Radio Alice, la storia di chi ha fatto la storia

(Quella che potete leggere qui sotto è la trascrizione di una delle tante presentazioni di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenute dallo scrivente nelle scorse settimane un po’ ovunque sul globo terracqueo.
Beh… quasi ovunque, ecco.
Per saperne di più sul libro, andate in fondo all’articolo e cliccate sull’immagine…)

Vorrei cominciare la presentazione di questo libro da lontano, anche per farvi capire quante cose la protagonista del libro ci sappia narrare…
1865: esce il libro di un diacono e matematico inglese che parla di una bambina curiosissima di scoprire un mondo sconosciuto e meraviglioso, un libro destinato a diventare un classico della letteratura: Alice nel paese delle meraviglie, che oltre ad essere un capolavoro linguistico, è anche metafora della possibilità di cambiare il mondo e di dare potere alla fantasia… Un libro dove il termine più presente nel testo è proprio curioso, non a caso.
Qualche decennio più avanti, ora. Primi del Novecento: in Russia Vladimir Majakovskij, poeta e drammaturgo, con accezione simile a quella scaturita dal Futurismo ritiene che l’arte debba essere messa al servizio della rivoluzione bolscevica al fine di eliminare ogni “vecchiume” artistico e letterario del passato, sostenendo la necessità di una propaganda creativa – poetica o quant’altro – che capovolgesse i valori sentimentali e ideologici del passato stesso per adattarli alle nuove istanze generate dalla Rivoluzione. Morì suicida nel 1930, demoralizzato dalla campagna condotta contro di lui dalla critica di partito.
Un altro passo avanti: anni ’20 del Novecento, nascono il movimento Dada e il Surrealismo. Esponente di quest’ultimo è Antonin Artaud, che propugna l’idea di un’arte totale nella quale confluiscano sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce, parola.
Poi vengono Baudrillard, tra i primi a capire che l’effetto della comunicazione sulla società dipende anche dal mezzo tecnologico con cui viene diffusa, McLuhan con la sua celebre teoria “il medium è il messaggio” e insieme Duchamp con la sua arte che è tale, ovvero diventa tale, solo se e quando viene dotata di un messaggio da trasmettere, quindi Gilles Deleuze e Felix Guattari con L’Antiedipo nel quale viene evidenziato il legame psicanalitico e sociologico esistente tra desideri sociali e potere.
E poi viene un decennio fondamentale nella storia del nostro paese, quello racchiuso tra il maggio del ’68, con i movimenti di contestazione socio-politica ben noti, e il maggio del ’78, quando viene ucciso Aldo Moro. Dieci anni che, appunto risultano fondamentali nel bene e nel male per il presente contemporaneo in quanto è proprio lì che nasce, che si determina, che il nostro presente forma la sua struttura, stabilisce i suoi valori, identifica gli ambiti politici, sociali e culturali che ancora oggi formano la realtà contemporanea in cui viviamo. Il Sessantotto ridà voce alla gente comune, prima sostanzialmente esclusa dal sistema di potere democratico istituzionale e svincola l’attivismo politico dalle classiche formazioni partitiche. Si avvia una stagione di rivendicazioni che la società trova finalmente la forza di reclamare – si pensi solo a quelle più note, al divorzio, al diritto all’aborto… – di contro, in politica, comincia a venir meno l’egemonia della DC, il PCI a sua volta comincia la propria crisi d’identità, si mette in atto il “compromesso storico”… – tutte cose che, noterete, oggi sono giunte a compimento e caratterizzano la realtà italiana contemporanea. Ma anche in altri campi, ad esempio quello tecnologico, si progettano e realizzano applicazioni tecnologiche che poi diventeranno di massa: nasce Arpanet, cioè la mamma di Internet, si inviano le prime mail, nasce il videotape, l’audiocassetta, la fotocopiatrice diventa d’uso comune, nascono i cellulari – e, per dirne un’altra, nel 1976, viene fondata in America da tre semplici tecnici elettronici allora piuttosto squattrinati una società destinata a rivoluzionare il mondo dell’informatica, che verrà denominata Apple.
Nel 1974, dunque più o meno a metà di questo decennio, in Italia succede pure che la Corte Costituzionale abolisce il monopolio RAI sulla comunicazione – perché prima di allora solo la RAI godeva del diritto di trasmettere al pubblico immagini televisive o trasmissioni radio. Ciò fa nascere le prime radio libere, e Bologna è – come accaduto per altre cose – l’avanguardia di questa evoluzione: “Radio Bologna per l’accesso pubblico” è il primo tentativo, ancora pirata, di creare un mezzo di comunicazione aperto alla gente comune. Perché, appunto, una delle cose fondamentali che questo nuovo mezzo di comunicazione libero consente è proprio la libertà di comunicazione virtualmente offerta a chiunque, proprio a seguito e in evoluzione alle istanze scaturite con il Sessantotto.
Nel 1974, sempre a Bologna, si mette all’opera anche un piccolo gruppo di creativi, che proprio in tema di possibilità comunicative libere e, dunque, di attivismo politico e sociale correlabile, si mettono a pensare a come creare un mezzo di comunicazione che possa efficacemente sfruttare queste nuove possibilità e, al contempo, possa proporre un nuovo tipo di comunicazione, che non sia quella istituzionalizzata e ideologicizzata scaturita dal Sessantotto, non quella rinchiusa in spazi pur autonomi ma comunque limitati e controllati, ma che veramente possa rivoluzionare la possibilità di comunicare, in senso pratico ma pure in senso creativo. Così nasce Radio Alice: Alice proprio come la ragazzina curiosa e desiderosa di cambiare il mondo con la forza della fantasia di Lewis Carroll, proprio con l’intento che Majakovskij aveva indicato ovvero di tentare di rivoluzionare il mondo con gli strumenti dell’arti e della creatività più che con quelli dell’azione politica, la quale invariabilmente finiva per essere regimentata dal sistema istituzionale. Un’arte, ovvero l’arte di fare radio in modo totalmente nuovo, che potesse comprendere qualsiasi cosa – come propugnava Artaud con la sua arte totale – , perché qualsiasi cosa può diventare arte ovvero qualsiasi cosa ha diritto di essere trasmessa per radio – come fece capire Duchamp… E così via.
Una radio totalmente rivoluzionaria e totalmente innovatrice – vorrei dirvi proprio perché ho voluto utilizzare questo termine nel titolo: non “la radio più libera e nuova” ma innovatrice cioè capace di proporre attivamente un nuovo modo di fare radio, di fare comunicazione e informazione, di dare voce a chiunque richiedesse il diritto di dire qualcosa. Un moto d’azione, insomma, qualcosa che non innovava staticamente, che inventava qualcosa di nuovo e lo lasciava lì, fermo in attesa di chissà che, ma che forniva a chiunque una via da seguire, un nuovo strumento filosofico, teorico e pratico da utilizzare, talmente rivoluzionario da far diventare di colpo superato qualsiasi altro esistente.
Una rivoluzione in forma radiofonica, insomma, che – leggo una definizione molto adatta al caso – “costituisce anzitutto un approccio filosofico alla rete di relazioni che connota la dimensione sociale, della condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene dal punto di vista tecnologico molti strumenti utilizzati in questo approccio possano apparire invariati, è proprio la modalità di utilizzo ad aprire nuovi scenari fondati sulla compresenza dell’utente nella possibilità di fruire e di creare/modificare i contenuti.» Ecco: questa ve la sto spacciando come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice – si parla di dimensione sociale e dunque di relative istanze, di condivisione delle informazioni, di interazione piuttosto che di mera fruizione, e di modalità per ottenere tutto ciò… in realtà è una definizione di “social network” che si può trovare sul web. Capite ora la portata della rivoluzione di Radio Alice, che nel titolo di un capitolo del libro definisco “la social radio”… Con la sua innovazione del linguaggio, con la scelta precisa di “dare voce a chi non ha voce” e dunque di dare la possibilità a chiunque di parlare, dire, comunicare – anche con “invenzioni” che oggi ci appaiono cosa ovvia e normale ma che 40 anni fa erano realmente rivoluzionarie, come il fatto di mandare in diretta le telefonate degli ascoltatori senza alcun filtro – con la prerogativa di essere una sorta di server per chiunque volesse interagire con la radio stessa, con gli ascoltatori e con l’ambiente – ovvero la stessa città di Bologna – in cui la radio veniva ascoltata, con l’essere l’efficacissimo esempio pratico di quanto dicevano Baudrillard e McLuhan, ovvero che il messaggio prende forza anche e soprattutto grazie al mezzo che lo trasmette – ovvero, di contro: più acquisisce valore il mezzo, più acquisisce valore il messaggio trasmesso da quel mezzo, ed essendo Radio Alice un qualcosa di rivoluzionario, gli stessi messaggi trasmessi diventavano rivoluzionari… – ecco, con tutte queste cose, si può tranquillamente affermare che Radio Alice non solo ha rivoluzionato il modo di fare informazione e comunicazione di allora, ma ha praticamente profetizzato il web, i social network e i sistemi open source, ovvero quelli offerti a beneficio di chiunque li voglia utilizzare e sviluppare.
E scusate se è poco – in realtà è, veramente, qualcosa di fenomenale e unico. Qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima.
Per tutto questo, e per moltissimo altro, credo proprio di poter affermare che, in Alice, la voce di chi non ha voce, non ho solo narrato una storia, spero nel miglior modo possibile, ma di raccontare la storia di una radio (e dei suoi creatori) che ha fatto la storia.

Copertine_Radio-AliceLuca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

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Henry David Thoreau, “Camminare”

3Dnn+8_11B_pic_9788804585602-camminare_originalFosse per me, le opere di Henry David Thoreau le farei adottare dalle scuole come libri di testo.
Ecco, potrei pure chiudere qui questa mia “recensione”, e avrei detto con efficace sunto buona parte di ciò che volevo dire. Tuttavia, appena dopo aver formulato un tale pensiero, di sicuro mi verrebbe pure da dire (ovvero: mi viene da dire) che, a ben vedere, un po’ tutta la nostra vita deve essere una scuola – concetto comune e parecchio abusato ma senza dubbio sostenibile – dacché lungo tutta l’intera esistenza, dai primi vagiti fino agli ultimi istanti, c’è sempre da imparare. Quindi, Thoreau lo farei leggere sempre, a chiunque, perché sempre da Thoreau – innegabilmente uno dei padri fondatori del pensiero virtuoso moderno/contemporaneo – si può imparare qualcosa.
Camminare (Mondadori, Milano, 2009, a cura di Massimo Jevolella; orig. Walking, or the Wild, 1862) non è certamente tra le opere maggiori del grande pensatore americano, ma nel suo “piccolo” (in senso di lunghezza del testo) la propria essenza fondamentale la possiede di sicuro. Figlio del Walden e di tutta l’articolata e profonda esperienza dalla quale poi Thoreau trasse la celeberrima opera, Camminare – lo dice il titolo stesso – è un saggio breve su tale arte tanto fondamentale per il benessere psico-fisico dell’uomo…

img-thoreauLeggete la recensione completa di Camminare cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Pensare non serve a nulla! (George Orwell dixit)

Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda, sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe; fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla (…) Soprattutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto.

(George Orwell, 1984, 1a ed. 1949.)

George-OrwellQuando Orwell scrisse 1984, titolandolo invertendo le ultime due cifre dell’anno in cui lo pubblicò, delineò quello che nella sua fenomenale e insuperata distopia rappresentava il pessimismo verso un futuro di oppressione totalitaria piuttosto che di progresso e sviluppo generale, lucidamente preconizzato. Oggi siamo nel 2016, sono passati 32 anni: siamo il futuro di quel futuro – l’anno 1984, appunto – che Orwell aveva profeticamente descritto e in modo rivelatosi poi così tremendamente giusto. In questo intreccio tra fantasia letteraria divenuta realtà e realtà che ha superato la finzione del romanzo, siamo in pratica – noi uomini contemporanei – l’effetto reale della profezia romanzesca di Orwell.
Ma, appunto, non ce ne rendiamo conto. Da decenni non ce ne rendiamo conto. Quelle due cifre invertite e la data che ne è scaturita, trovata semplice e funzionale per il romanzo orwelliano, hanno perfettamente fissato pure l’inizio effettivo di tale processo di decadenza, i goduriosi e nefasti anni ’80: quando ci seppero convincere che pensare non serviva, che era meglio sapere il meno possibile – essere spensierati e, per questo, potersi divertire il più possibile.

L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza.

Un “Patto per la Lettura”? Sì, ma a patto che…

Patto_per_la_lettura-900x393Non si può guardare senza favore – beh, anche solo per un senso di, per così dire, disperata magnanimità! – al Patto per la Lettura firmato qualche giorno fa dal Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e dai direttori delle principali reti televisive italiane. Un patto che ha, tra i suoi punti principali, l’intento di “creare occasioni di promozione della lettura e dei libri all’interno di ogni genere di programma” ovvero, in soldoni, di rendere visibili i libri in televisione anche nelle fasce orarie più nazionalpopolari e nei programmi generalisti mainstream – nella “TV spazzatura”, per intenderci.
Un patto necessariamente, inevitabilmente apprezzabile: bisogna dare atto al ministro Franceschini di impegnarsi molto in iniziative del genere, e per quanto mi riguarda trovo la cosa apprezzabile. Ora si tratta di capire quanto ciò rappresenti lo sforzo del naufrago che nella tempesta cerca di togliere l’acqua che sta imbarcando e affondando la sua nave con un piccolo cucchiaio se non, peggio, il toglierla per riversarla in un altro punto della nave più nascosto. Oppure se, alla lunga, e con un propizio acquietarsi della tempesta, tale sforzo alla fine porti risultati concreti – d’altro canto in tema di cultura i risultati si possono apprezzare sul medio-lungo periodo, cosa che l’ha resa, la cultura, invisa alle gestioni propagandistiche meramente elettorali della classe politica nostrana (“con la cultura non si mangia” (cit.) cioè non mangiano loro, i politici, che vogliono cannibalizzare tutto e subito, è risaputo, monetizzando all’istante la propria voracità in termini di consenso, voti e, se possibile, tornaconti ancor meno degni).
Si dovrà pure capire se sarà la TV ad “accogliere” la cultura del libro e della lettura o viceversa, ovvero quali libri e quali letture verranno rese ambasciatrici di questa fondamentale cultura – questione fondamentale, visti i numerosi precedenti assolutamente negativi in questo senso, con libroidi di infima specie spacciati per capolavori letterari – e i loro autori per grandi scrittori!
In ogni caso, la firma del Patto per la Lettura e il suo principale intento di far vedere più spesso i libri in TV – e dunque di rendere nuovamente visibile, in senso generale, la cultura – mi ha fatto nuovamente riflettere su una cosa, anzi, su un dubbio che da tempo mi circola in mente, girando un po’ ovunque e osservandomi intorno: ma veramente il punto della questione è che di cultura non ce n’è in giro ovvero non sia visibile? Riflettiamoci sopra un attimo – in senso generale, ribadisco: siamo nel paese che ha uno dei patrimoni culturali più cospicui e ricchi del pianeta; musei, luoghi d’arte e di cultura abbondano; ovunque iniziative legate alla promozione culturale (più o meno interessanti, ma non è questo il punto) non mancano affatto: fate caso ai manifesti relativi sui muri delle nostre città e ve ne renderete conto; anche di libri, in TV, si parla e non poco: certo non nei TG o nei programmi mainstream, ma basta esercitare il tanto amato e diffuso sport dello zapping per poter trovare sempre qualcosa di relativo.
Dunque, posto tutto ciò: non è che la questione sostanziale, più che la presenza dei libri e della cultura in TV e altrove, è che la gente comune non è più abituata (o è stata disabituata) a coglierla, a vederla, a riconoscerla e apprezzarla? Semplifico ancor più il concetto: serve mettere in bella mostra i libri in TV e parlarne, se poi il telespettatore medio non è in grado di apprezzare e capire (l’analfabetismo funzionale, già!) ciò che gli viene offerto? Il che mi ricorda non poco la questione su che troppi italiani non visitino nemmeno un museo durante l’anno: il problema è che i musei non ci sono o non sono “visibili”? No, niente affatto. È, semmai, un problema di diseducazione, o di analfabetizzazione, verso la cultura e il suo patrimonio.
Un’iniziativa come il Patto per la Lettura, lo ribadisco, è dunque apprezzabile e potenzialmente proficua, ma ancor di più – anzi, del tutto necessaria e impellente – è una strategia istituzionale (e non solo) di autentica ri-alfabetizzazione culturale. Riaffermare la bellezza, l’importanza e ancor più il bisogno di nutrirsi di cultura per chiunque, esattamente come ci si nutre di cibi o si rendono “indispensabili” certi oggetti contemporanei – il classico smartphone, per dire. Se non si riuscirà a fare ciò, se non si sarà in grado di rimettere sullo stesso piano (magari anche al di sopra, ma basterebbe la “parità”) la cultura e le sue cose con tutte quelle altre che oggi formano, addobbano e rallegrano la vita quotidiana dell’uomo medio contemporaneo, il mettere sotto i riflettori televisivi i libri non servirà a nulla, se non a far cambiare subitamente canale al telespettatore, con relativi sbuffi di noia e correlate imprecazioni.
Non è semplice, non è cosa da poco e dal successo sicuro – posta poi la condizione di degrado culturale parecchio profondo purtroppo conseguita dal nostro paese, ormai. Serve una strategia di lungo termine, ben strutturata, multiforme e dinamica che coinvolga l’intera società e tutti gli aspetti della vita quotidiana oltre che, se possibile, che sia svincolata da qualsiasi dipendenza prettamente politica – quantunque, è ovvio, deve e dovrà essere la politica a darvi valore giuridico. Una strategia, inoltre, che possa essere affinata attraverso lo studio di esperienze estere (cioè di quei paesi nei quali la lettura gode di ben migliore salute) e l’acquisizione – adattata alla realtà nostrana – dei loro metodi, e che abbia il proprio motore propulsivo il più in basso possibile, in mezzo alla gente comune di ogni ordine ed età, appunto.
Ecco: c’è la volontà, in Italia, di costruire un progetto del genere?
Beh, finché salteranno fuori spontaneamente domande del genere, credo che saremo ancora all’inizio di una lunga rincorsa. Almeno, cominciamo a muovere qualche passo verso la giusta direzione.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Quelli che credono “nel grande potere dei libri”…

(Premessa: questo è un articolo pubblicato su Cultora lo scorso sabato, in occasione della Giornata Mondiale del Libro. Tuttavia, una volta letto, converrete che il suo senso non è certamente limitato a quella occasione… purtroppo!)

Senza nome-True Color-02-1Oggi che è il 23 aprile, Giornata Mondiale del Libro, lasciando stare la consueta domanda sorgente in tali occasioni («Ma a che cavolo servono ‘ste giornate, poi, se non a dimostrare come al solito che negli altri 364 giorni dell’anno a molti dei libri non frega una beata fava?»), vorrei con questo mio articolo che mi auguro risulti profondamente sentito e partecipe come in effetti è (?!) ringraziare di cuore – e ribadisco, di gran cuore, eh! – quelli che in questa giornata così significativa ci ricordano attraverso l’invio di messaggi che probabilmente pure molti di voi avranno ricevuto nella propria casella email l’importanza fondamentale per i libri e per la lettura di uno strumento legislativo nato proprio a difesa del mercato editoriale e della sua imprescindibile equità commerciale quale è la Legge Levi sul prezzo dei libri, in vigore nel nostro paese dal 2011.

È un ringraziamento veramente caloroso, il mio, perché trovo ammirevole – sì sì, taaaanto ammirevole! – che con tanta enfasi si metta ben in evidenza, e senza dubbio alcuno, l’importanza di quanto stabilito dalla suddetta legge, ovvero il tetto massimo di scontistica applicabile ai prezzi di copertina dei libri, come indicati nell’articolo relativo del provvedimento:

Articolo 2
1. Il prezzo al consumatore finale dei libri venduti sul territorio nazionale e` liberamente fissato dall’editore o dall’importatore ed e` da questo apposto, comprensivo di imposta sul valore aggiunto, su ciascun esemplare o su apposito allegato.
2. E` consentita la vendita dei libri ai consumatori finali, da chiunque e con qualsiasi modalità effettuata, compresa la vendita per corrispondenza anche nel caso in cui abbia luogo mediante attività di commercio elettronico, con uno sconto fino ad una percentuale massima del 15 per cento sul prezzo fissato ai sensi del comma 1.

Quanto sopra con unica deroga ammessa indicata al comma 4 dello stesso articolo:

4. La vendita di libri ai consumatori finali e` consentita con sconti fino ad una percentuale massima del 20 per cento sul prezzo fissato ai sensi del comma 1: a) in occasione di manifestazioni di particolare rilevanza internazionale, nazionale, regionale e locale, ai sensi degli articoli 40 e 41 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112; b) in favore di organizzazioni non lucrative di utilità sociale, centri di formazione legalmente riconosciuti, istituzioni o centri con finalità scientifiche o di ricerca, biblioteche, archivi e musei pubblici, istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, educative e università.

In breve: sconto massimo 15%, e solo in particolari casi del 20%. Proprio come annunciato dal banner pubblicitario che vedete lì in testa all’articolo, no?

Per questo trovo altrettanto ammirevole l’impegno che tali iniziative mettono nel sancire l’importanza di rispettare tale legge dello stato senza deroghe, aggiramenti o furberie di sorta che permettano sconti selvaggi – tipo di più del 50, 60%… magari fino al 65%, pensate un po’ che roba indegna sarebbe! La Legge Levi non sarà al livello di altri provvedimenti legislativi similari in vigore in altri paesi europei, come molte spesso fanno notare, ma che, quanto meno, risponde al vecchio motteggio popolare “piuttosto che niente, meglio piuttosto!” ovvero, nella pratica, permette di conservare almeno un minimo di pluralismo culturale nel mercato editoriale nazionale e una effettiva possibilità di concorrenza, soprattutto dell’editoria piccola, media e indipendente nei confronti dei grossi gruppi editoriali e industriali e delle loro costanti mire di sopraffazione oligarchica.

Grazie, dunque, ancora una volta: grazie a tutti quelli i cui messaggi promozionali avrete ricevuto o letto nelle vostre mail o un po’ ovunque sul web, per essere così rispettosi delle norme più logiche ed eque che regolano il mercato dei libri, e per dimostrare di “credere nel grande potere dei libri: migliorare la vita!La “vita” di tutti quanti, vero?