In quali strani personaggi ci si imbatte sulla Prospettiva Nevskij! C’è una quantità di gente che, incontrandovi, immancabilmente vi guarderà le scarpe e, quando voi proseguite il vostro cammino, si girerà indietro per guardare le vostre falde. Ancora oggi non riesco a capire perché questo accada. In un primo tempo pensavo si trattasse di calzolai, ma non è così; sono perlopiù persone che prestano servizio in ministeri, molte di loro possono scrivere in modo stupendo un rapporto da un ufficio statale a un altro; oppure sono persone che come occupazione passeggiano, leggono i giornali nelle pasticcerie, insomma per la maggior parte persone proprio per bene.
Vi pare sia cambiato qualcosa nella società di oggi rispetto a quella in passeggio lungo la Prospettiva Nevskij nella Pietroburgo ottocentesca di Gogol?
Forse solo l’oggetto degli sguardi ovvero gli identificanti status symbol…
P.S.: a breve potrete leggere, qui sul blog, la personale “recensione” de I racconti di Pietroburgo.
Credo che se tutt’oggi si raccontasse a molta gente comune (definizione qui con accezione del tutto letterale e neutra, sia chiaro) che nel bel mezzo dell’Africa, lungo la linea dell’Equatore e dunque in una zona del mondo che immediatamente richiama alla mente caldo infernale, zone desertiche e savane, leoni, giraffe, elefanti e quant’altro di affine, vi siano montagne con cime innevate e ampi ghiacciai, in tanti storcerebbero il naso e non ci crederebbero granché.
In fondo, da questo punto di vista, la situazione non è cambiata molto da quasi 170 fa, quando i primi esploratori europei presero a raccontare di altissime montagne scintillanti di ghiacci eterni al centro del “continente nero”, venendo presi per visionari in preda ad allucinazioni da febbre malarica o cose del genere. D’altro canto, un po’ per lo stesso motivo, l’aura leggendaria che allora circondava le tre grandi montagne africane, Kilimanjaro, Kenya e Ruwenzori, resiste ancora adesso, continuando ad affascinare gli alpinisti contemporanei che decidono di calcarne le vette massime e nonostante anche lì sia in atto un regresso delle superfici glaciali che la collocazione geografica non rende meno drammatico di quello in corso sulle Alpi o ai Poli.
E’ un’aura leggendaria che affascina anche a distanza, anche chi legga della sua essenza seduto su una comoda poltrona a migliaia di chilometri di distanza dacché scaturente da una storia altrettanto leggendaria, nel bene e nel male, che Mirella Tenderini – una delle migliori scrittrici di alpinismo ed esplorazione in circolazione – narra ne Le nevi dell’Equatore (Alpine Studio, 2012; 1a ediz. CDA&Vivalda Editori, 2000).
In effetti la storia della conquista delle più alte montagne africane è assolutamente emblematica della parallela conquista – dovrei usare il termine “colonizzazione”, ma il primo credo renda meglio l’idea – della parte interna dell’Africa da parte degli europei, ovvero è assai significativa di quello storico travaglio che ha caratterizzato il continente tra Settecento e Novecento (e che continua tutt’ora)… (continua)
(Leggete la recensione completa di Le nevi dell’Equatorecliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Da parecchio tempo a questa parte ho dedicato numerosi articoli (questo, ad esempio) alla questione “Legge Levi” – o, più istituzionalmente, “Legge n. 128 del 2011 sul prezzo dei libri” (qui trovate il suo testo completo) – il famigerato (nel bene e nel male) provvedimento legislativo che ha tentato di sottoporre a una pur minima regolata l’assai anarchico mercato del libro nazionale: legge che, in perfetto stile italiota, è stata fin da subito ed è tutt’ora oggetto di frequentissime violazioni, soprattutto da parte dei “pezzi grossi” dell’editoria nazionale ovvero da quella parte di filiera editoriale da essi controllata. In quegli articoli ho invocato spesso che nel loro piccolo le “formiche”, cioè gli editori piccoli e medi nonché i librai e tutti gli altri attori indipendenti del mercato, cominciassero seriamente a “incazzarsi” di fronte a quelle violazioni e allo spadroneggiare sempre più prepotente – e sempre più danneggiante la lettura in Italia – dei grandi editori, e piuttosto di subire continuamente le loro pretese sul mercato passassero al contrattacco, in forza del classico motto “l’unione fa la forza” e al fine di riequilibrare in modo finalmente adeguato e realmente libero il mercato stesso.
(Cliccateci sopra per vedere il video.)
Bene: pare che le formiche si stiano organizzando in tal senso, e comincino a comprendere l’importanza di essere attive più che reattive. Così infatti si può interpretare la partecipazione dei rappresentanti della filiera editoriale indipendente al convegno organizzato dalla Commissione Cultura, Scienza ed Istruzione della Camera, “La legge Levi per la promozione della lettura – A cinque anni dall’applicazione della legge n. 128 del 2011 sul prezzo dei libri: analisi, sviluppi e prospettive per favorire la lettura in Italia”, svoltosi lo scorso 6 ottobre a Palazzo Montecitorio, nel quale sono intervenuti Ricardo Franco Levi, primo firmatario della suddetta Legge 128, Alberto Galla, presidente Associazione librai italiani (ALI), Cristina Giussani, presidente Sindacato Italiano Librai (SIL), Federico Motta, presidente Associazione italiana editori (AIE), Rossana Rummo, direttrice generale Biblioteche e istituti culturali Mibact, oltre alla Presidente della Commissione Cultura, Flavia Piccoli Nardelli, e allo stesso Ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini.
Sembra – siamo in Italia dunque bisogna sempre restare sul vago, fino a che non si abbiano in mano risultati concreti! – sembra, dicevo, che l’incontro abbia sortito effetti positivi, e messo le basi per una più efficace attuazione della Legge Levi. A tale riguardo Giussani, presidente SIL, rimarca che «si registra tra le librerie indipendenti e quelle appartenenti a grandi gruppi una decisa convergenza sul tema degli sconti e della regolamentazione dei prezzi dei libri. Un fatto nuovo e decisamente positivo, che gratifica l’impegno del nostro Sindacato volto ad allargare al maggior numero possibile di soggetti la discussione sugli aspetti normativi attuali e sulle eventuali modifiche da apportare». Più avanti aggiunge, con un ottimismo che si spera non sia disilluso da future iniziative reiteranti diffusissimi atteggiamenti attuali: «Sembrano essersi accorti tutti, infatti, che l’eccesso di sconti sui libri fa perdere valore alla lettura e chiudere le librerie, non solo piccole ma anche grandi. Ci sono dunque le condizioni per arrivare quanto prima ad una modifica delle norme che sia condivisa da tutti.»
In buona sostanza, la proposta messa sul tavolo dalle associazioni dei librai (SIL e ALI), da tutti i retailers anche di catena, dai gruppi Feltrinelli e Giunti e dai piccoli editori (mentre l’AIE si è dimostrata meno “collaborativa” anche se possibilista sul tetto massimo di sconto), è una modifica alla francese (qui la legge sul prezzo del libro in vigore in Francia) che determini “paletti” quali il 5% di sconto massimo sul prezzo di vendita, lo stop ai cross-merchandising (ovvero quell’insieme di attività grazie alle quali si riesce ad aumentare lo scontrino del cliente, spingendo quest’ultimo ad accostare al prodotto iniziale d’acquisto un altro prodotto: tecnica assai diffusa negli ipermercati – i classici scaffali di prodotti posizionati ove si formano le code alle casse, ad esempio – e sempre più anche nelle librerie di catena), la stretta sulle promozioni selvagge e altre mozioni del genere. Il tutto, da inserirsi tramite emendamenti ad hoc nella proposta di legge Giordano n.1504 “Disposizioni per la diffusione del libro su qualsiasi supporto e per la promozione della lettura”, da due anni e mezzo in discussione alla Commissione Cultura ma forse (forse!) ormai prossima alla meta attuativa.
Questo è quanto, al momento. Ribadisco: siamo ancora sul piano delle proposte e del relativo dibattito, ma non si può non sostenere con favore questo nuovo atteggiamento propositivo della filiera editoriale indipendente nazionale, sempre più fondamentale non solo per l’equità del mercato dei libri ma, a ben vedere, per la mera sopravvivenza dello stesso. Il dominio sovente bieco dei grandi editori (che d’altro canto continua in molti casi ad essere ancora tale, vedi la riprovevole questione del Salone del Libro conteso tra Torino e Milano) non mi pare che sia in grado di risollevare le sorti del mercato ovvero, in generale, della lettura in Italia. Credo sia il caso, dunque, di cambiare del tutto punto di vista riguardo la gestione del mercato nazionale, anche seguendo esempi virtuosi di altri paesi europei assimilabili al nostro. In fondo i libri e la lettura sono da sempre un’attività sinonimo di libertà consapevole: lasciarla in balìa di una pseudo-libertà – o pseudo-liberismo – tanto sregolata quanto tendente all’oligarchia, dunque a negare sé stessa, è cosa francamente stolta e deleteria per l’intera cultura del nostro paese.
Questo che state per leggere è un post “settoriale”, legato alle mie frequenti occupazioni di temi legati alla montagna – in chiave culturale, letteraria ed editoriale, concretizzata in diverse pubblicazioni, ma inevitabilmente anche sotto l’aspetto prettamente politico (nel senso nobile del termine) e, ultimo ma non ultimo aspetto, anche in senso culturale globale, visto che tratta della cultura antropologica midollare del nostro paese.
Mi sto riferendo alla proposta di legge C.65-2284A “Misure per il sostegno e la valorizzazione dei comuni con popolazione fino a 5.000 abitantie dei territori montani e rurali, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici” approvata alla Camera lo scorso 28 settembre e ora in attesa dell’approvazione anche da parte del Senato (che invece ha fatto arenare precedenti tentativi di introduzione del testo – rallegriamoci ma non troppo, dunque): è il provvedimento – atteso da anni – che mira alla salvaguardia dei piccoli paesi rurali, insomma, che rappresentano una preziosa e fondamentale peculiarità italiana.
Arnosto, Prealpi Bergamasche, disabitato.
Come detto altrove, qui sul blog (proprio occupandomi di paesologia), l’Italia è un paese di paesi, piccoli centri abitati sparsi per le campagne e le montagne che il fremente e troppo spesso disordinato progresso del secondo Novecento ha costretto sempre più al margine della vita economica, sociale e culturale del paese, quando invece è proprio nei piccoli paesi che si conserva, da Nord a Sud, la nostra preponderante e più autentica cultura nazionale, nel mentre che città medie o grandi sempre più spinte ad imitare l’aspetto di metropoli hanno rapidamente cominciato a palesare gravi problemi di ordine sociologico e antropologico, tra globalizzazione culturale massificante, periferie degradate, non luoghi, alienazioni, dissonanze cognitive e quant’altro. D’altro canto, in un altro articolo pubblicato qui, ho indicato come la montagna – spesso presentata in modo enfatico tanto quanto pragmatico “scuola di vita” – possa rappresentare il modello socioculturale migliore e più efficace per un buon risanamento (o rinnovamento, o rinascita, fate voi) dell’intera società, al fine di renderla finalmente più equa, più civica, più consapevole e più ricca di cultura, proprio come la montagna riesce ad essere ancora oggi nonostante gli innumerevoli sfregi (politici e non solo) a cui è stata sottoposta negli ultimi decenni.
Carenno, Gruppo del Resegone, 1.470 abitanti.
A proposito della suddetta legge votata alla Camera, viene in mente un vecchio adagio milanese, che più o meno fa così: piutostchenigot, l’è mej piutost. Adagio che, ahinoi, si più assai spesso applicare a molti provvedimenti legislativi italiani, che vanno a cercare di coprire mancanze normative totali (in un paese che invece per altre cose di leggi ne ha fin troppe) col minimo sforzo e altrettanto risultato. Sia chiaro: per cercare di salvaguardare, rilanciare e valorizzare quell’immenso tesoro nazionale rappresentato dai piccoli paesi, ogni pur minima cosa utile deve essere apprezzata e sostenuta, posta la situazione altrimenti di ignoranza – ovvero di inettitudine (strategica, purtroppo) della politica sulla questione – pressoché totale. Piuttosto che niente, meglio piuttosto, dunque, anche perché, se nel suo complesso bisogna accogliere con favore il provvedimento appena votato, ferisce l’animo constatare ad esempio che, a fronte dei 5.585 comuni montani sotto i 5.000 abitanti (peculiarità che fornisce il titolo di “piccolo comune”), vengano stanziati 100 milioni di Euro complessivi in 7 anni per (cito da qui) “finanziare interventi in tutela dell’ambiente e dei beni culturali, mitigazione del rischio idrogeologico, messa in sicurezza delle scuole, l’acquisizione delle case cantoniere e ferrovie disabitate per realizzare circuiti turistici e promuovere la vendita di prodotti locali”. Molto rozzamente, ma significativamente, divido quei 100 milioni stanziati in 7 anni per i 5.585 comuni che ne possono usufruire: fanno 17.905 Euro e spiccioli per comune. Una cifra che non basta nemmeno per mettere in sicurezza qualche metro di versante passibile di dissesto idrogeologico. Nulla, insomma, soprattutto e confrontato agli ingentissimi stanziamenti di soldi pubblici messi a disposizione a spron battuto per opere e progetti che poi si rivelano fallimentari, oltre che ottime occasioni per speculatori, tangentisti e criminali vari – politicanti e non – per intascarsi quei soldi. Ora, che un così esiguo stanziamento debba essere considerato uno sforzo ammirevole in tempi di crisi e di spending review, oppure un ennesimo segno di disinteresse verso i piccoli comuni il quale rischia di soffocare sul nascere qualsiasi buona intenzione scaturente dalla legge, lascio giudicare a voi.
Santo Stefano di Sessanio, Gruppo del Gran Sasso d’Italia, 117 abitanti.
Certo, anche qui si può dire: meglio quei 100 milioni che il nulla assoluto. Ma non serve essere esperti del settore per capire che tali denari non bastano affatto, che ci vuole molto di più, che occorre soprattutto una nuova – o, forse una rinnovata – antropologia culturale per i piccoli centri abitati italiani, una visione innovativa nel suo ripescare dal più virtuoso passato che finalmente consideri i paesi – e il territorio rurale nazionale in generale, di montagna ma non solo – una grandissima risorsa e una pari opportunità di sviluppo culturale, economico, sociale e mille altre cose, piuttosto che un peso che possa dar fastidio alle ricche e scintillanti tanto quanto degradate e decadenti città.
Ha ragione Franco Arminio quando dice che “Il paese è luogo per scrittori e non per cronisti. (…) Nei posti considerati minori sta accadendo qualcosa importante, qualcosa di vago e profondo che si può incrociare solo dotandosi di strumenti conoscitivi molto sofisticati.” Perché ancora oggi, checché ne pensino i politici che continuano a guardare con più favore alle città in quanto maggiori bacini elettorali dimenticandosi dei piccoli paesi, e dimenticando che essi stessi sono rappresentanti di un paese che è fatto di tanti piccoli paesi prima che di città, è proprio nei paesi che si conserva e spesso si genera autentica cultura – non solo, che si mettono in atto forme di gestione del territorio innovative ovvero forti del fatto di innovare ciò che viene dalla tradizione, sapendo bene che non può esistere alcun futuro che non abbia solide radici nel passato e consapevole progettazione nel presente.
Bova, Aspromonte, 442 abitanti.
Speriamo in bene, anche per noi che scriviamo e ci occupiamo di montagne, di genti delle terre alte, dei loro piccoli paesi e della vita di lassù: un mondo ricolmo di infinite storie, a volte meravigliose, altre volte tragiche ma sempre traboccanti di vitalità vera e inimitabile. Se la perdessimo, questa vitalità, se abbandonassimo i paesi al loro destino apparentemente segnato (ovvero, ribadisco, così determinato da una politica spesso del tutto distorta e miope, sperando che la nuova legge possa finalmente invertire la rotta e la sorte) significherebbe svuotare il nostro paese del suo midollo vitale, trasformandolo in una (forse) luccicante scatola antropologicamente vuota.
Il caso recente del Mein Kampf dato in omaggio al quotidiano Il Giornale ripropone per l’ennesima volta la questione della liceità di conoscenza e diffusione di libri portatori di messaggi malvagi e criminali preso il grande pubblico – e non serve dire che proprio il testo di Adolf Hitler rappresenti probabilmente, di questi libri maledetti, il caso più emblematico. Ne disquisisco qui solo ora nella speranza che gli sproloquiatori da competizione, così attivi in queste circostanze, se ne siano ormai andati altrove a berciare sguaiatamente come loro solito.
Bene: sulla questione, la prima cosa che mi viene in mente è una domanda: affidereste voi alle capacità – diciamo – di un tredicenne la guida di un TIR, facendogli tutt’al più prima leggere un agile libretto d’istruzioni?
Ora vi spiego tale (all’apparenza) bizzarra domanda. Formalmente, io credo da sempre che nessun libro, persino quello dai contenuti più terrificanti, possa e debba essere proibito. Ciò per due semplici motivi: primo, perché quei contenuti così tremendi innanzi tutto sanciscono la natura – intellettuale, culturale, umana, morale, etica – di chi ne è l’autore; secondo motivo, complementare al primo, perché chiunque ha il diritto di conoscere chi ha scritto cosa e perché, nonché di meditarci sopra previa fornitura dei più consoni strumenti critici – ove chi ne fruisca non li possieda già per propria preparazione culturale personale.
Posto ciò, sorge dunque una domanda ulteriore: i lettori de Il Giornale (e non solo loro, poi) possiedono una tale preparazione? Ovvero: la redazione, insieme al libro in questione, fornisce loro i più consoni strumenti critici al fine di poter comprendere senza alcun equivoco il valore e la portata di ciò che leggeranno, per poi poterci riflettere sopra nel modo meno superficiale e più articolato possibile?
Io non ho visto né conosciuto direttamente l’operazione messa in atto dal quotidiano milanese, tuttavia, leggendo commenti del tutto autorevoli e indipendenti nonché per una inevitabile considerazione “storica” della fonte di tale operazione, mi permetto di formulare seri dubbi su che ciò sia avvenuto. Ho invece letto l’editoriale del direttore de Il Giornale, e l’ho trovato “scolastico” (ma da scuola media, intendo, non di più!) e piuttosto superficiale, debolmente abbarbicato alle solite frasi del tipo “Studiare il male per evitare che ritorni” che ci si aspetterebbe, in situazioni del genere, più di quanto ci si potrebbe aspettare una sensazione di bagnato toccando dell’acqua, e all’autorevolezza del professor Francesco Perfetti, una delle massime autorità nel campo della storia contemporanea, che firma la parte critica dell’edizione. Autorevolezza riconoscibilissima, sono io il primo a sostenerla, a patto di non considerare troppo gli evidenti legami tra il professor Perfetti e un certo intellettualismo di destra – leciti, sia chiaro, ma date le circostanze forse non così convenienti: non ci fossero, quell’autorevolezza sarebbe senza dubbio maggiore e ancor più da riconoscere.
Un’altra domanda ancora: l’operazione in questione, al di là del libro in sé e dei suoi contenuti, lede o rischia di ledere la memoria storia, il rispetto e l’onore di chicchessia abbia subito, direttamente o meno, le conseguenze della pubblicazione originaria del libro in questione? A giudicare dalle reazioni della comunità ebraica italiana, parrebbe di sì. Anche in tal caso si poteva – e doveva – aspettare una reazione più o meno critica da parte degli ebrei italiani. Era inevitabile? Forse, pur solo per partito preso – o forse no, sarebbe stato meglio evitarla in ogni modo, magari con una adeguata concertazione della pubblicazione con la stessa comunità.
Ecco. A questo punto, torno a quella mia affermazione là sopra: di fronte a opere come il Mein Kampf, e a tutto ciò che portano appresso in senso storico, ideologico, morale, filosofico nonché (inesorabilmente) politico, noi tutti siamo e resteremo sempre come tredicenni – salvo rarissime eccezioni. Una tale opera ingombrante come il più grosso dei TIR (mi si perdoni tale metafora così rozza, ma vuole essere a fin di bene, sia chiaro), nelle mani di chi non possieda i più consoni strumenti culturali per la sua comprensione e meditazione ovvero che di essi non venga fornito – e in maniera assolutamente completa – finirà sempre per essere un’arma assai pericolosa, per chi la “guida” e per chiunque si trovi sulla sua strada.
Per come è stata impostata, la pubblicazione del Mein Kampf da parte de Il Giornale – a prescindere da eventuali volontà di marketing sensazionalistico di pessimo gusto che, quantunque segnalate da tanti, ora qui non prendo in considerazione – mi suona molto come un TIR, per di più carico di sostanze infiammabili o esplosive, potenzialmente dato in mano a tanti tredicenni. E, ribadisco nuovamente, noi tutti lo siamo, come bambini cresciuti ingenui e parecchio sprovveduti a fronte di cose tanto grandi e terribili: chi anche senza preparazione culturale abbia la capacità di capire cosa ha tra le mani e, a maggior ragione, chi no.
Ma, posto tutto quanto sopra, ciò non significa che i TIR non possano circolare, se ben guidati e su strade ad essi consone! Personalmente non sarò mai contrario alla conoscenza di opere pur così “maledette” come il Mein Kampf: la necessità di un’analisi critica di tali immani tragedie ovvero del dover fare i conti con la storia, come si dice in tali casi, al fine di chiudere veramente e definitivamente quel capitolo consegnandolo al passato e alla pubblica memoria (dunque senza alcuna “nostalgia”, di nessuno e in nessun modo) non viene mai meno. Altrove – vedi Germania – questo è stato fatto, in maniera considerabilmente compiuta. Qui, a quanto Il Giornale ci dimostra, nel bene e nel male, forse non ne siamo ancora capaci. E forse mai lo saremo.
P.S.: ah, per la cronaca… Lo lessi tempo fa, il Mein Kampf, e mi parve un testo parecchio stupido, nonostante tutta la sua tragicità.