Franco Arminio, “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di Paesologia” (Laterza)

cop_vento-forte«Paesologia? E che cos’è?»
Credo che non pochi si porranno una tale domanda, e la cosa non è affatto incomprensibile o criticabile. Io ne ho parlato più volte, qui nel blog, in forza di un personale interesse dovuto ai miei lavori di matrice geografica e antropologica sui territori montani della zona in cui vivo, ma certamente a mia volta, prima di questi impegni, potevo senza dubbio unirmi agli incompetenti in materia. Ed è un peccato, che la paesologia sia così poco conosciuta nonché praticata da chi possa farlo, perché è una disciplina a dir poco fondamentale, per il nostro paese.
Dunque, cos’è la paesologia? Lo dice il nome stesso: è la – se si può usare questo termine – “scienza” dei paesi, dei piccoli centri abitati, di quelli rimasti tagliati fuori dallo sviluppo economico e sociale del secondo Novecento subendone invece tutti i danni, ma anche di quelli che sono stati meramente dimenticati dai loro stessi abitanti, i quali magari vi risiedono ancora ma in una situazione di dissonanza cognitiva, di scollamento col territorio da loro stessi (ovvero dai loro avi) antropizzato, di sostanziale passività sociale e antropologica. La paesologia studia questi paesi, il loro declino, la loro “malattia”, cerca di coglierne più che i sintomi le cause, ma tenta di cogliere pure quello di buono, di sopito ma ancora acceso che c’è in essi, di ancora vivo e capace dunque di frenare la rovinosa caduta in un coma culturale (in senso generale) sempre più irreversibile, di contro ravvivando il paese e la sua storia, a volte millenaria, nobile, ricca di forza identitaria eppure così rapidamente svilita e calpestata dal progresso degli ultimi decenni, il quale ha favorito (se così si può dire, visti i problemi di altro genere e spesso anche più gravi – ma qui si intende in senso politico, soprattutto) le città e ha sostanzialmente dimenticato i paesi.
E perché fa tutto ciò, la paesologia? Molto semplice: perché in Italia i paesi sono il paese stesso. L’Italia è fatta di paesi, più che città, e di paesi di montagna più che d’altro: ciò perché l’Italia è un paese di montagne (a volte ce lo dimentichiamo ovvero pensiamo alle nostre bellissime coste, alle spiagge, al mare, ma basta prendere in mano una cartina…) e la montagna, che sia alpina o appenninica, è quella che ha subito i maggiori danni durante lo sviluppo economico novecentesco: dissoluzione delle tradizionali attività lavorative montane, spopolamento, trasformazione in realtà turistiche sovente totalmente avulse dal territorio, dalla sua cultura, relative cementificazioni selvagge, sfruttamento selvaggio e depauperamento delle risorse naturali eccetera eccetera eccetera… con tutte le conseguenze sociali del caso, spesso assai drammatiche.
Ecco: vi ho già detto molto di quello che è Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di Paesologia (Laterza, 2008), testo fondamentale di paesologia – come denota subito quel sottotitolo – dacché opera di chi la paesologia l’ha “inventata” e definita: Franco Arminio. Un “esercizio” di paesologia è qualcosa di tanto semplice, nella forma, quanto profondo e intenso nella sostanza: si pratica visitando paesi che corrispondano alle peculiarità che poco sopra ha rapidamente (e parzialmente, sia chiaro) elencato e li si studia, appunto cercando di percepire il loro stato, lo spirito che vi langue, il comatoso Genius Loci, cercando di diagnosticarne la malattia in primis attraverso il fondamentale dialogo diretto con gli abitanti del paese, vivendo qualche ora tra di loro per tentare di vedere riflessa nella loro ordinaria esistenza quotidiana lo straordinario – nel bene e nel male – del paese in cui vivono e, dunque, tentando di comprendere se quella malattia sia in qualche modo guaribile, e con quale modo.
Arminio racconta delle sue esplorazioni nei paesi del centro Sud italiano ove è nato: l’Irpinia, la Lucania, la Baronia ma anche il Cilento oppure, nelle Alpi, la Val Germanasca. Perché, appunto, di paesi “malati” ve ne sono ovunque, lungo la penisola: almeno un quarto di essi lo è gravemente, scrive Arminio, soffrendo di una malattia “nuovissima”, la desolazione. “Per secoli o forse millenni” continua lo scrittore di Bisaccia, “i paesi sono stati poveri ma, anche se modesta, la vita che si svolgeva un tempo era “piena”. Ogni persona stava nel suo paese come un pesce dentro al lago. Adesso pare che tutti stiano in un secchio rotto. Si vive con poca acqua e con la sensazione che nessuno sappia come conservare la poca che rimane.” È la desolazione del vuoto sociologico e antropologico di paesi ai quali è stata ormai succhiata quasi tutta l’energia vitale e negata la cultura peculiare, sostituendola con quella che la deflagrante globalizzazione ha portato con sé ma senza che insieme venissero offerti i mezzi per poterla sostenere, cancellando anzi gli elementi identificanti del territorio, quelli che determinavano così anche l’identità culturale dei suoi abitanti e il legame col territorio stesso e, ripeto, provocando sempre più diffusi e letali fenomeni di sradicamento sociale e antropologico, di dissonanza cognitiva, di alienazione civica oltre che politica – nell’accezione originaria del termine.
Effettivamente Vento forte tra Lacedonia e Candela lo si può definire un testo di didattica paesologica. Insegna a sensibilizzare i nostri sensi verso il territorio che ci circonda, a vedere e non solo a osservare ciò che presenta e vi avviene, ad ascoltare e non solo a sentire ciò che gli abitanti hanno da dire – parole a volte apparentemente semplici e banali ma che nascondono silenti grida di sconcerto, di disperazione, d’aiuto ovvero anche solo un pressante bisogno di solidarietà, di partecipazione civica morale, di comunanza culturale. L’Italia è Torino, Milano, Roma, Napoli; è il turismo di massa di Venezia o di Pompei, è la Costa Smeralda cosi suoi VIP, è mega-eventi come l’Expo oppure è le (presunte) infrastrutture futuristiche come la TAV… insomma, certamente è anche tutto ciò, ma prima di tutto l’Italia è il paese dei paesi, dei mille campanili, dei dialetti, delle tradizioni e delle specificità culturali che a volte variano da una frazione all’altra dello stesso paese, è un agglomerato di socialità probabilmente assai disordinato e sovente arretrato, antiquato, bigotto, eppure dalle potenzialità peculiari e infinite. Lasciarlo morire significa soffocare la gran parte del patrimonio storico-culturale nonché l’identità nazionali; consentirgli di sopravvivere dignitosamente, garantendo i servizi sociali essenziali ma anche solo ridando valore a ciò che i paesi hanno di ordinariamente pregevole – strade, piazze, aiuole, fontane, monumenti, panchine, angoli di socialità, eccetera – non significa solo dare a questi paesi un futuro ma lo si dà all’intero paese: perché non può esistere nessun buon futuro che non sia costruito su quanto di altrettanto buono ci venga dal nostro passato. Ennesima cosa all’apparenza banale da rimarcare, eppure da decenni drammaticamente ignorata – e i risultati purtroppo li abbiamo ormai tutti quanti sotto gli occhi.
Libro affascinante, coinvolgente, commovente e intenso, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Da leggere – e sapete perché, oltre che per quanto ho scritto fino a qui (ed è solo una minima parte di quanto avrei potuto raccontarvi al proposito)? Perché leggere questo libro è come leggere molto di noi stessi. Qualcosa di sempre più necessario, insomma, se non vogliamo smarrirci definitivamente.

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