Una sola aggiunta personale a quanto asserito da Isaac Asimov (nel 1980, mica ieri!): quantunque lì per vari motivi sia probabilmente più evidente, non solo negli Stati Uniti ciò sta accadendo, ahinoi.
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“B”istopia!
No no, nessun fake, è tutto vero, anche la trama che leggete lì. Barb Wire, uscito nel 1996 con la celeberrima (!) Pamela Anderson quale protagonista e giudicato tra i più brutti film di quell’anno (la nostra cara Pamelona vinse i Razzie Awards come “Peggiore nuova star”!), raccontava proprio di un’America dell’anno 2017 governata da una dittatura di matrice (neo)fascista – o neonazista. Purissima, cristallina (e inevitabile?) distopia, insomma.
Ecco: che non si dica più che certi B-movies (nonostante la mediocrità degli attori, ehm…) raccontano storie assurde e strampalate! O forse è che la realtà quotidiana è oramai scaduta al livello dei più brutti film di serie B, dacché governata da “leader” – in fondo attori, a loro modo – assolutamente e tragicamente mediocri?
P.S.: grazie per l’ispirazione ai sublimi snob di Visiogeist, dalla cui pagina facebook ho tratto l’immagine.
Società deboli, leader “forti”, cultura assente
Società deboli – deboli di cultura, di identità, in preda a numerose fobie indotte, sociologicamente destrutturate e degradate, irrazionalmente etnocentriche – chiedono e vogliono essere guidate da leader “forti”, che tali si manifestano proprio in forza della debolezza diffusa. Ma anche in questo caso la “regola” è sempre quella: ogni popolo ha i governanti che si merita ovvero, detto in altre parole, ogni società esprime leaders che inevitabilmente sono esempio assoluto e massima rappresentazione di esse. Per ciò, queste società non si rendono conto che i loro leader forti in realtà sono estremamente deboli, che la forza da essi manifestata – quasi sempre coercitiva, guarda caso – non è che il tentativo di mascheramento della loro reale debolezza: società di questo tipo, dunque, sono inevitabilmente destinate ad una decadenza assai rapida, e tale anche per l’incapacità di cognizione della loro effettiva condizione, appunto.
Viceversa, società forti – in senso identitario, culturale, sociologico – e altamente consce del proprio “sé” non abbisognano leadership forti ma rappresentanze funzionali alla “gestione pratica” della loro forza: leader che siano degli espedienti utili al bene della società, giammai a quello di sé stessi e del loro potere.
Non a caso uso il termine “espedienti”: è di Henry David Thoreau, che al riguardo affermò la (tutt’oggi) migliore e più efficace “regola”: “Il miglior governo è quello che non governa affatto”, semplicemente perché non avrà bisogno di farlo nei confronti d’una società forte, composta da individui dotati di alto senso civico e piena consapevolezza della propria identità culturale individuale e collettiva. Una società capace di mostrare la propria forza sociale (sociologica) da sé e nel modo più proficuo possibile.
Invece, pare che certa parte del mondo – e, assurdamente, buona parte di quello presumibilmente più “avanzato” – oggi (siamo nel Terzo Millennio, anno 2017: è bene ricordarlo, forse!) vada dalla parte opposta. Nuovamente, è una questione fondamentalmente culturale, anche questa. E i risultati di questa devianza regressiva da crescente imbarbarimento collettivo si vedono già ora, purtroppo.
Parlare di cultura come di f…
Scurrile? Inadatto, Fuori luogo?
Beh, perdonatemi se ciò è quanto il testo sopra riprodotto vi susciti. Fatto sta che lo scriveva quel grandissimo scrittore e intellettuale che fu Giorgio Manganelli – è un appunto del 25/10/52 tratto dai Quaderni 10/3/51 – 2/11/52 conservato a Pavia presso il Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei della locale Università.
Ma, in fin dei conti, non è veramente come dovrebbe essere? Se la cultura non è nella testa delle persone nel modo che dice Manganelli (e lo diceva più di mezzo secolo fa, si noti!) ovvero come qualcosa a cui tutti pensano – anche nella versione femminile, sia chiaro! – perché nel bene e nel male non si riesce a fare altrimenti (e se invece ci riesce è segno evidente d’un qualche problema mentale ovvero d’una autocostrizione al deperimento intellettuale, per così dire – sì, ora mi riferisco alla cultura, anche se…) allora inesorabilmente diverrà qualcosa di superfluo, quando non di disprezzabile. Forse come sta già rischiando di diventare, di questi tempi.
E, comunque, sarà ben più “scurrile” una società senza cultura che qualsiasi altra consapevolmente sboccata! O no?
Benvenuti nell’era della “non verità”!
Qual è il filo conduttore che lega tra loro Brexit, Donald Trump e i 35 euro che migranti e rifugiati riceverebbero ogni giorno dal governo italiano? La risposta sta in un’espressione inglese di due parole: post truth. Un’idea, quella che la nostra società stia attraversando un’epoca di “postverità”, elaborata per la prima volta nel 2004 dallo scrittore e saggista americano Ralph Keyes in un libro intitolato The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. Ma di che cosa parliamo, precisamente, quando parliamo di postverità?
Dire che la postverità sia semplicemente una menzogna è riduttivo, anche perché la bugia è sempre esistita e ha da sempre fatto parte dell’armamentario retorico dei politici. Semmai, in questo caso siamo di fronte a qualcosa di diverso: perché la postverità non è una semplice falsificazione della realtà, bensì un ordine del discorso che si appella all’emotività per superare i fatti e dare così consistenza a una credenza.
(…)
L’uso politico della postverità sancisce così un predominio della soggettività sul dato oggettivo. Il suo affermarsi come uno degli ordini del discorso contemporaneo – forse l’ordine del discorso per eccellenza dell’epoca che stiamo vivendo – apre a un ulteriore oltrepassamento; quello dei fatti, appunto. All’epoca della postverità fa insomma da corollario una società post-fattuale, in cui le tradizionali istituzioni deputate all’accertamento della verità perdono progressivamente ogni autorità e sono costrette a rinegoziarla su un piano che appare oggi completamente mutato.
(…)
La nozione di verità basata su fatti osservabili e testimoniabili ha caratterizzato la nostra società da allora più o meno fino alla metà del ventesimo secolo, quando il postmodernismo da una parte e il fondamentalismo dall’altra hanno cominciato a metterla in discussione. Il primo lo ha fatto diciamo così “da sinistra”, decostruendo i rapporti di potere che soggiacevano all’idea di verità per mostrare come questa fosse una nozione culturalmente costruita da cui derivavano una serie di conseguenze in termini di dominio, sfruttamento e normalizzazione dei rapporti e delle forme di vita. Il secondo lo ha fatto “da destra”, reintroducendo nel concetto di verità la variabile divina, all’esterno della quale non si dà alcuna verità. Se le origini del superamento dei fatti come base per la verità vanno ricercate in queste due correnti di pensiero, l’evento scatenante che apre a una società post-fattuale è tuttavia l’avvenuta transizione digitale della nostra cultura. Come nota Katharine Viner in un saggio pubblicato sul Guardian lo scorso luglio, la tecnologia ha disintermediato la verità. Ovverosia l’ha fatta deragliare dai binari in cui eravamo abituati a collocarla, per farle assumere una fisionomia del tutto nuova e, forse, oggi non ancora chiaramente definita.
Sono alcuni passaggi di un articolo a firma di Flavio Pintarelli, uscito su Prismo lo scorso 3 ottobre, che ho trovato tra i migliori in tema di crescente trionfo (dacché tale parrebbe, al momento) della post verità – che io trovo ancor più significativo chiamare non verità – nel
nostro tempo attuale; articolo che vi invito caldamente a leggere, qui.
È un trionfo – intendiamoci: spero vivamente che non lo sia, uso il termine solo con (inevitabile) senso drammatizzante – che di fatto mette in difficoltà anche il razionalismo quale elemento fondativo e insostituibile di una società/civiltà autenticamente avanzata e libera. Se quasi un secolo e mezzo fa Nietzsche osservava (in Umano, troppo Umano, 1878-1879) che «La fede nella verità comincia col dubbio in quelle “verità” finora credute» – aforisma a mio parere semplicemente fondamentale per qualsiasi intelletto attivo -, oggi stiamo giungendo ad un punto opposto, ovvero alla negazione di qualsiasi dubbio in presenza di (presunte) verità pur prive di fondamento – anzi, soprattutto per esse più che per altre. Una condizione non tanto ir-razionale quanto più anti-razionale. Il che, inutile rimarcarlo, nella ipertecnologica era dell’informazione totale rappresenta un vero e proprio paradosso, che rischia di rendere altrettanto paradossale dunque incredibile – nel senso proprio di non credibile – persino la più nuda e cruda realtà. Condizione che non può che avere effetti devastanti – alcuni dei quali stiamo già vivendo, in fondo; ma torniamo di nuovo all’evidente sincronismo con certa letteratura distopica novecentesca e con i suoi fantasticati mondi sociali nei quali la verità delle cose, e la conseguente realtà dei fatti creduta dai più, sono elementi decisi a tavolino da un potere superiore, totalmente svincolate da qualsiasi riscontro oggettivo e verificabile. Ma lo si dice spesso che la fantasia, anche quella più sfrenata, viene spesso superata dalla realtà ordinaria, no?
