L’artista è un equilibrista

La carriera di un artista è proprio come il filo di un equilibrista. Solo che questo filo è lunghissimo. Si sa da dove si parte, ma non si sa dove arriva. L’artista ci cammina sopra e sa che una volta partito non può tornate indietro. Sa che può arrivare e sa che può cadere. Non sa però quanto alto è questo filo da terra. Meglio non guardare mai giù. Meglio per due ragioni. Primo, perché il baratro potrebbe essere troppo profondo. Secondo, perché invece il filo potrebbe essere teso a soli pochi centimetri da terra, e questa sarebbe la dimostrazione che il destino che ci aspetta è molto limitato. Quando l’artista rimane troppo vicino alla terra è molto ma molto difficile che riesca a toccare il cielo con un dito.

(Maurizio Cattelan con Francesco BonamiMaurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzataMondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011, pag.67.)

Dio e la sua Parola vs folletti e spiriti del bosco

Qualche secolo fa viveva nella parrocchia di Jösse, nel Värmland, un pastore di raro rigore e severità che cercava con tutte le sue forze di rendere i suoi parrocchiani devoti e timorosi di Dio. Non solo voleva liberarli dall’abitudine di bere e fare a botte, di darsi al contrabbando con la Norvegia e altre simili nefandezze – come del resto avevano già provato molti altri preti prima di lui – ma proibiva loro anche di temere e adorare gli esseri che regnavano sui campi, sui boschi e sui corsi d’acqua, argomenti che i preti normalmente si guardavano bene dal toccare.
I pastori che l’avevano preceduto avevano certo pensato che, dal momento che era un dato di fatto che ci fossero spiriti nei boschi, näck nelle acque e folletti nelle fattorie, non si poteva proibire alla gente di proteggersi dai loro malefici offrendo sacrifici o stringendo con loro qualche tipo di patto, ma quell’ultimo venuto non voleva neanche sentirne parlare. Dio e la sua Parola erano le uniche cose si cui gli uomini dovevano contare e, attenendosi a questo, non c’era nessun bisogno di credere che ci fosse qualcos’altro che aveva il potere di portare danno e perdizione.
Era chiaro fin dall’inizio che, per quanto il prete fosse un ottimo predicatore, ogni discorso che faceva contro quegli esseri sotterranei andava sprecato. La maggior parte dei fedeli cominciava a temere che potesse irritare gli spiriti della natura contro di loro e sorse una tale ostilità nei suoi confronti che non riusciva a ottenere alcun successo, neanche in tutte le altre cose che gli stavano tanto a cuore. E andò a finire che tutto quello contro cui lui combatteva veniva riverito e onorato, mentre la causa di Dio non faceva che peggiorare ogni giorni in più che lui restava nella parrocchia. […]

(Selma Lagerlöf, L’acqua di Kyrkviken in Uomini e Troll, Iperborea, 2018, traduzione di Andrea Berardini e Emilia Lodigiani, pagg.97-98.)

Silvia Tenderini, “La montagna per tutti. Ospitalità sulle Alpi nel Novecento”

Personalmente, non mi asterrò mai dall’aborrire quello scellerato modus operandi geopolitico che, basandosi sull’applicazione del pensiero cartesiano alle mappe geografiche, dal Settecento in poi ha reso le montagne dei baluardi orografici di confine e di divisione tra versanti, territori e genti per nulla diverse, cancellando invece la millenaria caratteristica degli spartiacque montani di essere cerniere tra gli opposti (ma solo orograficamente) territori, dalla notte dei tempi zone di contatto, di conoscenza e di scambio, di transito e a volte di sosta per viaggiatori d’ogni sorta, al punto da generare un relativo modello di ospitalità tutt’oggi emblematico pur in tutte le sue differenti forme – ma tutte confluenti in similari finalità.
Silvia Tenderini, archeologa, scrittrice e viaggiatrice che sovente affronta nei propri libri tematiche legate alla montagna, racconta e analizza in La montagna per tutti. Ospitalità sulle Alpi nel Novecento (Cda&Vivalda Editori, 2002) la storia moderna dell’accoglienza dei viaggiatori sulla cerchia alpina, dopo averne presentato le fasi precedenti in altri due volumi (Ospitalità sui passi alpini: i viaggi attraverso le Alpi da Annibale alla Controriforma e Locande, ospizi, alberghi sulle Alpi. Dal Seicento ai Trafori).

Il periodo in esame è quello durante il quale, in buona sostanza, la pratica del viaggio attraverso le Alpi perde le caratteristiche sussistenziali, commerciali, culturali e più generalmente antropologiche per assumere invece peculiarità via via più ludico-ricreative ovvero turistiche, con le conseguenti trasformazioni non soltanto architettoniche – gli ospizi e le locande diventano alberghi, hotel, centri termali, sanatori, rifugi alpinistici – ma pure sociologiche e filosofiche […]

(Leggete la recensione completa di  La montagna per tutti. Ospitalità sulle Alpi nel Novecento cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Claudio Ferrata, “La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano”

Credo che chiunque avrà presente il celeberrimo dipinto di René Magritte intitolato La Trahison des images, quello che raffigura una pipa e una sottostante didascalia che dice “Ceci n’est pas une pipe”, «questa non è una pipa». Con tale opera Magritte volle sottolineare la differenza tra la realtà effettiva e la sua rappresentazione, sovente presente e pesante tanto quanto incompresa o ignorata: in effetti quella di Magritte non è una pipa ma un dipinto che ne raffigura una. L’equivoco pare banale ma, in verità, sottintende una profonda riflessione di natura semiologica circa la percezione umana della realtà, la relativa comunicazione e i suoi codici.

Bene: lo stesso principio potrebbe valere per la raffigurazione di un paesaggio sotto la quale si leggesse la didascalia «questo non è un paesaggio». In effetti, quello raffigurato su qualsivoglia supporto ovvero visibile direttamente in loco, nella realtà, da un eventuale visitatore, non sarebbe e non è un “paesaggio” ma un territorio con le sue forme geografiche naturali. Il paesaggio è semmai la percezione e l’interpretazione che possiamo ricavare dalla visione di quel territorio in base al nostro bagaglio culturale, alla relativa meditazione, alla sensibilità, al gusto, allo stato emotivo e ad altri elementi facenti parte della sfera personale di ciascuno. È una confusione assai comune e certamente bonaria nel parlato comune quotidiano, quella tra territorio e paesaggio, con il secondo termine utilizzato per intendere il primo elemento, ma diventa una distinzione fondamentale nell’analisi degli spazi antropizzati compiuta dalle scienze umane o dalle discipline che agiscono su tali spazi. Il paesaggio, si può dire, non esiste se non dentro di noi, e solo noi lo possiamo poi “poggiare” sul territorio con cui interagiamo e dal quale lo percepiamo, facendone il principale elemento di identità del luogo o, per dirla in modo più suggestivo, l’habitat del Genius Loci. D’altro canto, ciò comporta che il paesaggio sia una costruzione prima immateriale e poi sovente materiale (o indirettamente tale) che l’uomo applica al territorio, una sostanziale artificializzazione e una fonte per la territorializzazione di esso che da sempre – e in maniera crescente col crescere delle possibilità tecnologiche – hanno risposto a esigenze funzionali agli scopi umani più che alle possibili consonanze territoriali locali. In parole povere: l’uomo ha adattato i territori ai propri bisogni più o meno nobili più che adattare questi bisogni ai contesti territoriali in cui si sono manifestati, dunque con una costante “ignoranza” – ribadisco, non necessariamente negativa – del Genius Loci del posto e dunque della relazione antropologia naturale tra i territori e le genti che li abitavano.

Modello profondamente emblematico di tale artificializzazione e della profonda mutazione di un territorio in origine molto diverso è quello che è stato messo in atto dall’Ottocento in poi nella zona dei laghi prealpini del Nord Italia, in particolare di quelli a cavallo con il Canton Ticino in territorio svizzero. Un modello che viene analizzato da Claudio Ferrata, geografo e docente ticinese, in La fabbricazione del paesaggio dei laghi. Giardini, panorami e cittadine per turisti tra Ceresio, Lario e Verbano (Edizioni Casagrande, 2008), corposo e completissimo saggio multidisciplinare – quantunque la sua base sia assolutamente e significativamente geografica – che analizza a fondo il periodo tra primo Ottocento e primo Novecento nel quale le rive dei laghi lombardo-ticinesi sono state letteralmente reinventate ex novo come nessuno (a parte i diretti interessati al tema) direbbe sia accaduto []

Claudio Ferrata

(Leggete la recensione completa di La fabbricazione del paesaggio dei laghi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)