Selma Lagerlöf, “Uomini e Troll” (Iperborea)

Fin dalla notte dei tempi l’uomo – in quanto razza dominante sulla Terra, nel bene e nel male – s’è dato un gran daffare per adattare il territorio alle proprie esigenze e ai tornaconti perseguiti (la cosiddetta territorializzazione) e ciò con fervore crescente, proporzionale allo sviluppo tecnologico via via raggiunto. Ma fin dalla notte dei tempi e fino alla contemporaneità, nonostante la potenza dell’Homo Super Sapiens, l’umanità non è riuscita ad assoggettare l’intero territorio naturale, lasciando spazi non antropizzati per obiettiva difficoltà di intervento ovvero per sostanziale sconvenienza, ma anche per soggezione verso luoghi e ambienti percepiti come ostili. Qui, fin dall’antichità e proprio per distinguere nettamente lo spazio vitale e vissuto da quello inospitale e minaccioso – o forse pure per autogiustificarsi dall’inabilità ad agire pure in tali spazi – gli uomini vi hanno piazzato un assai ampio e variegatissimo pantheon di creature sovrumane o non umane: folletti, gnomi, troll, spiriti d’ogni sorta, così come draghi, mostri ed esseri spaventosi a bizzeffe, più o meno malvagi, costruendovi poi intorno una sterminata mitografia. Invero, storie, leggende e narrazioni varie che la compongono, se vi si solleva il superficiale e suggestivo strato vernacolare, favolistico e moraleggiante, possono rivelare in modo a volte sorprendente e parecchio illuminante il primigenio rapporto dell’uomo con la Natura, i territori e i luoghi, la costruzione delle basilari relazioni antropologiche, la generazione delle identità culturali, la concezione dei paesaggi e l’adattamento più o meno resiliente, nel tempo, alla vita umana in essi: tutti quanti elementi di origine ancestrale, appunto, ma ancora oggi profondamente emblematici e rivelatori del carattere dei relativi luoghi, delle genti che vi abitano, del bagaglio culturale locale.

E se folletti, troll, draghi e creature misteriose varie abitano soprattutto la Natura più incontaminata – da noi la cerchia alpina è un ambito perfetto in tal senso, pullulante di innumerevoli entità arcane – ancor più affollato di questi esseri sovrumani è il Nord Europa, che nei secoli ha maturato una mitografia unica e tutt’oggi ineluttabile legata anche ad una notevole conservazione dell’antico retaggio pagano e panteista presente nelle culture nordiche (mentre da noi il cattolicesimo ha sempre soffocato tali credenze popolari, spesso con la violenza). Al così intenso rapporto che lega uomini del Nord e entità misteriose della Natura la grande scrittrice svedese Selma Lagerlöf (l’autrice di uno dei personaggi per l’infanzia più “leggendari” di Scandinavia ma ben conosciuto dai bambini di buona parte del mondo, Nils Holgersson) ha spesso dedicato i suoi scritti – a volte inevitabilmente, narrando la vita, i costumi e le tradizioni della sua terra e, dunque, trovandosi ad avere a che fare quelle creature: Uomini e Troll (Iperborea, 2018, traduzione di Andrea Berardini e Emilia Lodigiani) raccoglie alcuni di questi racconti, tratti da due differenti versioni (una del 1915, l’altra del 1921) del suo libro Troll och Människor.

Sono racconti la cui evidente origine ricade nella narrazione orale tradizionale tipica di tutte le popolazioni europee e che nelle terre iperboree, ribadisco, mantiene una forza di suggestione notevole, che riesce a rendere secondaria l’apparente vetustà degli stessi, spesso narranti vicende ambientate nella Svezia di secoli fa, e a sospenderli sopra lo spazio-tempo ordinario, in una dimensione atemporale che in fondo è la stessa nella quale tutt’oggi poter incontrare le creature straordinarie protagoniste delle storie. Selma Lagerlöf fa proprio questo, con i suoi racconti: al di là delle mere vicende narrate, mette bene in evidenza quanto il legame tra uomini mortali del mondo terreno ed esseri sovrumani di dimensioni parallele sia imperituro e ineluttabile, probabilmente oggi più indefinito e inconcepibile di un tempo ma comunque presente e, sotto molti aspetti, necessario. Necessario perché profondamente culturale, antropologico, identitario, conservante in sé la radice ancestrale della nostra civiltà e le primarie nozioni formative che vi stanno alla base, ben più marcanti di ogni altra più tarda e pure più artefatta da elementi esterni a quel bagaglio culturale ancestrale. Come ben dimostra L’acqua di Kyrkviken, forse il racconto più emblematico in tal senso nel libro, in cui un pastore reggente la parrocchia d’un villaggio rurale cerca in tutti i modi di scacciare dalle menti dei suoi parrocchiani le credenze e le venerazioni verso gli esseri fatati dei boschi per imporre unicamente la fede in Dio e nella sua parola, ma ottenendo alla fine ben altro…

In ogni caso tutti racconti di Uomini e Troll risultano significativi e affascinanti, consentendo un viaggio letterario oniricamente intrigante – ma d’altro canto del tutto concreto e alquanto culturale, appunto – verso ambiti che credere meramente fantastici e irreali è quanto meno azzardato, se non paradossalmente illogico. A volte, a ben vedere, c’è molta più realtà nella fantasia che viceversa: magari in questo momento un folletto o un troll ci/vi sta osservando, siamo noi che non siamo più in grado di osservare lui.

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