Un’Odissea nello spazio lunga 50 anni… questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 9 aprile duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 10a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata “2018: Odissea (continua) nello spazio“.

Lo scorso lunedì 2 aprile si sono celebrati i 50 anni dalla prima proiezione (avvenuta a Washington il 2 aprile 1968, appunto) di uno dei film più famosi di sempre, 2001: Odissea nello spazio, considerato il capolavoro di Stanley Kubrick, una pellicola con scene che sono diventate parte integrante dell’immaginario collettivo della società contemporanea.
Ma 2001: Odissea nello spazio non è stato e non è soltanto un bellissimo film di fantascienza, non solo un capolavoro di immagini ed effetti speciali e non semplicemente un’opera che ha cambiato il modo di fare cinema. In verità il film di Kubrick possiede infinite chiavi di lettura culturali, scientifiche, sociologiche, filosofiche, addirittura teologiche, al punto che inevitabilmente la sua conoscenza e la riflessione al riguardo finisce per essere una dissertazione sul mondo che viviamo, su di noi che lo abitiamo e su alcune delle domande fondamentali che l’uomo si pone da sempre e sempre si porrà sul senso della vita, sull’Universo, su sé stesso e sul futuro del genere umano – senza contare poi come questa grande profondità tematica del film si rifletta tutt’oggi anche attraverso la sua vastissima influenza culturale e con i rimandi alla pellicola presenti un po’ ovunque, dalla musica alla TV, alla tecnologia e persino nel diritto.

RADIO THULE in questa puntata vuole dunque celebrare a suo modo i 50 anni di 2001: Odissea nello spazio portandovi alla scoperta di opinioni, retroscena e curiosità sul film che vi sorprenderanno e intrigheranno. Perché in fondo, un monolite nero lo abbiamo tutti, da qualche parte…

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, quiStay tuned!

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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Del viaggiare, di “turisti” e di “viaggiatori”

Da buon appassionato di viaggi, e da autore di “narrazioni di viaggio” (anche se una definizione del genere risulta gioco forza limitata e limitante), mi trovo spesso a riflettere sull’evidente (e inevitabile, oggi) dicotomia esistente tra le due figure sostanziali che “viaggiano” (in senso generale ovvero per scopi ricreativi / culturali / esperienziali e non per altri fini meramente funzionali): il viaggiatore propriamente detto e il turista. Inutile rimarcare che di elementi costitutivi di tale dicotomia – o antinomia, se preferite – se ne possono trovare numerosi. Su uno in particolare, tanto facilmente riscontrabile quanto in verità sfuggente, mi sono ritrovato a meditare di recente, anche grazie al mio grande interesse per l’etimologia delle parole – e, sia chiaro, con il massimo rispetto verso ogni forma di viaggio, dalla più superficiale alla più intensa: ognuno è libero di viaggiare come vuole, ma capirete che non è questo ciò di cui voglio dissertare, qui.

Quando si disquisisce di turismo, si usa di frequente il termine destinazione – una “destinazione turistica”, ad esempio. “Destinazione” ha la stessa (palese) radice etimologica di destino: il latino destinàre, che a sua volta rappresenta una forma allungata (comune anche al greco) dell’indoeuropeo stà-re, essere fermo, dunque fermarsi, fissare, stabilire fermamente. Da queste accezioni nasce pure il significato di destino: ciò che viene stabilito, decretato in modo ineluttabile – in forza d’una decisione divina, si credeva un tempo.

Posto ciò, e divinità varie e assortite a parte, mi viene conseguentemente da pensare a una definizione del genere: il turista è colui che viaggia per raggiungere una “destinazione” (altrui), il viaggiatore è chi viaggia per raggiungere, o conseguire, un “destino” (proprio). Notate come, a fronte d’una comune radice etimologica, le due accezioni risultino in effetti profondamente antitetiche, e vadano a toccare non solo il senso del viaggio in sé e il suo scopo, ma pure quello del “viaggiatore” in quanto soggetto attivo, il valore culturale e antropologico originario del suo muoversi nello spazio e nel tempo nonché del rapporto intercorrente con i luoghi viaggiati.

Non so se da ciò si possa derivare che “viaggiare”, nel senso più autentico del termine, rappresenti dunque una vera e propria vocazione, piuttosto d’un effetto dell’ambiente socioculturale nel quale si vive e dal quale si proviene e si parte. Ma di contro sono del tutto convinto che nessun viaggio che in qualche modo non diventi un “pezzo” più o meno grande di destino possa realmente definirsi tale. In fondo, spesso si rappresenta il destino come la meta del nostro viaggio vitale – in tal senso l’accezione del termine torna apparentemente ad avvicinarsi a quella di “destinazione”. Però, il viaggiatore autentico è pure quello che governa il proprio viaggio, che non segue rotte prestabilite verso destinazioni prestabilite da altri ma che sceglie la propria verso proprie mete, è quello che esce dal sentiero battuto per vedere oltre l’orizzonte altrimenti limitato e traccia nuovi cammini, nuove vie: è colui che – lo rimarco spesso – non viaggia per visitare un luogo, ma viaggia per fare che sia il luogo a visitare lui. Facendo in tal modo della “destinazione” e del “destino” una cosa sola e unicamente sua.

Non dovremmo mai dimenticare che noi uomini – creature intelligenti e civili – possiamo dirci umani proprio in relazione al mondo che viviamo e col quale interagiamo, con lo spazio nel quale ci relazioniamo e dal quale ricaviamo identificazione e identità, nonché la cui conoscenza ci fornisce la migliore direzione per il nostro moto vitale – e non solo metaforicamente. La geografia del mondo deve correlarsi e armonizzarsi con la nostra geografia interiore perché noi siamo il mondo che abbiamo intorno (e che costruiamo giorno dopo giorno) e il mondo è ciò che noi siamo e facciamo. Altrimenti, non saremmo altro che eterni forestieri ovunque, ineluttabilmente smarriti e incapaci di ritrovarci, corpi estranei in uno spazio sconosciuto privo di coordinate geografiche (e geoculturali) e potenzialmente pericoloso. Non saremmo affatto umani, appunto, ma creature ad uno stato antropologico inferiore.

Per tutto ciò, io credo, serve il viaggio. Per questo, come ho già detto qui, in buona sostanza il viaggiatore è il viaggio. E solo così il viaggiare diventa momento fondamentale di vita, e non un mero spostarsi nello spazio verso una qualsiasi “destinazione” ma senza una vera meta: un atto sostanzialmente illogico, dunque “non umano”, ecco.

Giorgio Agamben, “Che cos’è il contemporaneo?”

Che cos’è il contemporaneo? Chi è “contemporaneo”, e in che modo ci si può definire tali?
Ci sono domande che all’apparenza risultano scontate, ovvie, dunque inutili ovvero immeritevoli di troppa meditazione. Alla domanda “che cos’è il contemporaneo?” verrebbe facile rispondere “ciò che è qui e ora”, e di conseguenza “contemporaneo” sarebbe colui che vive il/nel “presente”. E se invece non fosse così scontata, la questione? Di più: se non fosse un tema così “ovvio”, se invece la sua comprensione risultasse fondamentale per capire al meglio il mondo che abbiamo intorno, le sue realtà e le conseguenti verità?
Queste mie, sì, sono domande retoriche. Il tema è in verità assolutamente fondamentale e nel senso letterale del termine, dacché nel “contemporaneo”, ovvero in un buon concetto o definizione sostanziale di esso, si fonda la generazione del tempo da noi vissuto, nel quale “facciamo cose” che segnano il tempo stesso che rapidamente diviene poi storia. E a fornire illuminanti risposte alle suddette domande s’impegna Giorgio Agamben, uno dei più brillanti filosofi contemporanei, in Che cos’è il contemporaneo? (Nottetempo, 2008), volumetto della collana “I Sassi” il cui testo riprende quello della lezione inaugurale del corso di Filosofia Teoretica 2006-2007 presso la facoltà di Arti e Design dello IUAV di Venezia.
Agamben basa sostanzialmente la propria riflessione al riguardo su due “definizioni” emblematiche. La prima – paradossalmente, ma forse non così tanto – ha quasi 150 anni e viene da Friedrich Nietzsche, il quale nel 1874 scrisse che []

(Leggete la recensione completa di Che cos’è il contemporaneo? cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Falcon Heavy (ovvero: di una data storica, di viaggi verso Marte e di futili canzonette)

Ieri sera, nel mentre che chissà quanti milioni di italiani perdevano il proprio tempo davanti alla TV assistendo a futili messinscene tipiche di questo periodo, io in live streaming sul web assistevo a quello che senza dubbio rappresenta un nuovo storico passo nel progresso scientifico e tecnologico (dunque anche culturale) dell’umanità: il primo lancio del Falcon Heavy, il nuovo super-razzo spaziale della SpaceX di Elon Musk, il visionario patron di Tesla che con i suoi vettori e la loro innovativa tecnologia può realmente dare il via ad una nuova era spaziale.

Ed è stato un lancio non solo perfetto dal punto di vista tecnico, ma pure suggestivo ed altamente emozionante: il carico rappresentato da una Tesla Roadster messa in rotta verso Marte, la scritta “Don’t Panic” sul monitor dell’auto in omaggio alla celeberrima Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, le note di Life on Mars di David Bowie diffuse nel centro di controllo durante il lancio, e soprattutto il rientro e l’atterraggio simultaneo dei due booster alla base di Cape Canaveral, una scena che pareva estratta tale e quale da un film di fantascienza. Qualcosa di storico, appunto.
Nel video di seguito potete assistere all’intera sequenza di lancio:

Alla faccia di quelle messinscene e alle loro immutabili, insignificanti manfrine. Ecco.

Leggere libri a bordo di astronavi interstellari

Anno 2374. Jean-Luc Picard, comandante dell’astronave USS Enterprise NCC-1701-E, legge un libro cartaceo nei propri alloggi sul ponte 4 di bordo durante un viaggio interstellare. (https://it.wikipedia.org/wiki/USS_Enterprise_(NCC-1701-E)

Resto convinto che tra qualche centinaio di anni, a bordo di una nave interstellare in viaggio superluminale tra le galassie, dopo aver controllato i principali sistemi di bordo e aver dato disposizioni sulla rotta e sul regime a cui impostare il reattore materia/antimateria per ottenere la velocità di curvatura necessaria al viaggio, il capitano si ritirerà nei propri alloggi e prima di un meritato sonno ristoratore leggerà un romanzo su… un libro cartaceo.

Sì, un libro di carta, come quelli di oggi, come quelli che da secoli nella nostra mente corrispondono nell’immagine oggettiva e nella relativa cultura al termine “libro”. Niente libri elettronici, no.

Attenzione: con la mia piccola fantasia sopra narrata non voglio assolutamente manifestare alcuna opposizione ai libri in formato digitale e ai relativi supporti. Anzi: ben vengano e ben si diffondano, così da promuovere il più possibile la letteratura e l’esercizio della lettura (nella speranza che gli editori la smettano di soffocarne lo sviluppo, però, come già denunciavo qui!) Tuttavia, più passa il tempo e più si solidifica la convinzione che, almeno per il momento – ovvero per questa generazione e per numerose prossime – per “libro” si continuerà ineluttabilmente a intendere l’oggetto cartaceo. Di più: come sostengo spesso, tale articolo rilegato, di carta o cartone o altro di funzionalmente simile e scritto/illustrato con inchiostro, comunque per ancora lungo tempo continuerà a rappresentare l’oggetto culturale per eccellenza, quello che in maniera più immediata, fruibile, economica e popolare rappresenta nel pubblico il senso del termine “cultura” e della relativa diffusione. Un oggetto di valore antropologico, un marcatore referenziale fondamentale per la cultura umana e un segno identitario inconfondibile per la civiltà, il quale, in quanto tale, non può subire alcun processo di obsolescenza né materiale e né immateriale.

Ribadisco: ben vengano i libri digitali ma, per ora e per ancora molto tempo, non scalzeranno affatto la presenza del libro e non ne scalfiranno il suo valore culturale originario semplicemente perché non ne sono e ne saranno in grado (peraltro, leggete un po’ qui che sta accadendo). Lo tengano in conto, i progettisti delle astronavi che tra qualche decennio prenderanno ad andare oltre i limiti del Sistema Solare verso nuovi pianeti e poi ancora più lontano, verso altre stelle e galassie, che un buon scaffale per mettere in ordine i libri di carta a disposizione degli equipaggi a bordo lo dovranno sicuramente predisporre. Ne sono convinto.