in molti casi sarebbe auspicabile farlo ma risulta per vari motivi impossibile: è necessario trovare dei compromessi che agevolino il cambiamento, la transizione verso frequentazioni turistiche meno impattanti e più consone ai luoghi e alla realtà in divenire.
Dunque, in base a tali considerazioni, il tubing di plastica dell’Alpe Giumello può rappresentare un compromesso rispetto alle attività sovente ben più virtuose portate avanti in loco su base volontaristica dall’Associazione Alpe Giumello, che le hanno valso una segnalazione tra le “buone pratiche” sul dossier “Nevediversa 2024” di Legambiente?
[Questa immagine e la precedente sono tratte da www.leccoonline.com.]Di nuovo, ogni risposta a questa domanda è legittima. Per tornare all’esempio del museo d’arte di prima, si può dire che può essere che su cento opere custodite di notevole fattura ce ne sia una di qualità sgradevole e irritante: bisognerebbe chiedersi per quali motivi il curatore della collezione l’abbia voluta mettere in mostra, a fronte di tutte le altre esposte. Tuttavia, basta andare oltre quella patacca, magari segnalare a chi di dovere la stonatura, e godersi al meglio e consapevolmente gli altri capolavori presenti.
[Veduta invernale dell’Alpe Giumello, con la Grigna Settentrionale o Grignone sullo sfondo. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Associazione ALPE Giumello“.]All’Alpe Giumello di “patacche” ce ne sono già due in poco spazio, la suddetta panchina gigante dell’Alpe Chiaro e ora questo tubing. Due brutture o due schiaffoni in pieno volto, per citare l’altra metafora iniziale. Secondo molti, l’unico modo con il quale si possano giustificare banali attrazioni ludiche come queste, fatte per turisti obiettivamente carenti di consapevolezza e sensibilità nei confronti delle montagne, è il loro inserimento in un progetto ben strutturato su base ampiamente culturale attraverso le cui pratiche si sappia valorizzare veramente il territorio, i luoghi, i paesaggi. Un progetto con il quale si dimostri ai turisti d’ogni specie che per godere le montagne, e per divertirsi lassù, non servono affatto manufatti giostreschi come quelli perché la montagna non è un luna park ma un ambito talmente traboccante di meraviglie da far credere che chi non le veda e non le comprenda probabilmente ha qualche serio problema mentale.
[Il panorama dalla vetta del Monte Croce di Muggio. Immagine tratta da www.trekkinglecco.com.]Ma se attraverso quelle giostre si è in grado di attrarre visitatori e, dopo l’iniziale fruizione ludica del luogo, mostrare loro che la montagna è ben altra cosa, e che è ben più divertente e appagante perdere lo sguardo – ad esempio e per restare in zona – dalla vetta del Monte Croce di Muggio, sovrastante l’Alpe Giumello e facilmente raggiungibile, nei vastissimi orizzonti da lassù visibili, grazie ai quali pare di essere in volo su un aereo osservando il paesaggio sottostante a perdita d’occhio, invece di perdere tempo e forze a scivolare banalmente su un ciambellone gonfiabile lungo una pista di plastica, allora il compromesso prima citato si può anche considerare – seppur senza mettere da parte le osservazioni sopra rimarcate e manifestando molte perplessità al riguardo. È tuttavia sperabile che l’Associazione che si è presa in carico la cura e la valorizzazione dell’Alpe Giumello sappia muoversi efficacemente in tal senso, ora e in futuro. Il luogo è di rara peculiarità e bellezza, come rimarcato, e merita che chiunque, residente o turista, ne abbia piena coscienzaa prescindere dalla presenza del tubing e di altre amenità.
In ogni caso, per non prendersi un tale gran schiaffone in pieno volto basta stare a debita distanza da chi o cosa lo mena.
Ve lo già detto e ora ve lo ribadisco: Cantù è un’amena città dell’alta Brianza al cospetto delle montagne più elevate, spettacolari e famose della Terra.
No, non sono impazzito! Solo che, a differenza di quanto starete pensando, non è la città a essere “circondata” dalle montagne ma il contrario.
Come può essere possibile? Semplice: basta che le montagne più elevate, spettacolari e famose della Terra siano “dentro” un libro – e che libro! È MONTAGNE, il sorprendente atlante edito da Topipittori e illustrato dalla grande disegnatrice Regina Giménez, del quale ho curato la revisione scientifica e l’edizione italiana, che avrò il privilegio di presentare a Cantù, allo Spazio Libri La Cornice, giovedì prossimo 11 luglio alle ore 18.30. Insieme a me ci saranno gli editori Giovanna Zoboli e Paolo Canton nonché Maria Grazia Filpa, accompagnatrice di media montagna. E ci sarà pure un altro bellissimo libro edito da Topipittori sul quale chiacchiereremo: Rimanere sul sentiero.
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Già, perché MONTAGNE è un libro che veramente accompagna – in ogni senso possa avere il termine – lungo i sentieri (e oltre) i suoi lettori nell’esplorazione e alla scoperta delle più importanti montagne del nostro pianeta, sovente tanto celeberrime quanto poco conosciute e anche per questo estremamente affascinanti. D’altro canto le montagne sono ovunque, anche dove abitualmente si pensa che non vi siano solo perché restano nascoste. In fondo anche un luogo come Cantù non si trova in montagna “solo” per convenzione geografica, visto che la quota delle terre emerse, non a caso definite tali, la misuriamo dal livello del mare in su. Se invece dovessimo misurarle includendo la superficie terrestre coperta dalle acque dei mari e degli oceani, be’, Cantù si trova a ben 4163 metri di quota!
Vi aspetto (aspettiamo) questa sera a Cantù, dunque, con un’infinità di altre storie affascinanti che la geografia delle (e di) MONTAGNE sa raccontare. Vedrete: sarà un incontro parecchio divertente e, mi auguro, interessante.
Il paesaggio del Veneto “ringrazia” e anche la relazione psicogeografica di chi lo vive – e lo vivrà sempre peggio, con inevitabili conseguenze sociali e culturali.
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Meteo Valle d’Aosta ha di recente pubblicato il video parecchio impressionante di una ricognizione aerea nella zona a monte dell’abitato di Breuil-Cervinia dalla quale qualche giorno fa è scesa la colata di acqua, fango e detriti che ha invaso il centro del paese e provocato numerosi danni.
Potete vedere il video su Facebook cliccando sull’immagine qui sopra oppure su Instagram qui.
Come scrive Meteo Valle d’Aosta, dando spiegazioni di ciò che si vede nel video, «non è stata una semplice alluvione causata dalle piogge copiose, ma ben di più. […] Ritroviamo ancora una volta il cambiamento climatico come fattore fondamentale per spiegare questi eventi, cambiamento climatico che agisce sia aumentando l’intensità dei singoli fenomeni, sia la fusione del permafrost in quota.» (Il commento completo lo leggete nei post sopra citati; nel sito di Meteo Valle d’Aosta trovate anche un’analisi scientifica ben più articolata di quanto è accaduto). Già, perché l’effetto finale e “banale” nella sua drammaticità della colata di fango e detriti ha origine da una correlazione di cause diverse e di fenomeni coincidenti che hanno partecipato all’attivazione di una dinamica complessa, seppur alla fine sembra scaturirne una “semplice” e grossolana colata detritica.
Cose del genere mi riportano sempre alla mente un’affermazione di Albert Einstein, tratta da una sua lettera del 1954 o 1955 e poi riportata in diverse opere:
La Natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente, il che non può non riempire di umiltà qualsiasi persona razionale. Si tratta di un autentico sentimento religioso che non ha niente a che fare con il misticismo.
Troppo spesso, generalmente non per colpa ma a volte sì, tendiamo a semplificare troppo la nostra considerazione nei confronti della Natura e dei suoi fenomeni, finanche a esagerare la semplificazione e per ciò a proferire vere e proprie scempiaggini: per molti il tema del clima e del suo cambiamento in corso, che si riverbera innanzi tutto sull’ambiente naturale, risulta particolarmente prolifico al riguardo.
Io penso invece che, come affermava Einstein, di fronte alla Natura come a poche altre cose con le quali noi umani abbiamo a che fare, dovremmo essere umili e razionali, cercare di comprendere il più possibile ciò che stiamo constatando prima di proferire opinioni e in ogni caso restando ben consapevoli che la nostra resterà una comprensione mai del tutto compiuta – per questo a suo modo “religiosa” – e in costante divenire. La razionalità dunque è indispensabile perché mette al riparo dalle suddette scempiaggini (d’ogni sorta siano) e perché l’adattamento al cambiamento climatico in corso e la messa in atto delle azioni che ne possano mitigare al meglio gli effetti nascono proprio da quella necessaria razionalità, che a sua volta si sviluppa tanto meglio quanto più scaturisce da un atteggiamento di umiltà verso la Natura e i suoi fenomeni. Sapere di non saperne abbastanza, al riguardo, è e sarà ancora a lungo la migliore manifestazione di intelligenza che possiamo elaborare, e la prima azione da compiere per relazionarci con gli ambienti naturali nel modo più armonioso possibile.